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Il tuono

IL TUONO


Sapevo che sarebbe tornato. Lo sapevo fin da quando se ne era andato la prima volta. Era un copione già scritto, di cui sapevo prevedere ogni battuta, ogni parola, persino i gesti: quel modo di muovere le mani sapiente che accompagnava al tono paternale di cui ricopriva le mezze verità che andava dicendo, il guizzo sgangherato negli occhi, conditi di una patina annacquata. Sapevo prevedere tutto, figurarmelo nella testa con l’esattezza che si ha di un evento quand’esso è accaduto appena il giorno prima, e con la sensazione che tanto si sarebbe verificato uguale spiccicato ancora e ancora, fino alla fine. Non lo aspettavo, o non volevo farlo. L’attesa è sempre legata al dubbio, e lo condisce di una speranza ripetuta fin quando essa non si spezza e fiorisce nell’arrivo o avvizzisce nella disperazione. Ma di dubbi io non ne avevo, ero certo: sarebbe caracollato, prima o dopo, con la potenza dei tuoni, squarciando la stasi del cielo notturno nelle estati, riempendola di un movimento d’acqua e vento tanto terribili da temere che il mondo potesse venire divelto come un tetto di un luogo abbandonato. Era una notte di luglio, quando tornò, e tutti, prima o dopo, vennero a saperlo. A me lo notizia arrivò da G, che a sua volta lo venne a sapere da R, informata da S. che aveva avuto l’onore di saperlo direttamente da lui. Una corsa disgraziata in linea retta.
Lui. Di nuovo. L’avrei visto. L’avrei visto sicuramente, e sapevo quando: avrebbe partecipato alla festa di S. Si sarebbe presentato con la giacca a doppiopetto e la cravatta fine per gridare al mondo intero che sì, lui ce l’aveva fatta a togliersi di dosso la puzza di paese, che fuori c’era una bestia di mondo, e lui l’aveva domata.
I capelli impomatati, la pelle liscia, senza una traccia di peluria se non i baffi, impeccabili, folti, arricciati alle punte. Gli occhi lucenti con il riflesso di un satanasso vibrante nelle pupille, l’anima rigida e immobile e il cuore riposto saldo al sicuro per schivare qualsiasi graffio. Lui. Nemmeno riuscivo a dirlo, il nome suo, da quando avevo iniziato a raccontarmi che non l’amavo più. E insistevo nel fare entrambe le cose: mentire. L’arte difficile che avevo appreso da lui, maestro indiscusso, proprio io che avevo la verità dipinta ovunque nello sguardo in viso sulle labbra e sulla lingua. Ma persistevo in quella menzogna, non per gli altri, ma per me. Me ne sarei convinto, un giorno. In fondo, però, vivevo con un’atroce speranza che il fuoco che mi divampava dentro, quando lui sarebbe tornato da me, avrebbe contagiato il suo campo gelato e riversato fiamme sugli arbusti secchi rimasti spogli. Saremmo tornati alla luce. Dall’altra parte però, accanto alla speranza, l’esperienza pregressa, che consegnava una previsione del futuro a cui dovevo attenermi più di quanto facevo con la speranza: mentirà. Come è vero che la pioggia cade e non sale verso il cielo.
