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La mia odissea minore

Capitolo


Era un pomeriggio caldo e luminoso. Barbara ritornava a casa dopo una giornata di lavoro. Non si guardava intorno, la sua mente pensava solo che avrebbe riabbracciato i suoi bambini. Le piaceva ritornare a casa. Di solito i bambini le facevano trovare qualche sorpresina, qualcosa per farle sentire quanto bene le volessero e quanto fosse preziosa per loro. Sembrava un cavallo al trotto. I suoi passi rimbombavano sul selciato delle strade semideserte. La gente faceva la pennichella pomeridiana, tutto era silenzioso. Mancavano pochi metri e poi avrebbe visto la sua casa da lontano e poi… Ci godeva sempre pensando ai baci e agli abbracci dei suoi figli.
Ne aveva quattro. Uno più bello dell’ altro (così le sembrava).
La piccola aveva appena un anno e mezzo, la grande invece, era una vera e propria donnina giudiziosa. Era lei a tenere a bada i due maschietti sempre turbolenti.
Il grande dei maschi, Adriano, le faceva sempre trovare una letterina appesa alla maniglia del portoncino. Era sempre molto affettuoso; aveva frequentato la prima elementare e sapeva scrivere molto bene e correttamente. Pretendeva però di ricevere sempre una risposta alle sue letterine, perciò Barbara sapeva d dover rispondere con urgenza, prima che il bimbo si svegliasse per la merenda.
Giorgio invece era sempre affamato…
Forza, ancora pochi metri…
Sulla porta l’ attendeva suo marito. Strano… tutto aveva qualcosa di strano…
Aumentò il passo, mentre un cattivo presagio le aleggiava nel cuore.
- I bambini? Chiese ansiosa al marito che sembrava molto in imbarazzo.
- Calmati,i bambini stanno bene, sono nella nostra casa di campagna e ti aspettano.
- Perché non hanno aspettato che arrivassi? Se volevano andare a correre saremmo andati tutti insieme.
- Va bene, mi metto in libertà e andiamo a raggiungerli.
- No, andiamo adesso, qui non c’è più nulla.
- Nulla?
No, non poteva essere vero; Barbara spinse il portone e salì su per le scale più veloce di un fulmine. Aprì la porta e rimase a bocca aperta, con gli occhi sbarrati, ansimante. La casa era vuota, non c’era più niente, non una sedia, non un letto. Ma cosa succedeva?
Gustavo, suo marito, invano cercava di spiegarle che le loro masserizie erano state portate tutte nella casa di campagna, dovevano andare a vivere là, dove i bambini l’ attendevano.
Barbara non sentiva, Barbara non capiva… Barbara era tornata indietro nel tempo, era ritornata a trent’ anni prima, quando, ritornando dalla scuola aveva trovato la madre e i suoi fratelli in lacrime. Per la strada i pochi mobili posseduti, la porta di casa sbarrata.
Dovevano andare via, il padre aveva venduto la loro casa ed era fuggito con una donna che lo aveva ammaliato.
Aveva vissuto questa tragedia,lei, piccola di sette anni, abbracciata alla sorellina solo di pochi anni più grande; aveva seguito la madre in una casa che possedeva solo un enorme stanza. Era enorme, ma troppo piccola per tutta la su famiglia formata dalla madre e da otto figli. E la madre era stata molto brava, aveva incoraggiato i suoi figli e, come una chioccia, si era fatta seguire dai suoi pulcini ed aveva sistemato nella grande stanza due grandi letti, un lettino ed una culla. Una bellissima credenza di noce, un tavolo quadrato,una cassapanca ed un comò. Queste erano le loro suppellettili, ciò che suo padre aveva ritenuto di dover dare loro.
Aveva cinque sorelle e due fratelli. La prima notte fu un incubo. Due delle sue sorelle dormivano al capezzale del grande letto, lei e la sua sorellina preferita occupavano i piedi del letto. La madre dormiva con la più grande e la più piccola delle sue sorelle. Uccio, il fratello maggiore, occupava il lettino; mentre Giovanni, di soli due anni ed il più piccolo di tutti, dormiva nella culletta di legno azzurro.
Avevano fame e non avevano pane.
Ma i suoi fratelli erano abbastanza grandi, potevano lavorare e provvedere ai bisogni di tutta la famiglia.
Cercarono tutti un lavoro e si proposero per i lavori più umili. Erano tutti molto orgogliosi e non avrebbero mai accettato l’ elemosina da nessuno.
La più grande delle sorelle fu assunta come mascherina in un teatro locale, ma la paga era troppo misera, non bastava. Le altre sorelle si proposero come cameriere ed andarono a lavorare a tempo pieno, con un solo pomeriggio di libertà, presso famiglie benestanti.
Che tormento… Il letto era libero e grande, ma mancava il tepore di due membri della famiglia. Anche così, però, il pane era poco ed il latte del tutto inesistente. Solo Giovanni, il più piccolo, poteva mangiarne.
