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Scrivi un racconto che abbia questo inizio:
"Guardò fuori dalla finestra della camera di letto.
Sapeva che quella sarebbe stata l'ultima notte della sua vita."


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Stella gemella

Guardò fuori dalla finestra della camera da letto. Sapeva che quella sarebbe stata l’ultima notte della sua vita. Immota, il corpo smagrito, illuminato appena dal dolce chiarore della luna: una striscia argentea che la abbracciava. Marina fissava il lungo giardino costeggiato di oleandri in fiore, e alla fine degli alberi, uno scorcio di mare, un ondeggiare leggero di medaglie di luce. L’aria frizzantina della notte le solleticava il naso, rendendole omaggio con l’afrore persistente di mentuccia a lei caro, mentre il silenzio quieto della notte, era disturbato appena; dal frinire insistente dei grilli. Un lungo respiro per riempire i già fragili polmoni, mentre piano sussurrava.
<< Vado, è una bella notte per partire. >>
Si sentiva stanca, afflosciata, smarrita.


Il rombo nella testa, simile a un’onda che s’infrange, non la lasciava, e in petto: il cuore era stretto dall’angoscia. Un’ala di malinconia le sfiorò per un attimo il pallido viso, mentre volgendo, appena il capo, lasciava che lo sguardo si posasse teneramente sull’amato compagno. L’altra metà di sé, colui che assieme a lei aveva condiviso speranze e sogni, e mai, neanche per un attimo, l’aveva fatta sentire sola, nel tormento della malattia. L’aveva vista tranquilla quella notte e ora rassicurato riposava, nel loro letto. Il letto matrimoniale che li aveva accolti giovani sposi, innamorati e felici.
Erano tanti, i pensieri che la accompagnavano in quella lunga notte. Un’ultima notte per ripercorrere una vita, la sua, che troppo presto, le era stata rubata. Nessuno dovrebbe morire così giovane:
<<Ho solo venticinque anni!>> aveva gridato angosciato il suo cuore quando il medico, diagnosticata la malattia, pronunziò la sentenza. “Leucemia cronica”. Non l’aveva accettata, aveva ancora tanto da fare. Aveva urlato, odiato, pianto, si era disperata: aveva perfino graffiato, pur di rimanere aggrappata alla vita. Poi, dopo tanto peregrinare da un ospedale all’altro: dopo aver patito la croce delle periodiche trasfusioni, delle cure antianemiche, era sopraggiunta la stanchezza per una lotta che si era rilevata impari. La malattia era stata più forte, non l’aveva lasciata, e a lei non era rimasto altro da fare, se non accettarla. Così, aveva capito che doveva sfruttare ogni attimo, ogni singolo secondo, per vivere al meglio il tempo che ancora, le era concesso. E lei, questo, aveva fatto. Aveva vissuto. Non si era fatta mancare nulla.Nei momenti in cui la malattia le aveva lasciato un po’ di requie, aveva assaporato le piccole cose, aveva dato il giusto valore a ciò che normalmente avrebbe trascurato, si era riempita gli occhi delle bellezze del creato, aveva regalato amore e riempito il suo cuore di tutto l’amore che le veniva con affetto elargito. Ora si sentiva stanca, sfibrata, il cuore molle, addolcito dal sentimento per l’amato marito. Lo abbracciò stretto con lo sguardo.
Una visione, quella del suo corpo addormentato, che voleva portare con sé nella nuova dimora,per non sentirsi sola, nell’attesa. Perché di una cosa era certa: un amore grande come il loro; non poteva, non sopravvivere. Di questo, si era convinta, nei giorni tormentati dalla sofferenza.
L’amore l’avrebbe accompagnata di là della vita, nella nuova dimensione, dove tutto è eterno, e lì: il suo amato sposo, in un giorno lontano l’avrebbe raggiunta. Stanca, lentamente si lasciò andare sulla poltrona, da dove ancora poteva riempirsi gli occhi, di lui. Non voleva svegliarlo.
I dolori e le vertigini quella notte erano andati via.
Dopo tanto soffrire, la malattia le regalava un po’ di serenità: un guizzo inaspettato di vita prima della fine; un attimo di raccoglimento per congedarsi dal mondo: per dire addio a lui. Le aveva concesso questo piccolo privilegio “la signora” e Marina, di questo le era grata. Voleva andare via così: in silenzio; negli occhi l’immagine di quel caldo petto che si alzava e si abbassava nella meravigliosa danza della vita, mentre lei come piuma: in un ultimo soffio vitale; si lasciava trasportare su, sempre più su: in quel cielo che brillava tanto; più di ogni altra notte.
Un brivido le percorse, il corpo, mentre lentamente socchiudeva le palpebre, tentando di vedere ancora.
Al suo risveglio la ritrovò così, il suo adorato sposo. Abbandonata sulla poltrona, il volto disteso, bellissimo, nella sua dolce serenità. Marina era volata su, in quel cielo stellato che tante volte avevano scrutato insieme. Una stella fra le tante nel firmamento: la più brillante. Per lui avrebbe brillato nei giorni a venire, nell’attesa, di ricongiungersi: alla sua stella gemella.




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Scrittura creativa scritta il 22/07/2013 - 12:30
Da Claretta Frau
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