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Pietra Rosa - Storia vera di una piccola emigrante (terza parte)

Finalmente capivo


Mio padre non parlava mai del tempo vissuto durante la guerra. Un giorno venne a farmi visita a Viedma dove abito ancora oggi.
Seduto a tavola con le mani appoggiate al bastone, i pantaloni marroni, il suo solito maglione grigio fatto da mia madre, aspettava il tè. Era di pomeriggio. Parlavamo del più e del meno, mio padre amava parlare con me di tutto. Aveva con me un rapporto confidenziale come fossi il suo migliore amico. Mi diceva cose che non diceva agli altri membri della famiglia così gli dissi a bruciapelo:
come mai il tuo piastrino di guerra ha delle iniziali diverse dal tuo nome?
Nessuno di voi ha mai fatto domande su questo periodo della mia vita. Comunque…… dopo tre anni di guerra mi hanno mandato al nord. Ero di guardia ad una stazione ferroviaria un po’ lontana dal centro abitato. In Italia c’era stato l’armistizio, quindi anche noi italiani eravamo in pericolo. La gente ascoltava con attenzione le notizie sull’avanzata dei tedeschi. Da noi fu inviato un giovane ad avvisarci che erano vicini. Raccogliemmo le nostre cose e in tutta fretta cominciammo a scappare. La fuga durò poco. Un piccolo gruppo di tedeschi avvistò me e il mio compagno e fummo presi prigionieri. Facemmo il viaggio a piedi accompagnati da un solo soldato, passo dopo passo la stanchezza cresceva insieme alla speranza che il nostro aguzzino crollasse prima di noi. Dopo due giorni di stenti, di angherie ..le nostre preghiere furono ascoltate. Il soldato non resse più e si addormentò. Non ci sembrò vero. Gli demmo una botta in testa e cominciammo a correre senza meta. Guardavamo avanti come se ciò utopicamente significasse raggiungere più velocemente la salvezza e scongiurare la possibilità di essere inseguiti. La nostra corsa ebbe fine nella città di Como, qui vagammo per le strade aspettando che il cielo ci soccorresse in qualche modo. Una famiglia che abitava in periferia, ci aiutò nonostante il pericolo che correva nascondendo due prigionieri di guerra fuggiti fortunosamente. Eravamo stanchi, sporchi, le mani piene di piaghe, il colore della pelle faceva capolino a tratti. Eravamo ridotti a brandelli umani, dello splendore della nostra divisa restavano solo i bottoni dorati che luccicavano accanto al camino. La signora Ada aveva subito acceso il fuoco e si era seduta di fronte a noi su una piccola seggiola, mentre per noi due aveva avvicinato le sedie del tavolo da pranzo. Ci guardava in silenzio, aveva un viso buono. Doveva essere stata una bella donna prima della guerra. Sorrise soddisfatta quando sulle nostre guance scavate comparve un po’ di colore, poi si alzò e scomparve. Ugo era seduto alla mia sinistra, aveva gli occhi chiusi. Forse stava pensando alla moglie, ai parenti, agli amici e guardando la brace che andava formandosi sotto la legna che bruciava velocemente, mi resi conto che questi erano i miei di pensieri, erano i miei parenti e i miei amici e mi resi conto che non sapevo niente del mio compagno di sventura. I miei pensieri furono interrotti dall’arrivo della signora Ada e da due piatti di zuppa calda. Dopo un paio di giorni di riposo cominciammo a ritrovare le forze e per ringraziare dell’aiuto e delle cure cercavamo di renderci utili, soprattutto nella cura dell’orto. Un giorno chiesi alla signora perché facesse questo per noi e lei mi rispose che aveva un figlio in guerra e che sperava, in caso di bisogno, che anche il figlio trovasse persone disposte a dargli una mano.