La festa si tenne due giorni dopo il suo arrivo, e sapendo che lo avrei visto in quell’occasione mi armai di tutta l’indifferenza che potevo raccogliere. Gliela avrei porta tutta, a costo di cadere nella contraddizione che si nasconde dietro tanta indifferenza, che in fondo non è che un tentativo estremo di controbilanciare una disperata incolmabile assenza. Ci ritrovammo l’uno di fronte all’altro, lui ardito, tracotante, immenso nella sua sicurezza, col petto alto e gonfio, e io ardente dentro ma impassibile, mesto a tratti, ma silenzioso. Temevo di apparire più vuoto di quanto non apparissi distaccato, timore derivante dal fatto che mi sentivo effettivamente vuoto, e non altrettanto distaccato. I suoi occhi mi si puntarono addosso, erano spille impigliate nei riverberi della speranza che si agitava in me. I miei, arborei, si misero a gareggiare con la sua fronte alta e il suo collo superbo. Posso tenerti testa, comunicavo con la sottile riga tirata delle labbra, stavolta ti terrò testa. Il nostro contatto di sguardi venne interrotto da tre amici che non lo vedevano dall’ultima volta che era stato in Paese, e lui, glorioso come un sole grondante di vita, al centro di quell’angolo, tirò fuori dal cappello da mago della persuasione le più precise frasi ad effetto che fossero mai state pronunciate per tenersi addosso l’attenzione di quei e tre, e guadagnarsi quella degli altri, di tutti gli altri che gli stavano vicino, intorno, appresso. Tre quarti di quello che diceva, potevo supporre, erano baggianate, sceneggiature ben concepite per una pellicola da quattro soldi. Si capiva. Ma non era questo a urtarmi, era piuttosto quell’ipocrita noncuranza del mondo circostante, che lui non capiva essergli fondamentale per la sopravvivenza, dato che da loro traeva tutto l’essenza vitale, e poi quell’aria superiore, quel distacco estremo che dimostrava, come a volere dire che no, nessuno poteva scalfirlo, lui era inattaccabile e imperturbabile. Sì, come no. Poteva mentire a tutti, a chiunque, persino a sé stesso e Dio in persona, anche al Diavolo, ammesso e non concesso che non fossero la stessa persona. Ma a me no. Avevo conosciuto le sue notti solitarie. E le sue lacrime improvvise, i suoi eccessi ultraterreni alla ricerca disperata di un mondo altro e quel tentativo di colmare un vuoto che lo poneva a metà tra un disperato inferno di autocommiserazione e un eden di conscia diversità. Conoscevo la sua storia, i suoi antichi amori finiti e i graffi sopra il cuore, le guerre fratricide in famiglia e la scomparsa prematura del padre, prima, e della madre, dopo, lanciatasi sotto i binari di un treno in transito. E non le raccontava volentieri queste cose, no, perché lui era inscalfibile, superiore, mister felicità, signor sicurezza, presidente non-sarai-mai-alla-mia-altezza. Ma io le conoscevo, quelle storie, eccome se le conoscevo: me le aveva raccontate lui. Quando veniva colto dal sacro terrore della morte, gli ero vicino a sconsacrare ogni angoscia, quando gli capitava di immergersi nelle remore oscure del passato, lo riportavo in superficie, quando se ne stava in quei silenzi d’ovatta, io li scartavo e mi ci mettevo accanto. E ora aveva la faccia tosta di tornarsene, dopo avermi stracciato tutto quello che tenevo in petto con il più vile degli inganni, a raccontarmi di essere felice. Questa era la più ardita delle sue menzogne, lui felice lo era stato una volta sola: con me. E io, dal canto mio, felice non lo ero stato più, dall’ultima volta. Ma guai, non doveva saperlo, non doveva trapelare, non…
- Non sei cambiato per nulla
- Perché dovrei? Non è passato nemmeno un anno…
- Ti sei messo a contare i giorni?
- Avevo una scommessa pendente: saresti tornato prima della fine dell’anno.
- Be’, l’hai vinta!
- Lo vedo
- e ti dirò di più…
- Cosa?
- Sono tornato per rimanere
Sei tornato perché non te ne sei mai andato via, volevo dirgli, da questo angolo di cuore maciullato che mi hai lasciato agonizzante in gola, in gola sì, perché da quando non ci sei più, persino lui vuole staccarsi dal mio corpo, che serve a poco, serve a niente, se non ci sono le tue mani a farlo funzionare, ché far funzionare un motore inutilizzato è spreco vile…
- ah
- Sorpreso?
- Dispiaciuto, piuttosto.
- Bugiardo!
- Mi rubi le battute? Questo avrei dovuto dirlo io a te.
- Ma io non sono bugiardo, io modifico me stesso insieme alla realtà per aderirci con una continuità che va oltre la menzogna, tu, invece…
- Io invece non sono in grado…
- Davvero non sei cambiato, più spietato con te stesso di quanto non dovresti.
Tu non hai bisogno di modificare la realtà per fartela piacere, di questo non ne hai mai avuto bisogno. Questa è una debolezza che è sempre appartenuta a me.
