Il Paese di Vetro
C’era una volta
un paese dove le strade
erano fatte di vetro sottile.
Di giorno brillava,
e la gente diceva che era la piazza
più bella del mondo.
Di notte, invece,
bastava un passo più pesante
del solito e il vetro cantava.
Un suono secco,
come un dente che si rompe.
Nel vicolo centrale viveva un uomo
che non parlava mai a voce alta.
Lo chiamavano l’Ombra di Mezzo.
Quando passava la carrozza del Signore,
si appiattiva al muro.
Quando passava la folla
con le torce, si metteva davanti.
Quando due voci litigavano all’angolo,
lui diventava sordo e cieco
nello stesso istante.
“Meglio stare al riparo”, mormorava.
“Il vetro si rompe
su chi sta in mezzo”.
Così imparò a girare
con il vento.
Se il vento andava a est,
lui guardava a est.
Se andava a ovest,
aveva sempre guardato a ovest.
La gente lo stimava per la sua prudenza.
I potenti lo chiamavano per nome.
I deboli non lo ricordavano.
Nel frattempo, in piazza,
arrivavano uomini con casse
piene di monete
che tintinnavano.
Non vendevano nulla.
Compravano.
Compravano nomi, sguardi, silenzi.
Chi aveva un sacco di nomi da offrire
veniva invitato al tavolo lungo.
Chi non aveva nulla, restava fuori,
a lucidare il vetro
che altri calpestavano.
Un giorno arrivò un ragazzo.
Non aveva sacchi,
non aveva voti,
non aveva oro.
Aveva solo le mani e la voce roca
per aver parlato troppo al vento.
Si fermò in mezzo
alla piazza e disse una cosa semplice:
“Qui sotto il vetro c’è terra”.
Nessuno rise.
Rimasero immobili,
perché se il vetro
si rompeva,
cadevano tutti.
L’Ombra di Mezzo
lo guardò da lontano.
Avrebbe potuto parlare.
Avrebbe potuto dire
che anche lui, da ragazzo,
aveva sentito la terra sotto
i piedi.
Ma il vento cambiò.
La carrozza del Signore arrivò,
e lui si appiattì
al muro. Il vetro
non si ruppe.
Quella volta.
Il ragazzo se ne andò.
Non costruì nulla.
Non distrusse nulla.
Lasciò solo l’idea
di una crepa.
Passarono anni.
Il paese rimase bello
in fotografia.
Ma sotto i piedi il vetro
si assottigliava sempre
di più, perché nessuno
lo riparava, nessuno piantava radici.
Quando cadeva qualcosa
di pesante, tutto crollava insieme:
i nomi sul tavolo, i silenzi nel vicolo,
le case di chi aveva guardato
dall’altra parte.
E l’Ombra di Mezzo, ormai vecchio,
capì che il suo riparo
era stato la prigione.
Non aveva costruito
un muro per difendersi.
Aveva costruito una gabbia
dove nulla cresceva, nemmeno lui.
Morale:
Chi sceglie
di essere solo vetro
per non rompersi,
finisce per diventare
il pavimento
su cui gli altri camminano.
E un paese
che compra il silenzio,
vende il suo futuro a rate.
Sabina Patruno
Racconto scritto il 28/05/2026 - 14:10Voto: | su 0 votanti |
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