A questo punto del racconto mio padre scoppiò in lacrime, io feci lo stesso, sentivo dentro una sensazione di gran rabbia per il suo dolore
- papà fermati! Non continuare, non sopporto la tua sofferenza nel ricordare.
Lui mi guardò con tanta tenerezza:
no, lasciami continuare, per me sarà una liberazione, sono tanti anni che ho tutto chiuso dentro e a volte mi sembra che il passato non finisca mai e non capisco perché lo chiamiamo passato se non ci lascia vivere il presente senza la sua presenza.
- papà tutto diventa passato, lo sai. E’ difficile lasciare il dolore nel passato e dimenticarlo. Anzi è impossibile. Ognuno di noi è simile al contenuto di un recipiente. Il recipiente è la nostra vita. Quando questo recipiente sarà pieno di azioni, di sentimenti, di speranze, delusioni, gioie, lacrime e il tutto sarà mescolato e analizzato alla fine della nostra vita ci darà il risultato di ciò che siamo come un conteggio matematico. Perché solo alla fine? Perché prima mancherebbe sempre qualcosa una lacrima, qualche sorriso, una buona o cattiva azione e l’autopsia della nostra vita non sarebbe veritiera. Per questo il passato non si può dimenticare. Il passato siamo noi, siamo fatti di passato ed esso è l’unica certezza, più della morte. La morte non esiste, esiste il pensiero che si arresta ma tutto il resto vive e vivrà per sempre trasformato in altra materia ma non avrà mai fine. La vita andrà in letargo per un tempo per poi riprendere con una ricongiunzione dei suoi elementi. Il passato bisogna renderlo indolore tenendolo sempre presente. Scusa per la parentesi. Continua pure il tuo racconto.
- Non possedevo nulla di valore da donare alla famiglia che ci ospitava ma solo le mie braccia e quelle le avevo messe a disposizione sin dai primi giorni. Mi sentivo in debito, volevo lasciare loro qualcosa che per me era prezioso. Un pomeriggio dopo aver lavorato nell’orto, seduto su un tronco guardavo le mie mani e pensavo a tutte quelle cose che non volevano fare e avevano fatto e a quelle che avrebbero voluto fare e non fatto. Carezzare il viso di tua madre, tenere in braccio Maria e vederla crescere, giocare con lei. Fucili, bombe, divise, elmetti……Le guardo ancora e ….non sono nude sull’anulare della mano sinistra ecco quel qualcosa di prezioso che cercavo, l’unico che possedevo, la fede nuziale. A questo punto, senza pensarci su tolsi l’anello, corsi in casa presi tra le mani, la mano della Signora Ada e vi chiusi con delicatezza il mio unico gioiello. Lei aprì la mano guardò la fede, gli occhi le s’inumidirono:
No, non possiamo accettare. Se hai dato, a suo tempo, il giusto valore a questo anello non è giusto che te ne privi.
Ne aveva eccome, di valore, però non dissi nulla e insistetti affinché lo prendessero. Era tanto grande il debito di riconoscenza che sentivo nei loro confronti che non mi sfiorò, ad esser sincero, minimamente il significato della fede nuziale né tanto meno la giusta reazione di tua madre. Questo gesto infatti mi procurò, non pochi problemi con lei che, presa dalla gelosia pensava avessi donato l’anello non con l’intento di ripagare in qualche modo l’ospitalità ricevuta, ma con scopi ben diversi. La signora Ada aveva una figlia e ancora oggi dopo tanti anni lei è convinta che io l’abbia regalata a quella ragazza.