Non cedere, mi dissi, non cedere: questo è il suo gioco, pattina sulle parole per accalappiare le sue vittime, sta costruendo l’intricata trama con la quale soggiogarti e trascinarti nel suo piano che prevede la solita fuga dal dolore, in cui tu rappresenti lo strumento più utile, bada bene, lo strumento, non il compagno, l’amante, l’altra metà… Ricordati l’ultima volta, ricordati che ha preso il largo senza avvertire, senza annunciarlo, senza affrontare i tuoi occhi tonanti, mentendoti, mentendoti le sere prima che ti ha consumato d’amore fino a piangere, mentre ti era dentro, mentendoti tutti i giorni passati sulla riva del fiume ad ascoltare le esaltanti vittorie che costruiva dove danzare in armonia con la proiezione che emetteva. Ricordati che dietro la fuga non ha lasciato una scritta, un messaggio, un pensiero, mai una lettera, una cartolina, una telefonata, le uniche notizie: le voci gracchianti dei vecchi del paese che elogiavano le sue vittorie in quella terra lontana, il successo che gli arrideva, la gloria…
- Ti è andata male lì dove sei andato?
- Direi di no… anzi, ma dovevo tornare, avevo dei conti in sospeso
- Sì?
- Sì
- …
- Andiamo in terrazza, ti va?
Acconsentii, perché quello era un incantesimo che non sapevo spezzare. Ardevo, a discapito di tutto, pur se nolente e dolente, volevo che accadesse ciò che speravo, che cadesse in ginocchio davanti ai miei occhi freddi e che implorasse la mia misericordia, il perdono, che chiedesse di essere accolto di nuovo nel mio abbraccio caldo, e che non se ne sarebbe più andato, e mi fosse rimasto avvinghiato per sempre.
- Sta per piovere…
- già…
- Ci deve essere un temporale laggiù, guarda che lampi!
- Te ne andrai di nuovo, non è così?
Non mi trattenni, l’urgenza sgomitò in me ed esplose come quei tuoni nel nero laggiù
- Io non me ne sono mai andato
- Allora devo essere divenuto cieco, perché io non t’ho visto, e non t’ho visto per molti mesi
- Non mi hai visto quando chiudevi gli occhi? Non rivedevi il mio volto la notte quando faticavi a dormire? Non mi percepivi tra le lenzuola, sulla superficie del fiume… perché io sì, sempre…
- Eri solo un pensiero, non eri in carne e ossa. Stavi diventando un’immagine sgualcita…
- Stavo diventando, perciò non lo sono diventato.
- Ti sei ripresentato e il ricordo si è consolidato, ma nulla di più.
- Ti ho ferito?
- Lo hai fatto
- Tu hai fatto lo stesso
- Io?
- Mi hai lasciato andare via, non mi hai mai cercato
- Con quale coraggio…
- Ma adesso basta – mi zittì accarezzandomi la pelle, passando le sue dita sulle mie labbra, con la testa vicino alla mia, e la mia, attratta da lui come un magnete, preda e vittima. Lo lasciai fare, avevamo stagioni intere da recuperare, un letto da infiammare di baci e amore, e ora, sul terrazzo, faceva con me quello che i lampi facevano con le nuvole: intense scariche che perforavano le coltri, intermittenti, continue, rapide, lingue infocate nel nero della pece che si sgonfiava e si riempiva a seconda di quello spegnersi e accendersi. Era un preludio appena, l’introduzione di un capitolo tutto da scrivere sul bianco delle lenzuola comprate nuove che presto sarebbero state immerse nel suo odore. Ero di nuovo suo, ero capitolato, era bastato un assedio di qualche parola, non c’era difesa che tenesse di fronte alla mia volontà nascosta di perire sotto il suo dardo mortale, di precipitare nelle sue mani, di accogliere il suo schianto; mi raccontavo il distacco, mi dicevo di non volerlo, che lo avrei ripudiato quando sarebbe tornato – perché sarebbe tornato - ma la sola cosa che sapevo ripudiare era me stesso, me stesso e le mie convinzioni fasulle, l’incapacità di mentirmi, quell’inutilità che mi sentivo se me ne stavo da solo, se le premure dovevo riservarle soltanto a me, e non a lui, così disperatamente bisognoso.
