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Giudici o giustizieri

Giudici o giustizieri?


Camminava rasente ai muri, cercando di confondersi con l’oscurità della sera.
L’uomo, sessant’anni mal portati, indossava un impermeabile sgualcito, grigio come la sua figura, i pochi capelli unti, color cenere, partendo appena al disopra dell’orecchio sinistro, attraversando l’intera calotta cranica nel vano tentativo di occultare una calvizie all’ultimo stadio, terminavano la loro corsa accanto all’orecchio del lato opposto.
Il viso scarno tradiva una sofferenza antica, oltre alla paura di non riuscire a portare a termine il piano meticolosamente studiato per settimane.
«Eccolo!» esclamò, puntando lo sguardo su una macchina parcheggiata al lato opposto della strada.
Attraversò rapidamente la via e, altrettanto rapidamente, si sedette accanto all’uomo seduto al posto di guida.
«Si va?» chiese l’uomo corpulento dalla folta capigliatura, forse tinta, nera corvina, che assieme al giubbotto di pelle stile militare contribuiva non poco ad abbassarne l’età percepita.
«Qualche dubbio?» ribatté, fissandolo nello sguardo, l’uomo dall’aspetto grigio come il suo impermeabile sgualcito.
«No, nessun dubbio… sono pronto!» rispose convinto l’altro.
«Allora andiamo!»
L’uomo alla guida annuì, prese dal sedile posteriore una cartelletta e gliela passò, dicendo: «Tieni! E’ la relazione sull’altro indagato… Avevi visto giusto, è uno di quei bastardi», una leggera increspatura nella voce tradì, assieme alla rabbia ostentata, la commozione dell’uomo.
Mentre la macchina percorreva le vie della città, l’uomo grigio come il suo impermeabile sgualcito aprì la cartella e lesse il rapporto. “Già al primo sguardo avevo capito che mentiva, ne ho visti troppi in trentacinque anni di bastardi passarmi davanti. Quella fissità troppo caricata, esageratamente accentuata, avrebbe potuto ingannare un pivello alle prime armi… purtroppo per te, sei capitato nell’ufficio sbagliato”, rifletteva, scorrendo il particolareggiato rapporto.
«Lo hai filmato?» chiese poi, chiudendo la cartella.
L’altro annuì, prese dalla tasca del giubbotto una chiavetta USB e gliela porse, esclamando: «Tieni!» Poi, mostrando un sorriso sornione, proseguì: «E’ stato un gioco da ragazzi, tutto il contrario del soggetto che andremo a visitare stasera. Se non mi avesse aiutato la fortuna, questo non l’avremmo mai incastrato. Il primo colpo di fortuna è stato trovare le finestre del suo appartamento dirimpetto a quelle delle camere di un alberghetto sul lato opposto della via. Ma riprendere i suoi movimenti all’interno della casa, non è stato un gioco da ragazzi… no, non lo è davvero stato! Il bastardo è molto scaltro, ogni volta che rientrava, prima di deambulare nei locali calava delle pesanti tende davanti alle finestre. E’ durato più di un mese l’appostamento. Poi, il secondo e decisivo colpo di fortuna: l’aria irrespirabile di un’afosa notte di luglio lo costrinse a tener aperta la finestra della camera. Il mattino seguente, forse perché ottenebrato dal caldo che non gli dava tregua, si alzò dal letto scordandosi della finestra aperta. Accortosi dell’errore corse ad abbassare la tenda, purtroppo per lui, troppo tardi. Quel minuto scarso mi ripagò delle fatiche e le delusioni di un intero mese di appostamenti andati a vuoto».
«Non sminuire il tuo lavoro, hai agito come solo un bravo investigatore sa fare. Senza l’esperienza accumulata in anni di onesto servizio, la fortuna non sarebbe bastata», obiettò l’uomo grigio come il suo impermeabile sgualcito.
«Ecco là il professore!» esclamò improvvisamente l’altro mentre accostava accanto al marciapiede, indicando un uomo alto e distinto che stringendo nella mano destra una borsa da medico avanzava verso di loro.
L’uomo senza indugiare un attimo aprì la portiera posteriore. Dopo essersi accomodato all’interno si tolse il Borsalino e lo posò sul sedile, mostrando un cranio completamente calvo. «Ciao Marco!» esclamò, rivolgendosi all’uomo alla guida. «Ciao Aldo!» disse di seguito, rivolgendosi all’altro.
«Ciao professore!» risposero quasi all’unisono i due.
Aldo ruotò la testa di lato, in modo da comprendere nel campo visivo lo sguardo degli altri due. «Se avete ancora dei dubbi, esternateli ora, siete ancora in tempo a ritirarvi» disse, fissando alternativamente i loro sguardi.
«Nessun dubbio!» confermò ancora una volta l’uomo alla guida, Marco.
«Nessun ripensamento!» replicò prontamente il professore.
Aldo strinse le labbra e annuì soddisfatto. «Allora, che giustizia sia fatta!» concluse con enfasi.
Dopo aver percorso strade per altri venti minuti, parcheggiarono all’inizio di una via della periferia profonda.
«Che ore sono?» chiese il professore.
«Le dieci!» rispose Aldo.
