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Toc! Toc!


Batteva il mio bastone sulle fredde e umide mattonelle di questa street dove la nebbia faceva da padrona.
Non più persone ma sagome passeggiano in quel buio tenebroso.
«Ciao bello! Vuoi passare una serata indimenticabile?»
Ah! Il canto delle sirene che bea le orecchie del povero Ulisse. Lungi da me cascare in questo torbido inganno. Sarò io stesso a decidere quale creatura godrà della mia compagnia.
Passeggio. Passeggio e passeggio.
Passo dopo passo in mezzo a quella nebbia fitta.
Meravigliosa città Londra per uno come me. Tetra. Buia. Fredda. Il paradiso per un servo degli inferi.
Serata misera. Ma ecco! Che meraviglia! Quei capelli neri pece. Che scendono lungo le spalline lasciate nude da quel vestito usurato dal tempo. Divina con quei suoi occhi verdi che bucano il buio. La sua gola scoperta cade sul suo petto formoso che danza al ritmo del respiro.
«Ciao tesoro. Vuoi venire a divertirti con me?»
Oh! Che tuffo al cuore. Mi prende la mano e mi trascina dietro l’angolo.


«Solo tre penny tesoro.»
Mi infilo la mano in tasca. Ecco le monete. Prendi quel che ti spetta mia giovane tentatrice.
Ora però sta a me reclamare il mio premio.
La tua anima, per un pezzo della mia.


Ti afferro il collo. Stringo con forza. Vedo i tuoi occhi che si girano sempre di più. Le tue mani spingono sul mio petto nel tentativo di liberarti e sento le tue gambe che scalciano in cerca di libertà. Ecco! Arriva il momento. Quello che adoro. Quel millesimo di secondo in cui… Esala l’ultimo respiro. Che apollinea sensazione di onnipotenza! SUBLIME!
Che libidine. Quel viscido rosso che mi scorre tra le dita mi ipnotizza tutte le volte col suo colore purpureo. Nonostante il buio di questa fredda notte qui a White Chappel io sento caldo. Caldo nel fare il mio lavoro. Lo avverto nel sangue pompato dal cuore di questa terribile peccatrice. Nonostante i guanti lo sento. Sulle falangette delle mie mani. Sento il suo pulsare.
Mi inebrio in questo calore. Che profumo. Che estasi. Mi sento rinato quando la morte mi utilizza come tramite.
Egli lo sa. Egli sa che può contare su di me quando serve.
E infine ecco qui! Il fegato. Dove il mio signore deposita il suo succo.
«Diavolo!» Com’è gonfio. La signora si dava alla pazza gioia nonostante il mestiere che svolgeva.
Un’incisione qui. Una là. Ed ecco fatto. Lavoro finito.
«Signore è tempo di andare.»
«Calma James.» Il mio cocchiere. Un buon diavolo. Utile per quanto possibile. Non so che progetti ho per lui. Potrebbe essermi utile per il futuro. Anche se col nuovo millennio vedo difficile un roseo destino per i cocchieri.
Ed ecco la carrozza che riparte. Torniamo a casa James. Questa sera per cena avrò… fegato!




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Racconto scritto il 26/04/2020 - 15:29
Da Edoardo Glorioso
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