La siepe rossa
Come ogni giorno verso l’ora di pranzo esce dal cancello e, costeggiando la siepe rossa fino in fondo alla stradina, raggiunge la cassetta della posta. Di solito si stiracchia prima di aprirla, poi se ci sono dentro bollette sbuffa solo un po’. Se invece è vuota, sbuffa solo un po’. E rientra con passo svelto come se avesse da fare.
Oggi ci ha trovato una lettera, e sbuffa giusto quel po’ per darsi sempre lo stesso tono.
Su scritto il suo indirizzo, e a inchiostro rosso “ rispedita al mittente”.
Rincasa e appende all’attaccapanni il domino per il cappuccio, ma dalla parte bianca. Esce dall’abito elegante, che quando lo guarda è come se guardasse il volto di una donna… quell’impressione di entrare nel sogno di un altro.
Qualcuno lo chiama illusionista, altri trattenendo una lacrima.
Alla scrivania si accende una sigaretta, un fusto con un incendio ad una estremità e uno sciocco dall’altra. Non trova il tagliacarte, e senza sbuffare apre in qualche modo la lettera.
Origlio da sotto la carta tra la ruggine dell’ottone e il legno del manico, che tanto non mi trova. Non lo fa mai.
“…così ti scrivo per darti notizia che nei prossimi giorni ti farò visita e… avanti, è indubitabile che risponderai. E aprirai la dannata porta, perché non c’è tutta la vita. E la notte è sempre troppo corta.
Non ho doti, e se ne avessi non sarebbe certo la pazienza. Se la maniglia dovesse scendere, entrerò e prima che tu opponga resistenza sputerò d’un fiato parole, angosce e paure e tutto quanto.
Non verrò da te per aggiungere storia alla storia. E non ti dirò se ho pianto”.
Smette di leggere, e vorrebbe forse sbuffare. Sembra ricordare bene quando la scrisse, era quasi un anno fa. Non la comprendeste autori, non per colpa vostra. Credo bastasse abituarsi a lui. A quella sua voce narrante alla quale non ha mai smesso di essere fedele.
“Quello sarà il momento: ti dirò di Don Angelo… è buona la persona, ha cuore il tuo prete. La domenica l’aspersorio ti acceca da quanto lo strofina, e l’ha alzato pietre su pietre quel suo Oratorio. Ma non si può dire che sia un salice il tuo Francesco dei poveri, messo sotto pressione la voce balbetta e i suoi nervi somigliano alle alette dei passeri. Povero Don. Mi pregava di non farti visita, e mi dava il tuo indirizzo di casa. Recitava il rosario tra le mani sudate e mi parlava della sua Chiesa. Scordava le parole del Padre Nostro e picchiava il pugno come il babbo natale di una réclame lontana… Mi chiedeva di non cercarti, ripeteva Tra non molto è la Vigilia.
Teme forse che lo licenzi. Non farlo, ti ama… Io l’amavo, ma Eva del Serpente mi ha lasciato giornali vecchi e cartone. Mamma e papà per anni hanno guardato la vita da dietro la finestra o davanti a un vetro in televisione. E ho perso gli amici tra Giuda senza sospetto e una donna che suda nel loro letto”.
Non chiedeva altro che un chiarimento a Dio, che fosse disponibile a un confronto che potesse diventare scambio piacevole e rispettoso.
La lettera vola via con l'amarezza di una preghiera inascoltata.
Da sotto tutta quella carta non vi dirò che ha pianto…
Oggi ci ha trovato una lettera, e sbuffa giusto quel po’ per darsi sempre lo stesso tono.
Su scritto il suo indirizzo, e a inchiostro rosso “ rispedita al mittente”.
Rincasa e appende all’attaccapanni il domino per il cappuccio, ma dalla parte bianca. Esce dall’abito elegante, che quando lo guarda è come se guardasse il volto di una donna… quell’impressione di entrare nel sogno di un altro.
Qualcuno lo chiama illusionista, altri trattenendo una lacrima.
Alla scrivania si accende una sigaretta, un fusto con un incendio ad una estremità e uno sciocco dall’altra. Non trova il tagliacarte, e senza sbuffare apre in qualche modo la lettera.
Origlio da sotto la carta tra la ruggine dell’ottone e il legno del manico, che tanto non mi trova. Non lo fa mai.
“…così ti scrivo per darti notizia che nei prossimi giorni ti farò visita e… avanti, è indubitabile che risponderai. E aprirai la dannata porta, perché non c’è tutta la vita. E la notte è sempre troppo corta.
Non ho doti, e se ne avessi non sarebbe certo la pazienza. Se la maniglia dovesse scendere, entrerò e prima che tu opponga resistenza sputerò d’un fiato parole, angosce e paure e tutto quanto.
Non verrò da te per aggiungere storia alla storia. E non ti dirò se ho pianto”.
Smette di leggere, e vorrebbe forse sbuffare. Sembra ricordare bene quando la scrisse, era quasi un anno fa. Non la comprendeste autori, non per colpa vostra. Credo bastasse abituarsi a lui. A quella sua voce narrante alla quale non ha mai smesso di essere fedele.
“Quello sarà il momento: ti dirò di Don Angelo… è buona la persona, ha cuore il tuo prete. La domenica l’aspersorio ti acceca da quanto lo strofina, e l’ha alzato pietre su pietre quel suo Oratorio. Ma non si può dire che sia un salice il tuo Francesco dei poveri, messo sotto pressione la voce balbetta e i suoi nervi somigliano alle alette dei passeri. Povero Don. Mi pregava di non farti visita, e mi dava il tuo indirizzo di casa. Recitava il rosario tra le mani sudate e mi parlava della sua Chiesa. Scordava le parole del Padre Nostro e picchiava il pugno come il babbo natale di una réclame lontana… Mi chiedeva di non cercarti, ripeteva Tra non molto è la Vigilia.
Teme forse che lo licenzi. Non farlo, ti ama… Io l’amavo, ma Eva del Serpente mi ha lasciato giornali vecchi e cartone. Mamma e papà per anni hanno guardato la vita da dietro la finestra o davanti a un vetro in televisione. E ho perso gli amici tra Giuda senza sospetto e una donna che suda nel loro letto”.
Non chiedeva altro che un chiarimento a Dio, che fosse disponibile a un confronto che potesse diventare scambio piacevole e rispettoso.
La lettera vola via con l'amarezza di una preghiera inascoltata.
Da sotto tutta quella carta non vi dirò che ha pianto…
-proposi il racconto Stesse chiacchiere, stesso millennio oramai un anno fa e per mia allora incapacità di comunicazione in prosa fu un piacevole e rispettoso flop. Ho voluto rivederlo e riscriverlo con tutt’altra veste…
Mirko D. Mastro