«Il soggetto, solitamente lascia il bar alle dieci e trenta… un quarto d’ora dopo, rientra in casa», li informò Marco.
I tre scesero dalla macchina e, con fare circospetto, s’incamminarono lungo la via deserta.
«E’ qui», sussurrò Marco, indicando l’ingresso di un vecchio palazzo.
«Le chiavi?» chiese Aldo.
Marco prese due chiavi dalla tasca del giubbotto, stringendole fra l’indice e il pollice le mostrò agli altri, e aprendole come si fa con le carte da gioco, inorgoglito esclamò: «Mi sono procurato le coppie!»
«Come hai fatto?» venne spontaneo chiedere ad Aldo.
Marco alzò un sopracciglio. «Segreto professionale.»
«Ho capito: vecchie conoscenze di quando battevi i bassifondi per lavoro», commentò Aldo.
Marco si limitò a sorridere sornione. Poi prese la prima chiave, aprì la porta dell’androne ed entrò seguito dagli altri due. Dopo aver accostato delicatamente la pesante porta di ferro indicò l’ascensore.
In silenzio entrarono nell’angusto spazio, Quando furono dentro, Marco, usando la seconda nocca del dito indice per non lasciare impronte (più per deformazione professionale che per reale necessità), schiacciò il pulsante che portava impresso il numero uno.
Mentre l’ascensore saliva, il professore trasse dalla borsa dei guanti chirurgici e li passò agli altri che, al par suo, li indossarono rapidamente.
Quando l’ascensore si arrestò, Marco aprì la porta, lanciando lo sguardo prima a destra poi a sinistra si accertò che il lungo e poco illuminato corridoio fosse deserto, quindi fece cenno agli altri di seguirlo.
Indicò una porta a metà del corridoio, la raggiunse e usando la seconda chiave la aprì. Subito dopo con il cenno della mano invitò gli altri ad entrare velocemente, poi chiuse la porta alle sue spalle.
L’appartamento era rischiarato dalla luce dell’illuminazione della pubblica via che penetrava attraverso le finestre prive di scuri.
Passando davanti alla porta aperta della cucina, i tre si soffermarono sull’arredamento adattato per una persona disabile. Di seguito, scuotendo la testa, buttarono l’occhio al bagno per andicappati: era un appartamento che il comune assegnava gratuitamente ai portatori di handicap.
Marco indicò il divano del piccolo salotto e, in silenzio, li invitò ad accomodarsi; poi si appostò accanto alla finestra e si mise a scrutare la sottostante strada.
Attesero in silenzio per un quarto d’ora abbondante, fino a quando Marco si staccò dalla finestra e raggiunse gli altri.
«Sta salendo», sussurrò senza aggiungere altro.
E tanto bastò ad attivare gli altri due.
Il professore aprì la borsa, ne trasse del cotone e una bottiglietta di cloroformio.
Aldo andò a nascondersi dietro la porta aperta della cucina, imitato dagli altri due.
Quando udirono gli scatti della serratura, i battiti cardiaci iniziarono a salire e i muscoli s’irrigidirono.
L’uomo, spingendo la carrozzella per disabili, entrò nell’appartamento, la fece ruotare di centottanta gradi, chiuse la porta, inserì la chiave nella toppa e iniziò a ruotarla.
Era il segnale che i tre, nascosti in cucina, attendevano.
A un cenno di Marco si precipitarono verso l’ingresso. Fu questione di attimi, l’uomo non ebbe nemmeno il tempo di gridare; mentre Aldo e Marco lo tenevano fermo, il professore spingeva il tampone imbevuto di cloroformio contro la bocca e il naso dell’uomo che, agitandosi, in pochi secondi perse i sensi.
Svegliandosi in preda a un forte mal di testa, si trovò con la faccia premuta contro il cuscino del letto.
Provò a girarsi, ma si accorse di essere impossibilitato a farlo: i polsi erano saldamente legati alle sbarre di ferro del letto con del robusto nastro adesivo.
Subito dopo, accorgendosi di non riuscire a muovere le gambe, fu colto dal panico.
Spaventato, provò a urlare, ma la bocca costretta dal nastro adesivo non riuscì a emettere che un sordo: «Uhmmm!»
«Non agitarti, non serve», esordì in tono calmo Aldo.
L’uomo, volgendo lo sguardo spaventato alla sua sinistra vide i capelli lunghi e appiccicosi attraversare il cranio di Aldo e il volto coperto da una mascherina chirurgica.
«Sei spaventato perché ti pare di non poter muovere le gambe? Eppure non lo dovresti essere, sei paraplegico. Sono più di venticinque anni che percepisci la pensione d’invalidità», proseguì con sarcasmo.
L’uomo strattonando le braccia fece vibrare il letto.
«Calmati, non serve a niente agitarsi… le tue gambe funzionano benissimo… il professore le ha solo anestetizzate con un’epidurale», riprese Aldo, alzando leggermente il tono.
L’uomo sembrò accettare il consiglio, allentò la tensione delle braccia e tirò un lungo respiro.
«Molto bene», disse Aldo, guardando gli altri due che, con il volto occultato dalle mascherine chirurgiche, osservavano immobili la scena dall’altro lato del letto.
