Sono ormai giorni, ho perso il conto, che navighiamo come sardine in questo container. Ci hanno stivato in alto tra altre latte di ferro, non come dolcetti o biscotti, ma come merce avariata, al freddo e alla mercé del mare in tempesta.
Ma ciò che accade all’esterno é solo udibile per fortuna, ciò che invece accade dentro questa puzzolente scatola di lamiera é sulla mia pelle oltre che nei miei occhi raggrinziti.
Tutti hanno sonno, vuoi per il dondolio vuoi per la fame che assorbe le ultime energie. Tutti si fanno i bisogni addosso, con vergogna i primi, con disperazione, i secondi, con indifferenza gli altri.
Tutti cercano di accaparrarsi un posto comodo tra la ressa, ma inutilmente, siamo accatastati. Gli stivatori hanno ben pensato di caricare il numero maggiore di merce possibile per risparmiare sui costi. Già i costi della merce, persone che valgono quanto un vecchio mobile.. La mia famiglia ha venduto quel poco che aveva per pagarmi questo viaggio, per vedere appagate le preghiere, per darmi la possibiltà di una vita migliore, speriamo. La mia famiglia ha donato il suo futuro al mio ed io avrò sempre su di me il peso di questa scelta.
Alcuni bambini urlano alla mia destra, pressati dagli adulti intenti a rubare un briciolo di sopravvivenza. Estraggo dalla borsa di cuoio, che mi donò il mio maestro Isaret prima di spingermi fuori dalla scuola bombardata, il suo quaderno delle poesie. Ricordo ancora quel giorno di 20 anni fa, le bombe il maestro che mi spinge fuori dalla finestra ed il suo ultimo respiro “ fuggi:: Isaret,(Marco) salvati:::”
Scriveva belle poesie con una calligrafia impeccabile, ancora oggi riesco a sognare quei luoghi che descriveva e quei sogni mi fanno viaggiare sopra l’immondizia in cui disperdo la mia esistenza.
Che Allah perdoni i miei pensieri e mi guidi verso la resurrezione.
Mi inchino alla sua grandezza come il maestro si inchinava alle foglie. Non abbiamo abbastanza ossigeno qua dentro e la puzza è insopportabile, spalanco la bocca inutilmente, aspetto un vento lontano, aspetto un respiro che non viene anche se prego e ringrazio Allah.
Anche da quassù sento le onde che sentivi tu, maestro, non sono delicate, schiaffeggiano i nostri corpi malconci anziché le fronde degli alberi. Tutti pregano e bisbigliano qua dentro, ma solo i container, ci ascoltano. Nessuna risposta giunge a noi, solo il cigolio delle lamiere ed il fischio del vento ci fa compagnia.
Ma ciò che accade all’esterno é solo udibile per fortuna, ciò che invece accade dentro questa puzzolente scatola di lamiera é sulla mia pelle oltre che nei miei occhi raggrinziti.
Tutti hanno sonno, vuoi per il dondolio vuoi per la fame che assorbe le ultime energie. Tutti si fanno i bisogni addosso, con vergogna i primi, con disperazione, i secondi, con indifferenza gli altri.
Tutti cercano di accaparrarsi un posto comodo tra la ressa, ma inutilmente, siamo accatastati. Gli stivatori hanno ben pensato di caricare il numero maggiore di merce possibile per risparmiare sui costi. Già i costi della merce, persone che valgono quanto un vecchio mobile.. La mia famiglia ha venduto quel poco che aveva per pagarmi questo viaggio, per vedere appagate le preghiere, per darmi la possibiltà di una vita migliore, speriamo. La mia famiglia ha donato il suo futuro al mio ed io avrò sempre su di me il peso di questa scelta.
Alcuni bambini urlano alla mia destra, pressati dagli adulti intenti a rubare un briciolo di sopravvivenza. Estraggo dalla borsa di cuoio, che mi donò il mio maestro Isaret prima di spingermi fuori dalla scuola bombardata, il suo quaderno delle poesie. Ricordo ancora quel giorno di 20 anni fa, le bombe il maestro che mi spinge fuori dalla finestra ed il suo ultimo respiro “ fuggi:: Isaret,(Marco) salvati:::”
Scriveva belle poesie con una calligrafia impeccabile, ancora oggi riesco a sognare quei luoghi che descriveva e quei sogni mi fanno viaggiare sopra l’immondizia in cui disperdo la mia esistenza.
Che Allah perdoni i miei pensieri e mi guidi verso la resurrezione.
Mi inchino alla sua grandezza come il maestro si inchinava alle foglie. Non abbiamo abbastanza ossigeno qua dentro e la puzza è insopportabile, spalanco la bocca inutilmente, aspetto un vento lontano, aspetto un respiro che non viene anche se prego e ringrazio Allah.
Anche da quassù sento le onde che sentivi tu, maestro, non sono delicate, schiaffeggiano i nostri corpi malconci anziché le fronde degli alberi. Tutti pregano e bisbigliano qua dentro, ma solo i container, ci ascoltano. Nessuna risposta giunge a noi, solo il cigolio delle lamiere ed il fischio del vento ci fa compagnia.

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Commenti
PAOLO SIGNORINI...la sorte di questa povera gente che affronta questi viaggi della speranza è disumana.Non sono partenze facili si prova l'orrore e i soprusi...tragitti dove il peggio dell'uomo affiora e ci vogliono anime di ferro per raggiungere la meta e non è finita in terra straniera bisogna integrarsi, trovare un lavoro, ritrovare il rispetto per se stessi. Alcuni ce l'hanno fatta, una volta toccata terra comprenderanno che non è il Paradiso! Triste racconto dove le anime di ferro sono sempre più numerose in un mondo che inizia a diventare sempre più stretto.






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