Rientrammo nel salotto dove la festa era continuata anche senza di noi. Qualche sguardo mi fece intuire che, sebbene l’assenza, eravamo rimasti protagonisti della conversazione. Ma ci feci poco caso, fluttuavo io, ero quei cirri illuminati dai lampi giù in fondo, mi portavo dietro l’urgenza di una pioggia incessante. Scambiò gli ultimi saluti lui, mentre io rimanevo a guardare fuori dalla finestra. Poi qualcuno venne a salutare anche me, subito dopo, perché, a quanto pare, sarei andato via con lui. Si incamminò infatti verso la porta, dando un cenno che parve illuminare l’intero salotto, accompagnato da un sorriso che avrebbe staccato le ombre dalla terra, se quelle avessero potuto farlo. Mi portò via con sé, io non ebbi quasi il diritto di salutarli, gli altri, ma me ne importò poco, ero di nuovo suo, di nuovo proprietà sua, stavolta speravo per sempre, per sempre, e lo sussurrai mentre, andando via, dietro di me la porta si chiudeva impedendo a S. venuta appresso a me di dirmi qualsiasi cosa mi volesse dire.


La notte piovve e fu piena di tuoni. Noi la passammo a ricordarci chi eravamo. Il fuoco e le fiamme del cielo avevano gareggiato con noi tra le lenzuola e, a giudicare dal sereno di quella mattina e dal mio viso stropicciato al risveglio, possiamo convenire che la passione può più dell’atmosfera. Accanto a me il letto era vuoto, e pensai che fosse in bagno, se non in bagno in cucina, in sala da pranzo, sul tetto, all’ingresso, a fumarsi una sigaretta al portone, ovunque, tranne che lontano da me. Neanche il tempo di cercarlo che ricevetti la chiamata, lui, pensai, invece era T.


- Non dirmi che lo hai fatto
- Cosa?
- Lo sento dalla voce, ci sei cascato
- Ha detto che rimarrà, stavolta
- Sì… come no?
- Davvero, non ha mentito, lo so, è stato sincero, sincero come mai prima d’ora
- E t’ha detto anche che aveva bisogno di soldi? Che l’azienda è fallita? Che ha debiti disseminati ovunque
- Cosa? No, non mi ha detto nulla del genere, e tu come lo sai?
- Ieri non s’è parlato di altro, quando eravate in terrazza. M. gli ha già dato in prestito una somma. ..
- E’ per questo che mi hai rincorso ieri?
- Sì, per impedirti di fare un’idiozia


Un sospetto si inspessì sotto la pelle: aprii tutti i cassetti e controllai nell’armadio, la cassaforte che tenevo nascosta tra i vestiti: tutto vuoto. Lui sapeva. Sapeva benissimo dove custodivo i risparmi. Controllai il portafogli, le carte erano dileguate, di banconote nemmeno una traccia. Non mi era rimasto più nulla, stavolta davvero nulla. Quale sorpresa poteva cogliermi, lo sapevo, dovevo saperlo, se ne era andato come se ne era venuto, con la forza del tuono che scuote le membra, a ferro e fuoco tutto, in subbuglio il cosmo, e poi via, sulle ali dell’ennesima menzogna. Io ancora ingannato, ancora vittima. Sì, se ne era andato come se ne era venuto, e come se ne era andato già la volta prima, col frastuono che accompagna i fulmini in alto, illuminando in un attimo la vita intorno a sé e lasciandola precipitare nel buio il secondo successivo. Feci quanto restava in mio potere: l’unica pena che potessi infliggergli, se era vero che qualcosa la sentiva, se il dolore se lo ricordava. Gliene avrei impresso uno che non si sarebbe scorticato via dalla pelle mai in tutta la vita intera. Uscii di corsa di casa, senza nemmeno chiudere la porta - tanto non mi restava più nulla - presi la bicicletta, pedalai, pedalai come un forsennato, i piedi mi scattavano come ali, mi diressi alla stazione del treno, incontrai qualcuno che mi salutò, ma io non mi fermai, io non risposi, andai avanti, sempre più veloce. Arrivato in stazione abbandonai la bicicletta dove capitò, scesi le scale, mi diressi alla banchina, controllai l’orario del prossimo treno in transito, due minuti dissi, solo due minuti, appena il tempo di scrivere un messaggio a T, è colpa sua, scrissi, tre parole appena, sarebbero bastate, sarebbero bastate eccome, le lettere scarlatte su quell’ignobile sputo di vita che gli era rimasto, hai voluto il mio cuore, ti sei preso i miei soldi, ora ti prenderai anche la mia vita, dissi, e mi lanciai contro il treno in transito schiantandomi in mille pezzi.




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Racconto scritto il 19/11/2021 - 11:15
Da Matih Bobek
Letta n.45 volte.
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