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Il naufrago

Stava scivolando dal barcone che lo avrebbe dovuto portare lontano dalla guerra. Sentiva che le sue mani allentavano la presa. Era troppo stanco per cercare di opporre resistenza. Chiuse gli occhi e si lasciò andare. Le vesti si gonfiarono dell’acqua del mare e presto il suo corpo aderì al fondale. Era finita. D’improvviso sentì che qualcuno gli liberava il viso dai lunghi capelli che lo ricoprivano e una voce di ragazzo iniziò a parlargli: “Non aver paura, prendimi la mano e vieni con me. Sono il ragazzo che avresti dovuto essere. Ogni povero, ogni derelitto, ha un alter ego che lo attende. Nessuno si accorge di noi, nessuno ci vede, anche se noi siamo sempre accanto a loro e non li abbandoniamo mai. Ma quando loro perdono la speranza, anche noi spariamo. Ci consumiamo come un fiammifero bruciato dall’aria.”. Il naufrago riaprì gli occhi e poi, con voce quasi assente, come parlando tra sé e sé, bisbigliò “Io non ho speranze da molto tempo ormai: anche quando dormo, non sognò più. Non ho desideri, non ho illusioni. Non ho ricordi felici da raccontare…forse solo la notte scorsa, dopo anni che non mi accadeva, sognai di quando ero bambino e giocavo con i miei fratelli a rincorrere i pollini del vento”. Il ragazzo lo interruppe: “Ecco, vedi! La tua speranza ti ha illuminato i ricordi. E la luce della speranza è quella che fa vivere me, che mi dà in questo momento la possibilità di parlarti. Prendi la mia mano. Seguimi!”. Il naufrago si guardò attorno: l’acqua scura degli abissi non lasciava filtrare nulla. Era solo buio e freddo quello che vedeva e sentiva. Stette per qualche minuto in silenzio. Infine si volse verso il punto da cui proveniva la voce del ragazzo e gli disse: “Va bene, ora mi preparo. Ma prima debbo chiederti un piacere. Dovresti togliermi dei pesi che non mi permettono di muovermi liberamente. Sono ancorati alle caviglie” Il ragazzo si portò alle caviglie del naufrago e vide due grossi massi legati con una corda ad esse. La carne tutt’attorno era rossa fuoco e si erano aperte diverse piaghe. Fece molta fatica a sciogliere i grossi nodi. “Su ogni masso c’è scritta una parola” disse il ragazzo. “Davvero?! Quali parole?” chiese il naufrago. “Indifferenza e intolleranza. Ma dimmi: chi te le ha messe?” chiese il ragazzo. Il naufrago reclinò il capo e con un filo di voce disse: “Non ha più importanza ormai dirlo: ora che tu mi hai liberato da queste zavorre, mi sento già meglio e sono pronto a seguirti. Ma, spiegami, dove mi vuoi portare?”. Il ragazzo iniziò a parlare e, mentre lo faceva, la sua voce risuonava da ogni anfratto, da sopra e da sotto, da tutti e quattro gli orizzonti. Il fondale iniziò a tingersi dell’oro dei raggi di sole mentre l’acqua si muoveva in cerchi concentrici “Ti porterò in un posto dove le ferite potranno essere richiuse dai baci, come quando eri piccolo. Potrai essere fragile e delicato come un soffione su un filo di vento, ma vivo sino a che il vento continuerà a soffiare: potrai giocare con tutti i colori dell’arcobaleno, sventolare il viso con un’ala fatta di luce, risalire sopra l’onda del mare con un canto nel cuore”. Il naufrago si levò in piedi senza sforzo. Si guardò le caviglie e le ferite che tanto gli dolevano erano già sparite. Si sentiva bene, riposato e forte. Vide finalmente la sagoma del ragazzo. Prese la mano che gli tendeva e si avviò con lui. Ogni passo che facevano aumentava la luce intorno a loro. Iniziarono a correre forte, sempre più forte. Man mano che correvano, il ragazzo diventava sempre più visibile mentre il naufrago sempre più diafano, sino a sparire del tutto. Intanto, dall’altra parte del mondo, i cieli erano squarciati dal vagito di un nuovo nato.



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Racconto scritto il 31/03/2023 - 12:44
Da LAVINIA FRATI
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