Poi tornò con lo sguardo sull’uomo e proseguì: «Ho fatto un calcolo approssimativo; in più di venticinque anni hai sottratto a chi ne ha veramente bisogno… trecentomila euro… euro più, euro meno. Oltre all’appartamento sottratto a un vero paraplegico, che il comune ti ha assegnato gratuitamente! Ora, con il cenno del capo prova a rispondere alla mia domanda: saresti in grado di restituire il maltolto a chi ne ha veramente bisogno?»
L’uomo non riusciva a comprendere il senso della domanda, dopo una breve riflessione fece cenno di no.
«Lo sospettavo!» esclamò deluso Aldo. E proseguì chiedendogli: «Quanti ne puoi restituire… centomila?»
L’uomo sbarrò gli occhi, e scuotendo nervosamente il capo fece ancora cenno di no.
«Ho capito, non puoi restituire nemmeno un euro», tirò le somme Aldo.
L’uomo confermò scuotendo il capo.
Aldo sospirò. «Se non possiedi niente, e hai scartato a priori l’ipotesi di cercarti un onesto lavoro, è giusto che lo stato pensi hai tuoi bisogni permettendoti, ogni primo del mese, di ritirare l’agognata pensione… E noi, ti daremo modo di farlo a testa alta, senza doverti vergognare ogni volta, leggendo la sofferenza negli occhi di uomini e donne colpiti dal destino cinico e baro che, a par tuo, attendono pazientemente di ritirare la loro misera pensione.»
L’uomo fissò con sguardo interrogativo Aldo, cercando di capire dove volesse andare a parare il sarcasmo del suo interlocutore.
Aldo fece un cenno al professore, che reagì prontamente versando il cloroformio sul tampone, e prima di scostarsi dal letto concluse: «Da stasera potrai esibire il tuo handicap senza tema di essere scoperto, o smentito da chicchessia».
L’uomo non ebbe il tempo di comprendere il senso della promessa insita nella frase di Aldo. Il professore, premendo il tampone contro il naso, non gliene diede il tempo.
Quando l’uomo perse i sensi, Marco, strappandogli la camicia fuori dai pantaloni gli scoprì la parte bassa della schiena. «Così è abbastanza?» chiese al professore.
«Sì», rispose laconico, mentre estraeva dalla borsa un sottilissimo bisturi.
«Professore!» esclamò Aldo, attirando la sua attenzione. «Solo l’uso delle gambe, per quello percepisce la pensione, e quello deve perdere. Mi raccomando!»
«So ancora farlo il mio mestiere!» replicò stizzito il professore.
«Hai ragione, scusa… è la tensione… scusa ancora», chiosò in tono contrito Aldo.
Il professore annuì soddisfatto e, contando mentalmente, inizio a far scorrere le dita lungo le vertebre; mentre Marco, tenendo in mano l’abat-jour, illuminava la zona da operare.
Improvvisamente si arrestò, e con un colpo deciso affondò l’affilato e sottile bisturi in mezzo a due vertebre.
Subito dopo lo estrasse, asciugò con del cotone disinfettato il piccolo versamento di sangue e applicò un cerotto sulla ferita.
«Fatto!» esclamò, rimettendo il bisturi nella borsa.
«Giustizia è fatta!» annunciò Marco, svolgendo velocemente il nastro adesivo che legava al letto i polsi dell’uomo; poi strappo il nastro che copriva la bocca e buttò il tutto nella borsa del professore, assieme alle mascherine chirurgiche indossate dai tre durante l’operazione.
Il professore, seguito da Aldo, si precipitò verso l’uscita.
Marco diede un’ultima rapida occhiata all’intorno poi corse verso l’ingresso; aprì la porta, guardò lungo il corridoio, fece cenno agli altri di uscire e li seguì chiudendo la porta alle sue spalle.
Mentre l’ascensore scendeva, si levarono i guanti chirurgici e li gettarono nella borsa del professore. Quando furono in strada respirarono a pieni polmoni l’aria fresca della sera e s’incamminarono con passo svelto per raggiungere la macchina parcheggiata poco distante. Giunti accanto alla vettura salirono a bordo e partirono rapidamente in direzione del centro.
«Come si può fare per rendere non vedente una persona che ci vede benissimo?» domandò Aldo, rompendo il silenzio pesante che alleggiava nell’abitacolo.
«Con due gocce di acido sulle pupille», rispose il professore.
«Uhm… troppo doloroso», sentenziò Aldo, giudicando il metodo troppo invasivo.
«Si potrebbe usare il laser: veloce e indolore. Il problema è come procurarsene uno», replicò il professore.
Aldo rifletté a lungo. «La settimana prossima decideremo quale metodo usare», giunse a concludere, tacendosi definitivamente.
Quelle furono le ultime parole pronunciate all’interno dell’abitacolo. La tensione per quella che era stata la loro prima sentenza da giudici (o giustizieri?) delle false disabilità, li aveva svuotati di ogni energia mentale.
Il professore salutò i due e scese nel punto dove poche ore prima era salito a bordo della vettura.
Aldo scese qualche isolato più avanti e prima di avviarsi verso casa rimase a guardare la macchina che si allontanava.