La colazione di Barbara e la merenda consistevano in una sottile fetta di pane con una goccia d’ olio che la madre spalmava sino a che tutta la superficie della fetta ne era unta.
Ma i suoi non le facevano mancare l’ amore. Qualche volta Barbara odiava il padre, perché aveva scoperto che la madre piangeva spesso. Ma la sua mamma le aveva spiegato che non si odia il proprio papà. Comunque egli era il papà e come tale doveva essere rispettato.
Era troppo complicato per lei! Lei voleva solo veder sorridere la mamma, voleva ritornare nella sua casa, voleva correre in bicicletta e giocare coi suoi compagni…
Invece nella sua casa non ritornò mai più e i suoi fratelli presero il posto del padre e non le fecero mancare nulla. La fecero studiare ed ogni progresso fatto da Barbara era una ricompensa per loro.
La sola ricompensa!
La madre era di origini nobili, i suoi avi erano baroni: erano nobili, ma non possedevano nulla. Conosceva tante filastrocche, tante favole… Ogni sera radunava i suoi bimbi vicino al braciere e raccontava loro tante avventure. Barbara ascoltava avidamente; le piacevano le storie, però, quelle che raccontava la mamma, avevano tutte un finale catastrofico… Uffa! Voleva sentire storie a lieto fine, con principi e principesse, che alla fine, vivevano felici e contenti.
Si era iscritta ad un centro di lettura ed ogni giorno prendeva un nuovo libro e consegnava quello già letto. Era bello leggere, poteva trasportare la sua anima in altri luoghi e vivere la sua storia fantastica come se fosse reale.
Alla fine Barbara fu brava: si diplomò e conobbe Gustavo, un uomo buono e gentile, ma tanto sfortunato.
Figlio di persone agiate aveva un intelligenza acuta. Voleva raggiungere un traguardo forse troppo alto per le sue possibilità. Aveva un’ officina meccanica ed una buona clientela. Si presentò l’ occasione di prendere in gestione un distributore di benzina e non ci pensò due volte.
Ma la vita era troppo monotona per lui. Allora ampliò il suo lavoro, divenendo titolare di una subagenzia della Renault. Era bravissimo, parlare con la gente gli piaceva molto e convincerla a comprare le auto lo stimolava moltissimo.
Per un certo periodo filò liscio, fino a che pensò di fare tutto da solo. Cominciò così a comprare le auto dalla concessionaria e a rivenderle per proprio conto. Non aveva calcolato che avrebbe dovuto valutare l’ usato e vendere anche quello. Le banche gli concessero uno scoperto strepitoso, che egli adoperò per intero, non riuscendo più a rientrare con gli utili.
Era la fine.
Fu dichiarato il fallimento, le banche ipotecarono la sua casa e ciò che aveva avuto in eredità dai sui genitori. Fu spogliato di tutto e con lui anche Barbara fu ingoiata nel vortice dei debiti.
Com’ era strana la vita… Tutto riaffiorava alla mente di Barbara, tutte le sofferenze, tutte le umiliazioni subite dalla sua famiglia e da sua madre.
Era disperata, la voce si strozzava in gola e non un solo grido riusciva a venir fuori perché si placasse il dolore.
Era disperata!
E la causa di tutto era lì, di fronte a lei, con la testa china, con la voce di pianto, che cercava di calmarla.
No, era troppo grande il suo dolore!
In un attimo aveva rivissuto la sua infanzia, la sua adolescenza, tutta la sua vita…
Ma egli era lì, a capo chino, che le parlava, che le diceva… Ma cosa diceva! Barbara non sentiva, Barbara provava solo una grande disperazione e si sentiva schiacciata dal peso degli eventi. Barbara voleva gridare e non riusciva a farlo, rantolava, si contorceva… Era contro il mondo e contro quell’ uomo che le aveva causato quel dolore immenso
Ma egli era lì, a capo chino…
- Mamma, mamma mia!
Un grido disperato.
- Mamma, mamma mia!
Barbara singhiozzava, ma la sua mente si fermò in un giorno lontano, quando vide andar via suo padre con un’ altra donna.
La madre era disperata, ma raccolse la sua cucciolata ed andò altrove a crescerla.
I bambini? I suoi bambini erano da soli nella casa di campagna…
Barbara si rimise faticosamente in piedi, andò verso il padre dei suoi figli, lo guardò attraverso le lacrime e disse:
- Andiamo dai bambini, i miei pulcini mi aspettano.




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Racconto scritto il 14/07/2020 - 10:40
Da Teresa Peluso
Letta n.107 volte.
Voto:
su 2 votanti


Commenti


Leggo coinvolto nel tuo racconto tanto
amarezza. Buona serata a te Teresa.

Salvatore Rastelli 15/07/2020 - 17:14

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Scorrevole e coinvolgente nella sua tragica amarezza questo racconto Teresa, un racconto di vita e rassegnazione ....

Maria Luisa Bandiera 14/07/2020 - 15:58

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