Dopo pochi mesi i tedeschi giunsero fino a Como, facevano perquisizioni nelle case e rastrellamenti a tappeto. A questo punto i nostri buoni samaritani ritennero opportuno nasconderci in un luogo più sicuro. Il signor Giacomo ci condusse in una grotta in montagna e ci promise che ogni giorno avrebbe provveduto a portarci il cibo. Io e Ugo parlammo a lungo, i nostri volti e le nostre parole dapprima rassegnati ad un tratto senza rendercene conto trovarono nuova forza e coraggio.
- In Svizzera se riuscissimo ad arrivarci….. Ho sentito che il Signor Giacomo diceva della Svizzera.
Chi poteva dire quando sarebbe finita la guerra?
Ci terrorizzava il fatto di non sapere per quanto tempo si sarebbe prolungata la nostra diciamo “permanenza” una volta rintanateci in quella grotta.
senti Ugo perché non scappiamo invece in Svizzera? Che ne pensi?
Dico di si e che Dio ce la mandi buona. Del resto non è che abbiamo altre alternative.
Ok allora.
Senta Signor Giacomo visto che ha fatto tanto per noi e che conosce la persona che aiuta i soldati ad attraversare la frontiera io e Ugo abbiamo deciso di andare in Svizzera.
Va bene vi metterò in contatto.
Insieme alla decisione di scappare in Svizzera io e Ugo ci scambiammo la promessa che se ci saremmo salvati avremmo scambiato il nostro piastrino. Dopo tre giorni eravamo pronti a partire. Non fu facile separarci dalla Signora Ada e da suo marito. Non lo fu nemmeno per loro. Non sto a raccontarti i particolari del commiato perché fu molto triste. Ci incamminammo verso l’imbrunire, seguivamo il nostro uomo come due fedeli cagnolini. Avanzavamo lentamente. Spesso dovevamo nasconderci per non incappare nella ronda dei soldati tedeschi.
Ecco la frontiera io non proseguirò. Da questo momento dovete vedervela da soli. Mi raccomando fate attenzione, strisciate come vermi e non fate il minimo rumore. Potete farvi scorgere solo quando avrete toccato il suolo svizzero.
Seguimmo alla lettera i consigli del nostro accompagnatore. Non so per quanto tempo strisciammo il suolo. Era ancora buio quando avevamo attraversato la frontiera.
aspettiamo l’alba per farci vedere.
Hai ragione Domenico meglio di giorno così evitiamo che ci sparino addosso.
Ci alzammo in piedi con le mani in alto e bene in vista.
Chi siete e da dove venite?
Siamo italiani fuggiti ai rastrellamenti dei tedeschi.
Dopo un breve interrogatorio ci condussero in un campo da calcio dove avevano allestito tanti piccoli alloggi proprio per i soldati di altri paesi. Ci diedero una stanza, letti, coperte, cibo, sigarette e tante altre cose, cose di cui non sapevamo cosa farne perché ormai ci eravamo abituati al necessario e talvolta a privarci anche di quello.
- sai Ugo vorrei raccattare cocci per strada e farne di nuovo delle bottiglie. Bottiglie ferite. Noi siamo mille pezzi dietro pugni insanguinati, frantumi di sangue, non più rosso, ci scivolano nelle vene. I nostri oggi sono anemici e i nostri domani da nutrire. Però non siamo fantasmi, i fantasmi non si riflettono, non hanno sangue. Noi ci riflettiamo ancora, siamo vivi. Anche se la nostra vita è un continuo ripetersi di stanchezza, di paure, di fughe siamo vivi.