Aprendo la porta di casa, il professore udì il suono provenire dal televisore acceso, posò la borsa in anticamera e si avvicinò alla poltrona sulla quale si era addormentata sua moglie. «Ciao cara, sono tornato», sussurrò, baciandole la fronte.
La donna alzò stancamente le palpebre e sorrise.
«Andiamo a letto, è tardi», aggiunse il professore in tono amorevole.
«Devo andare in bagno», lo informò volgendo lo sguardo di lato, quasi avesse a vergognandosene.
Il professore annuì accarezzandola, poi sistemò la carrozzina accanto alla poltrona, l’aiutò a sedersi e la spinse delicatamente in bagno, l’aiutò ad accomodarsi sopra la tazza, uscì e attese che lo richiamasse.
La fece sedere nuovamente sulla carrozzina, la spinse accanto al letto e l’aiutò a sdraiarsi sopra il materasso, la coprì e andò in bagno a prepararsi per la notte.
Tornò in camera e s’infilò sotto le coperte. «Buonanotte, cara», mormorò prima di spegnere la luce.


«Sei stanca, vai a dormire, resterò io fino a domattina» disse Marco, rivolgendosi alla moglie seduta accanto al letto del figlio, affetto da una rara malattia genetica che necessitava della costante presenza di qualcuno in grado, in caso di crisi respiratoria, di attivare delle manovre salvavita.
L’esigua pensione d’invalidità del ragazzo bastava appena per pagare le costosissime medicine; non potendo permettersi di ingaggiare un infermiere, lui e la moglie dovettero seguire un corso accelerato per imparare a gestire le sempre più frequenti situazioni di crisi respiratorie.
Per questo motivo, per potersi dedicare alla cura del figlio, Marco fu costretto a soli cinquant’anni a chiedere il prepensionamento e abbandonare la professione d’investigatore della squadra anticrimine.


