- Che ne pensate di questi terroni ….stanno arrivando a decine…non si sa più dove metterli!....Perché non se ne stanno al loro paese…tra l’altro non si capisce come parlano, mah!...
Il secondo di mano, mentre raccoglie dal tavolo un sei di fiori che gli servirà per la Primiera, dice a sua volta :
- Hai proprio ragione! Tra l’ altro pretendono e alla catena di montaggio non sono bravi….Che roba!...
Il terzo, tanto per rincarare la dose, mentre raccoglie dal tavolo un asso e un due con il tre che ha in mano dice :
- E poi, avete notato? son solo capaci di mettere al mondo figli e a lamentarsi….Non so dove si andrà a finire!...
Il quarto giocatore, dopo aver guardato le carte rimaste per cercare di fare il miglior gioco, rimane un attimo silenzioso poi dice :
- Eh, sì, avete proprio ragione…sono proprio di un’altra razza, però vi devo confessare una cosa…Mia figlia, un po’ di tempo fa, mi ha detto che ha conosciuto un ragazzo, uno di quelli, un terrone…Ebbene, vi devo confessare che sul momento ho provato una forte apprensione e le ho detto che la cosa non mi piaceva e di stare attenta…Poi, una domenica pomeriggio, mia figlia mi ha detto che quel ragazzo avrebbe voluto conoscermi…Insomma, in poche parole, di lì a poco mia figlia si presenta mano nella mano di un ragazzo, bella presenza, ben vestito, sorridente…Si dichiara (Lo Cascio, mi dice…), nel sentire quel cognome sento un brivido lungo la schiena ma lo faccio accomodare e gli chiedo il motivo della visita…Cari signori non voglio abusare della vostra pazienza e vengo subito al sodo…questi terroni sono certamente elementi poco raccomandabili ma, guarda caso, mia figlia ne ha conosciuto uno per cui ho dovuto ricredermi…Brava persona, gran lavoratore, educato, rispettoso delle leggi, insomma diverso dagli altri suoi coetanei…
Correva l’anno 1956, è un sabato di pomeriggio e come era consuetudine in quel tempo nei trecentocinquanta bar di Torino, il numero esatto probabilmente è sotto stimato, si trovavano gli amici amanti della scopa e, tra una mano e l’altra, si scambiavano le comuni esperienze circa l’ “immigrato invasore” e ciascuno aveva un motivo di amarezza tranne uno dei quattro che raccontava della propria figlia che aveva conosciuto un terrone e, quindi, per questa ragione aveva dovuto ricredersi…Così in quel sabato pomeriggio del 1956 almeno “350 terroni” circa, numero probabilmente sottostimato, aveva superato l’esame degli autoctoni i quali in conclusione della loro prolusione solevano affermare : “ ...per carità, io non sono razzista, però…”.
(Nota. Gli amici parlano nel dialetto torinese stretto…Per motivi palesi ho tradotto in italiano corrente…)

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