Primi anni


Arrivati in Argentina, siamo stati così male, mio padre non aveva lavoro. Gli operai erano in continuo sciopero. Poi trovò lavoro nel porto a scaricare e caricare le navi. Mia sorella invece andò a lavorare in una fabbrica di pasta. Io invece iniziai la scuola. Non c’era una scuola bilingue. Ricordo come fosse oggi il primo giorno di scuola. Mia madre mi agghindò di tutto punto per fare bella figura. Il grembiulino bianco lo aveva portato da Pollina. Mi pettinò per bene e mi pose fra i capelli un fiocco bianco come il grembiule. Mi accompagnò in classe e se ne andò lasciandomi impaurita e spaesata. L’insegnante appena mi vide mi prese per mano e mi fece camminare per l’aula per far vedere la straniera. Per loro era la novità per me la sofferenza.
Parla, parla italiano!
Che brutti ricordi. Ero la bestia rara che parlava un'altra lingua. Mi alzavano il grembiule per vedere cosa indossavo sotto. I vestiti italiani. Fu così per due lunghi mesi. Avevo sempre tanta gente attorno, che mi scrutava, mi studiava. Finito l’anno scolastico non avevo imparato nulla della lingua castellana. Non fu facile fare amicizia. Trascorsero sei mesi prima che facessi amicizia con una bambina che abitava nella mia stessa strada. Si chiamava Norma. Mi accolse nella sua casa e giocavamo insieme.
Un ricordo che ho sempre vivo è il matrimonio di un dottore che abitava di fronte. Lo ricordo perché chiamarono me e mio fratello Francesco che allora aveva un anno e mezzo e ci offrirono confetti e dolci. Fu questa nuova famiglia che mi diede la gioia della prima bambola. Brave persone. Mi aiutarono molto. La tristezza però era sempre nel mio cuore. I giorni passavano e mai arrivava quello del ritorno. Così iniziai a piangere per due anni e sera dopo sera iniziai a chiudermi in me stessa. Persi l’allegria, mi avevano allontanato dalla persona che più amavo: mia nonna. Era stata lei a crescermi fino alla partenza. Voleva che restassi in Sicilia con lei ma i miei genitori non vollero. Ricordo ancora le nostre lacrime, la nostra sofferenza per la separazione. Litigavo ogni giorno con mamma e papà perché il giorno per ritornare in Italia non arrivava mai. Litigavo per le bugie che mi avevano detto.
All’età di tredici anni, quando tutti andavano alle superiori io andai a lavorare perché non c’era la possibilità di continuare a studiare. Avrei voluto continuare a giocare ma la vita per me non aveva giocattoli. Iniziai a lavorare con una pena grande nel cuore perché avevo vinto un campionato di danza classica, su cento bambine fui la prima, la più brava. Mia mamma non mi lasciò andare. Ero brava, mi muovevo bene avrei voluto essere e sarei potuta essere una grande ballerina. Non mi rimaneva altro che crescere in fretta. Così sono cresciuta con il desiderio di studiare. Si, perché ero capace. Però dovevo lavorare. Cominciai a leggere tutto quello che mi capitava sotto gli occhi. Ma non era la stessa cosa. All’età di diciassette anni ero dilaniata da una spaccatura interiore che allora ritenevo irrisolvibile. Avrei voluto studiare, avrei voluto danzare invece intorno mi aleggiava solo un’aria di impotenza. Conobbi Guglielmo che oggi è mio marito. Lui mi voleva molto bene e soffriva a vedermi lavorare tanto. Cinque pullover al giorno per guadagnare un po’ di soldi. Così pagò la macchina per tessere e disse ai miei genitori
Lei non lavora più. Vi darò io i soldi di cui avete bisogno. E così lasciai il lavoro. Dopo poco tempo a Guglielmo venne offerto un lavoro a Colonia Catriel, ai confini con La Pampa in provincia di Rio Negro in una compagnia petrolifera. Settecento chilometri di distanza da Bahia Blanca dove vivevamo. Prima di partire, successe una cosa inaspettata: mi chiese di sposarlo. Ero incredula e meravigliata allo stesso tempo.Ci sposammo come suol dirsi con una mano davanti a l’altra dietro. Con il poco che avevamo, partimmo. Quando arrivammo a Colonia Catriel l’impatto fu così squallido che mi misi a piangere. Era come la fine del mondo, un paese tipo Comboy, sperduto, di una desolazione indescrivibile. La nostra casa, fatta di fango attaccata a tante altre era costruita con pali di legno tirati su orizzontalmente e coperta con tetto di foglie. Il pavimento era di barro, fango pressato. Non vi era nessuna differenza tra dentro e fuori, tutto aveva lo stesso colore, il colore del fango. Sembrava il dipinto di un pittore triste e senza fantasia. L’aria era umida e appiccicosa, calda e insopportabile. Anche l’acqua sembrava avere il colore del fango. Alla men peggio cercai di adattarmi alla situazione. Ci volle tutto il mio coraggio per evitare di pensare a tutti i pericoli presenti anche perché mi toccava affrontarli da sola. Da sola perché Guglielmo spesso lavorava fino a sera tardi. Non avendo il bagno bisognava andare fuori in quello comune. Lascio immaginare quando nel cuore della notte succedeva di aver bisogno di andarci. Anni difficili. Di notte difficilmente riuscivo a dormire. Per rincuorarmi mi dicevo che l’universo aveva amore per me e che prima o poi tutto sarebbe cambiato.


