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Galeotto fu il bicchier..

Mio nonno mi raccontò che un anno all’inizio di giugno con la sua Bottecchia nuova fiammante, lasciò gli altri – i fratelli – al mare e si addentrò nell’entroterra per qualche pedalata di pochi Kilometri. Almeno così era sua intenzione. Vai e vai la bicicletta correva come una matta e lui sopra ci prendeva gusto a provare tutti i cambi che quella meraviglia possedeva. Campagna a perdita d’occhio, solleone, qualche auto di passaggio e poi ancora campagna ben coltivata. Faceva un gran caldo e cosa peggiore capì che il mare alle spalle era ben lontano: si era perso per quelle lande. Guardò l’ora era passato di poco il mezzogiorno. Teresa sua madre - la mia bisnonna - sicuramente era già rientrata dalla spiaggia e messo l’acqua per la pasta a bollire. Avrebbe già contato tutta la truppa – mio nonno aveva cinque fratelli – e imprecato perché alla conta mancava sempre il solito. Mio nonno.
“Quell’là e la sua biciclèta!”.
Ci giurava che così avrebbe detto.
Or dunque prese una stradina che finiva ad una casa isolata.
Ne uscì un uomo che li per li, squadratolo da capo a piedi gli disse: “Ces vàul?” Il nonno non capì un acca.
“Mi sono perso e non so quale è la strada giusta per Cervia” gli rispose un po’ timidamente.
“Ah.. I capì, te t'è pers!”
Quell’uomo, forse preso a buon cuore per la giovane età del nonno lo invitò ad entrare nel giardino di quella casa. Visto come era sudato e affaticato per i troppi kilometri fatti, lo fece sedere sotto due grossi ciliegi. C’era un fresco li sotto e c’era pure un cesto di rossi frutti; quell’uomo, Artemio, si accorse che gli occhi del nonno erano fissi su quelle delizie e lo invitò ad assaggiarle. Non si fece pregare: erano belle e squisite come lo sono i frutti maturi appena colti dell’albero.
Il nonno li per li, non sapeva cosa dire; Artemio, occhi vispi, baffetti ben curati, mani sul panciotto, incuteva un po’ di soggezione. Doveva pur dire qualcosa o non avrebbe fatto una bella figura. Buttò li la prima cosa che gli venne in mente e gli chiese dove fosse il confine tra Emilia e Romagna. Artemio ammise che non è così facile come tra Emilia e Lombardia dove il Po fa da confine; anche lui fece la stessa domanda a suo padre che era emiliano di Budrio vicino a Bologna. Venne fuori che come il nonno, Artemio era appassionato di ciclismo: sapeva tutto di Girardengo, Binda, Brunero – campioni del pedale d’altri tempi - e con amici alla domenica pedalava verso Modena spingendosi quando la gambe lo permettevano anche ben oltre Reggio Emilia. Raccontò al nonno che a quei tempi le strade erano sterrate, la polvere certo non mancava e con il caldo la sete si faceva sentire. Quando vedevano una casa in mezzo ai campi si fermavano a chiedere un po’ acqua. “Ma quando ti fermi a chiedere acqua” disse Artemio “e ti portano un biccher d' Sangiuvés, al sè in Romagna!”
“Ora ti faccio assaggiare qualcosa di buono”. Entrò in casa e ritornò con una bottiglia e due bicchieri: “E’ un Sangiovese che arriva dalla vigna di mio cugino di Sant’Arcangelo ed è favoloso”. Riempì i bicchieri e incoraggiò il nonno a brindare con lui: “Mio padre ha bevuto fino a novant’anni e non gli ha fatto mai male. Su in Emilia bevono Lambrusco, qui in Romagna preferiamo il Sangiovese” – disse Artemio.
E brindarono alle vecchie glorie del ciclismo.
Le pedalate di mio nonno, da quella volta, rimasero ovviamente sempre più in Romagna e una domenica il bicchiere di Sangiovese lo portò una bella ragazza – Anita – che divenne sua moglie, mia nonna.
E’ proprio il caso di dire:
“Galeotto fu il bicchiere!
..anzi no Galeotto fu bicchiere il Sangiovese!



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Racconto scritto il 29/04/2024 - 11:33
Da Stelio Utisele
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