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Commenti
Ho letto con piacere il tuo racconto. Originale il fatto di far parlare un tagliacarte dal sicuro del suo nascondiglio. Dilemmi e riflessioni scritti in una gradevolissima prosa.






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L'ho trovato splendido...un dialogo profondo con mille interrogativi, ma solo dopo aver letto la tua spiegazione come Maria Luisa ho afferrato il pieno senso... con molta poesia è sempre la tua prosa!




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Sono sincera, io stamattina l'ho letto e riletto un po' di volte ma ho fatto fatica a capirne il senso, lo colgo ora leggendo anche i vari commenti. Sorry 



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Ci sono indizi, tracce odorose da seguire, e una vita che si snoda tra prosa e poesia...non ricordo quel testo, ma apprezzo la tua prosa che si lascia abbracciare dal lettore, più di prima.
Ti concedi e sei bravissimo!
Ti concedi e sei bravissimo!


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Leo, non ho mai avuto dubbi sulla tua arguzia. La soddisfazione è mia...quella di averti qui


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Eheheh...un saluto!



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Ti assicuro Giacomo che il testo di un anno fa più che ermetico era incasinato, come forse lo era il mio scrivere in prosa di allora. In quella scrittura parlavo in prima persona mettendo insieme due diversi temi, entrambi complicati. Qui ho voluto toccare solo il rapporto con Dio, lasciando la narrazione al tagliacarte ...dal suo luogo sicuro sotto le carte raccontare i dilemmi di uomo è risultato più facile.
Grazie, a te e a Anna Maria
Grazie, a te e a Anna Maria


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Peccato non avere l'originale...potrebbe far capire al lettore se il brano attuale è ermetico come il primo o meno. bella scrittura, fluida e diretta, piena di significati reali o immaginari che ogni lettore, immagino, coglie a modo suo. Ciaociao. 



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Testo ben scritto, sempre ispirato dalla tua vena poetica, che richiama profonde riflessioni!





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