«Non nascondo niente. Lasciatemi in pace!» gli venne da urlare, avanzando la sedia di qualche centimetro, rispetto alla posizione stabilita.
«Tuo padre sta entrando: ti teniamo d’occhio.»
L’uomo incarcerato non riconobbe il figlio che gli si era posto dinanzi: erano trascorsi quindici anni, nessun’altra visita, eccetto quella di un giornalista del Popolo Unito, interessato a ricostruire i fatti del duplice omicidio di Acquaviva.
«Cosa ci fai qua?» intercalò il padre, con un tono smunto e particolarmente diffidente.
«Sono qui per sapere perché l’hai fatto», disse Angelo, «l’articolo uscirà a breve. Mi servono gli ultimi dettagli.»
Angelo nascose l’amarezza di non essere stato riconosciuto. Per l’ennesima volta, cinse a sé un taccuino e fece finta di scrivere le confessioni di suo padre.
«Ancora non l’hai capito? Per quel ragazzo, mio figlio: sua madre era impazzita, e l’altra figlia lo stesso.»
A sette anni, era cresciuto presso una zia materna, prima di compierne ventuno e trasferirsi a Matera.
«Hai ucciso la madre e la sorella, due donne innocenti.»
L’uomo osservò l’orologio alla parete, chiedendo il permesso di ritornare in cella.
«Hai ucciso mia madre e mia sorella!» inveì contro di lui Angelo, facendo saltare la sua copertura.
La sala adibita ai colloqui sembrò un lungo confessionale, dove i detenuti si sentirono – all’improvviso – schiacciati dall’eredità dei rimorsi.
«Volevano a tutti i costi che staccassi il respiratore», confessò Costanzo Guerra, «erano stanche di prendersi cura di te, dopo l’incidente.»
Angelo pensò che fosse un bugiardo, dal momento che temeva la verità suggeritagli dai suoi occhi insofferenti.
«Ho dato i soldi alla zia Ilaria per continuare quelle cure. E dopo due anni hai ripreso conoscenza.»
Scoccata l’ora di permesso, il detenuto Costanzo Guerra venne riportato nel corridoio antistante. Non si era più voltato, come se la sua marcia verso la cella fosse diventata un tragitto più sostenibile. Angelo – uscito dal penitenziario di Trani – strappò il taccuino in minuscoli pezzi, ma conservò il trafiletto di quel giornale annerito che diceva, “il movente degli omicidi è ancora oscuro.”

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