L’arrivo di Paola


Dopo poco tempo Dio mi donò la prima figlia: Paola. La gravidanza fu terribile. Non c’era un ospedale vicino. Dovevo andare a Bahia Blanca dove ero cresciuta a settecento chilometri di distanza, una volta al mese. Restai lì gli ultimi tre mesi. Ritornai con Paola e con una ferita che non guariva mai. Parto cesareo. Una Signora che conoscevo da poco mi aiutò molto. Era una prostituta. L’unica anima buona. Viveva con un uomo che l’aveva tolta da quella vita infame che conduceva e ora stavano bene insieme. Avevo da sempre nutrito disprezzo per le persone che vendono il proprio corpo. Il destino volle che proprio una di loro mi aiutasse. Mi curava la ferita e mi restava accanto. A me che non accettavo queste persone Dio chiuse la bocca ed era come se mi dicesse “vedi quelli che meno ti aspetti sono proprio loro a porgerti la mano. Anche le prostitute hanno un cuore”. Adesso lo so.


Trasferimento a Viedma e adozione di Martino


Dopo un anno ci fu il colpo militare. Divenne tutto più pericoloso. A Guglielmo piaceva il sindacalismo, la politica, i colonnelli. Per lui la situazione divenne molto pericolosa. Per fortuna i suoi genitori ci aiutarono a trasferirci dove abitiamo ancora oggi a Viedma in provincia di Rio Negro in Patagonia. Poi arrivò un’altra figlia: Luciana. Qui, senza l’aiuto di nessuno piano, piano con le nostre forze, costruimmo la nostra piccola casa. Quando Luciana aveva quattro anni dissi a mio marito di voler lavorare.
Guglielmo assentì. Così cercai lavoro. Trovai lavoro nell’azienda dove lavoro tutt’oggi. Cominciai con un contratto poi feci un esame e fui assunta.
Siccome non potevamo avere altri figli e avremmo voluto una famiglia più numerosa, decidemmo di fare richiesta di adozione. Quando ci chiamarono perché c’era la possibilità di avere un bambino ne parlammo con i nostri figli e decidemmo tutti insieme di accogliere il piccolo Martino nella nostra famiglia con tutti i diritti degli altri tre figli.
Oggi ci rendiamo conto che è stata una benedizione perché tra di loro vi è un grande amore. In quel periodo lavoravo in Pro. S.S. Istituto Provincial del Seguo de Salud e la obra social dell’impiego pubblico. La salute in Argentina non è gratuita.


Finalmente di nuovo a scuola


Quando Martino compì un anno decisi di riprendere a studiare. Mi rendevo conto che non era un’età molto indicata per mettersi a studiare dopo anni di lontananza dai libri e dopo che la mente si era come appannata per il duro lavoro e per le sofferenze dove, il cervello serviva solo a equilibrare i colpi monotoni della sopravvivenza. Però avevo deciso di provarci. All’inizio non dissi niente a nessuno. Temevo non avessero compreso il mio desiderio. Così comprai i libri e incominciai a studiare di notte mentre tutta la famiglia dormiva. Il tempo lo rubavo al sonno e a quel po’ di svago della domenica pomeriggio. Non era facile. Dovevo badare alla famiglia, alla casa, al lavoro. Non potevo permettermi il lusso di essere diventata all’improvviso una studentessa. Mi piaceva studiare? E sia! Ma dovevo farlo dopo altre mille cose.
Cosa fai su quei libri? Mi chiese Guglielmo sorprendendomi durante la notte china sul tavolino in cucina.
Leggo. Risposi a mezza voce mentre le nozioni mi turbinavano confusamente nella mente assonnata e stanca.
Da quella notte il mio professore divenne mio marito, era laureato in matematica e fisica. Mi laureai con un voto finale di 9,98 e questo fece sparire all’improvviso tutta la stanchezza, i sacrifici e i ricordi tristi. La laurea ad honorem però, me la diedero, prima di tutti, mio marito e i miei quattro figli molto prima che mi consegnassero quella universitaria. I miei genitori erano lontani da me, a Bahia Blanca e non potettero partecipare alla mia gioia.