Appena tornato a casa Aldo prese la chiavetta, la inserì nel pc e si mise a guardare il filmato ripreso da Marco.
Le prime immagini mostravano un uomo con gli occhiali scuri che avanzava tentennando, tastando con il bastone bianco in uso ai non vedenti il terreno davanti ai suoi passi mentre si apprestava a entrare in un ufficio postale per ritirare la pensione d’invalidità.
Di seguito, lo stesso uomo, seduto su una panchina del parco, era colto nel gesto di togliersi gli occhiali scuri e di mettersi a leggere un quotidiano; poi ad attraversare con passo spedito un incrocio trafficassimo e, infine, a entrare in un bar e compilare una schedina del superenalotto.
Aldo ripassò le immagini diverse volte. “Meriteresti di provare il massimo del dolore, l’acido sarebbe perfetto… Ma noi siamo giudici, non aguzzini, vedremo di trovare il laser, in maniera che tutto si svolga in modo indolore”, rifletteva, guardando schifato le immagini.
Spense il pc e s’infilò sotto le coperte. «Buonanotte, amore», sussurrò con trasporto, baciando il ritratto della moglie, morta quindici anni prima investita da un ubriaco che, com’era d’uso concludere la riflessione su quel tragico giorno ogni sera prima di addormentarsi, non avrebbe potuto guidare se fosse stato veramente cieco, come dichiarava di essere per percepire la pensione d’invalidità; o, in subordine, non avrebbe potuto ubriacarsi senza il denaro illecitamente percepito.
Il timido accenno di pentimento protrattosi dal momento dell’esecuzione della pena al falso paraplegico, svanì guardando rapito il ritratto dell’amata. E il sonno dei giusti, impadronendosi dei suoi pensieri spazzò via ogni residua scoria.


La notte della loro prima sentenza la trascorsero abbastanza tranquillamente. Un'altra pena già attendeva di essere applicata. E molti altri casi attendevano il giudizio inappellabile dei giudici (o dei giustizieri?) delle false disabilità.

FINE




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Racconto scritto il 10/02/2019 - 18:31
Da vecchio scarpone
Letta n.177 volte.
Voto:
su 3 votanti


Commenti


Ti ringrazio.
Ciao Ernesto.
Giancarlo

vecchio scarpone 22/02/2019 - 10:24

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Bel racconto.

Ernesto D'Onise 21/02/2019 - 18:45

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Sono lieto che ti sia piaciuto. Il racconto in pratica chiede al lettore di decidere se si tratta di giustizia o vendetta, ovvero se per punire alcuni odiosi crimini, si può applicare il principio: occhio per occhio, dente per dente. Ti ringrazio.
Ciao Lidia
Giancarlo

vecchio scarpone 11/02/2019 - 21:00

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Ti ringrazio per l'apprezzamento.
Ciao Barbara.
Giancarlo

vecchio scarpone 11/02/2019 - 20:54

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Bellissimo racconto, avvincente e pieno di pathos. Complimenti

lidia filippi 11/02/2019 - 14:24

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splendido racconto

Barbara Lai 11/02/2019 - 14:10

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