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Clara Dipino

«Colpa di un cane che mi ha spaventato da piccina!»
Così giustificava la sua incapacità ad avere figli. Lo diceva con un mezzo sorriso, come se fosse una storiella buona per zittire le curiosità altrui, una spiegazione semplice, automatica, dietro cui nascondere qualcosa di più complicato. In realtà non ci credeva neanche lei fino in fondo, ma quella versione le era diventata comoda, una specie di scudo leggero da sollevare ogni volta che qualcuno osava fare la domanda di troppo.
Sua madre l’aveva allevata da sola, con una dignità ostinata e un silenzio che non ammetteva repliche. Il marchio di figlia di NN, in un piccolo paese, era come una macchia d’inchiostro su una camicia bianca: non importava quanto fosse pulita, tutti vedevano solo quello. Le altre donne abbassavano la voce quando passavano, gli uomini si concedevano occhiate lunghe, curiose, a metà tra la pietà e qualcosa di meno nobile.
Eppure sua madre non si era mai piegata. Lavorava, cuciva, faceva di conto meglio di tanti uomini, e la sera sedeva sulla sedia vicino alla finestra, con la schiena dritta, come se il mondo intero dovesse rendere conto a lei. Non parlava mai del padre. Non una parola, non un accenno. Era un vuoto preciso, tracciato con cura.
Nel dopoguerra, quando tutto sembrava ricominciare senza davvero cambiare, aveva sposato quell’uomo più giovane. Era arrivato con un bastimento carico di italiani cacciati dalle ex colonie, gente con poche valigie e troppi ricordi. Lui portava addosso l’odore del mare e una nostalgia che non sapeva raccontare. Aveva mani grandi, abituate al lavoro, e uno sguardo che si perdeva spesso lontano, come se cercasse qualcosa che non c’era più.
La sua presenza bastava a ricordare a tutti la guerra che volevano dimenticare. Per questo all’inizio lo guardavano con diffidenza, come si guarda un oggetto rotto che si teme possa rompersi ancora. Ma lui parlava poco, lavorava molto, e col tempo era diventato parte del paese, come una pietra aggiunta a un muro già vecchio.
Vivevano tranquilli in una piccola casa tutta corridoi, due stanze e una chiostra in via della Scuola comunale. D’estate la luce entrava obliqua e faceva brillare la polvere nell’aria; d’inverno il freddo si infilava sotto la porta e si fermava nei muri. Non era una casa bella, ma era la loro, e tanto bastava.
I due cani erano la loro vera famiglia. Uno bianco, nervoso, sempre in allerta; l’altro scuro, più lento, con occhi buoni e pazienti. Li amavano in un modo semplice e totale, fatto di carezze distratte, avanzi condivisi e parole dette come se potessero capire tutto. Lei li chiamava “i miei figli”.
A volte, la sera, lui le chiedeva: «Ma davvero è stato un cane?»
Lei si stringeva nelle spalle, senza guardarlo. «Così dicono.»
Non aggiungeva altro. Non parlava delle visite dal medico, dei silenzi pesanti, delle attese finite in niente. Non parlava di quel senso di mancanza che le si era incastrato dentro senza fare rumore, come una porta chiusa male che nessuno riesce più ad aprire.
Eppure, ogni tanto, quando uno dei cani si addormentava con la testa sulle sue ginocchia, lei restava immobile a lungo, accarezzandolo piano. In quei momenti il suo sguardo cambiava, si faceva più lontano e più tenero insieme, come se per un istante intravedesse una vita diversa, possibile e mai accaduta.
Poi qualcuno passava per la strada, una voce la richiamava, e lei tornava quella di sempre.
«Colpa di un cane», diceva ancora, con quel mezzo sorriso.
E nessuno, davvero, sapeva se stesse mentendo agli altri o a se stessa.



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Opera scritta il 31/03/2026 - 11:12
Da Glauco Ballantini
Letta n.314 volte.
Voto:
su 2 votanti


Commenti


Grazie del commento, è un po' una storia del secondo dopoguerra in un piccolo paese...

Glauco Ballantini 02/04/2026 - 07:44

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È uno dei più bei racconti che qui ultimamente abbia letto, ha dello spessore, una analisi precisa dell'animo umano. Bravissimo!

Etincelle . 01/04/2026 - 20:12

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