Aurora cittadina Argentina


Ora dovevo migliorare la mia posizione lavorativa e così partecipai a un concorso nella mia azienda. Purtroppo però, per parteciparvi, dovetti chiedere la cittadinanza argentina. Persi la cittadinanza italiana e ciò mi rattristò non poco. Dopo la recuperai, ci tenevo tantissimo. Questo fu un periodo sereno. L’unico cruccio mai sopito era il sogno di ritornare in Italia e volevo farlo con mio marito. Mi sentivo una piccola eroina, sopravvissuta a tante peripezie. Ero andata avanti nella vita senza lasciarmi sgomentare dai rischi e dai pericoli. Avevo proseguito il mio cammino sempre con dignità, avevo raggiunto le mie mete, avevo fatto i miei progressi senza arrendermi mai. Avevo superato tutte le mie paure e ora mi sentivo insignita di tante medaglie dalla mia coscienza. Sono sempre stata, tranne rare volte, l’artefice delle mie vittorie e delle mie sconfitte. Tutto ciò mi è stato possibile perché accanto a me ho un uomo meraviglioso.


Il dono più bello


Il 1998 Guglielmo, per il nostro venticinquesimo anniversario di matrimonio ebbi da mio marito il regalo più bello e inaspettato che potessi immaginare. Mi disse di chiudere gli occhi e aprire entrambe le mani altrimenti non avrei potuto sorreggere il peso del suo dono. Obbedii. Ero emozionata. Mi fece attendere un po’ di minuti per rendermi impaziente al punto giusto poi, mi pose tra le mani il regalo. Sorpresa, era leggerissimo. “adesso apri gli occhi”. Tra le mani avevo una semplice busta. Lo guardai, aveva gli occhi lucidi e un sorriso che mi intenerì. “ apri la busta “ mi disse con voce tremante. Dio mi sentivo svenire! Un biglietto per l’Italia.
Non riesco a trovare le parole per descrivervi il mio stato d’animo in quel momento. Forse mi erano spuntate le ali. Non so.
Corsi da mia madre, mio padre era morto, mi feci tutti quei chilometri in treno con il cuore in gola non vedevo l’ora di darle la notizia. Era dall’età di sette anni che tutte le sere prima di dormire chiudevo gli occhi e facevo il percorso dall’inizio del paese fino alla mia casa.




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Racconto scritto il 21/04/2019 - 22:22
Da speranza iovine
Letta n.96 volte.
Voto:
su 1 votanti


Commenti


Ciao Grazia sono felice che tu abbia letto il mio racconto, una ultima parte, credo ed è terminato.

speranza iovine 24/04/2019 - 16:39

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Certo è lungo... mi son presa il tempo ed è un racconto che dà i brividi...
Brava

Grazia Giuliani 23/04/2019 - 19:51

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Grazie Ernesto purtroppo il mio racconto è un po' troppo lungo e capisco che ci si può annoiare. Beh pazienza. Comunque un:altra parte ed è finito finalmente.

speranza iovine 22/04/2019 - 16:45

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Mi complimento con te. Ho apprezzato anche la tua poesia in diletto tanto che la ho tradotta ed appena pubblicata. E' bello leggerti sia in italiano e sia in napoletano. Hai una grande sensibilità. Ciao.

Ernesto D'Onise 22/04/2019 - 11:55

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