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Il cecchino

Non avrei mai pensato che la mia abilità con il fucile mi sarebbe stata utile per ammazzare degli sconosciuti.
Per una serie di circostanze mi sono ritrovato a fare il cecchino.
Un lavoro, se così lo si può chiamare, molto pericoloso ma siamo in guerra, e, come si sa, tutto qui diventa pericoloso, anche allacciarsi un paio di scarpe, per dire.
Oggi è una bella giornata.
Dalla mia postazione mimetizzata posso vedere l'attività della trincea nemica.
Cercano di tenersi bassi il più possibile ma, di tanto in tanto, qualcuno alza la testa, il più delle volte il tipo è talmente veloce che non c'è tempo di mirare né, tanto meno, di sparare, altre volte l'incauto resta lì, bersaglio perfetto per il mio fucile.
L'altro giorno stavo aspettando i tipi che portano il rancio quando ho visto un tipo con la sigaretta in bocca, appoggiato ad un muretto, incurante dei richiami dei suoi compagni e, presumo, dei suoi superiori, era lì che fumava.
Aveva un'aria di sfida, sembrava che mi cercasse, magari non era così ma l'impressione era quella.
Indeciso sul da farsi, restai lì a guardarlo fumare, vidi le nuvolette di fumo uscire dalla sua bocca.
All'improvviso uno dei suoi compagni saltò dalla trincea e cercò di riportarlo indietro ma lui oppose resistenza.
Pensai che se avessi continuato ad aspettare magari anche altri si sarebbero portati a tiro ma non fu così.
Immaginato il pericolo, nessun altro si fece avanti.
I due continuavano a discutere a questo punto decisi di agire.
Ta -pum.
Il rumore dello sparo si sentì a chissà quanti chilometri di distanza.
Vidi il tipo cadere e la neve colorarsi lentamente di rosso.
Il suo compagno si guardò attorno per cercare di capire la provenienza dello sparo.
Gli lasciai qualche secondo, non avrei dovuto farlo ma questo coraggioso nemico aveva rischiato la sua esistenza, sapendo del pericolo, per salvare un compagno.
La cosa non mi lasciò indifferente.
Il soldato scomparve dalla mia vista.
Oggi, dicevo, è una bella giornata.
Mi hanno detto che, non so per quale motivo, la nostra compagnia si sposta.
Stiamo aspettando i camion promessi quando un attacco con shrapnel ci investe.
Sembra che non mi sia fatto nulla di grave ma come mi alzo mi rendo conto che non riesco a camminare.
La mia gamba destra presenta una ferita che sembra ben più grave di quanto pensassi.
Vengo caricato assieme ad altri feriti su un mezzo e portato all'ospedale militare, nelle retrovie.
Il viaggio è uno strazio e l'ospedale è un incubo.
Affianco al mio letto un tipo che ha perso una gamba.
Lo guardo, mi immagino già senza la mia amata gamba.
Il tipo mi domanda come mi è successo e gli dico a sommi capi la dinamica dei fatti.
Il dolore non mi molla, chiedo che mi facciano qualcosa.
Sono passati diversi giorni, per fortuna la mia amata gamba è ancora con me.
Secondo il dottore, la ferita era meno profonda e meno grave di quanto ritenuto nei primi concitati attimi.
In questo periodo ho avuto modo di riflettere, di ripensare a quello che ho fatto, fino ad ora, in guerra.
Quanti ne ho fatto veramente fuori?
Alcuni compagni di sventura mi hanno chiesto delle mie esperienze di guerra e loro mi hanno raccontato le loro.
Delle cose terribili.
Alcune, pur nella loro tragicità, anche divertenti, se così si può dire.
Ricordo che una volta, a rischio di essere avvistato e fatto secco, mi posizionai in modo tale che vedevo chi entrava e usciva dal settore bagni, se così possiamo definirlo, nemico.
Pensando di essere al sicuro, lontani da eventuali cecchini, avevano piazzato una serie di rudimentali bagni.
Li lasciai andare per un po' poi capii che quelli sulla mia destra erano destinati agli ufficiali.
Ad un certo punto vidi un ufficiale attorniato da altri uomini, presunsi che fosse o un generale o un colonnello, non l'ho ben capito.
Questi a gesti fece capire che doveva andare in bagno.
Non mi sembrava vero avere un bersaglio così importante.
Aspettai che aprisse la porta e ta-pum.
Il poveretto cadde a terra.
Aspettai un po' per capire se fosse solo ferito ma da come si muovevano le persone vicine ritenni che il colpo fosse mortale.
Vista la mia posizione infelice cercai subito di svignarmela.
Dopo circa dieci minuti, minuto più minuto meno, una serie di proiettili d'artiglieria colpiva la zona dove ero appostato.
Nei giorni seguenti cercai di capire chi fosse l'ufficiale colpito ma nulla.
Secondo il mio superiore i giornali nemici non riportarono la notizia apposta.
Essere colpiti mentre si va in bagno non è proprio eroico.
Una volta mi capitò di trovare un cecchino nemico che aveva individuato il lampo del mio sparo.
Avevo appena colpito alla gamba il tipo che portava la posta, un povero disgraziato magro come un chiodo con una divisa logora che portava una borsa più grande lui, chissà come cavolo faceva a farsi tutto quel tragitto a piedi? Comunque, vinto da compassione decisi solamente di ferirlo.
Riuscì a colpirlo alla gamba sinistra.
Era lì disteso a terra da solo, in prossimità della trincea nemica, che gridava, quando improvvisamente sentì una specie di schiocco, un rumore come quando uno ti tira una pietra.
Qualcuno mi stava sparando.
Qualcuno aveva visto dov'ero e si era appostato per farmi secco.
Ero in una posizione avanzata della mia trincea, oltre le linee “regolari”.
Se lasciavo quel posto potevo essere un facile bersaglio per il cecchino nemico posizionato chissà dove, mi misi inginocchiato, sperando di essere scomparso alla vista del nemico.
Dopo un po' di minuti, mi rialzai lentamente.
Mossa assolutamente azzardata, seppur presa con tutte le possibili precauzioni del caso.
Cercai di capire dove poteva essere posizionato il cecchino nemico.
Era veramente ben nascosto, ben mimetizzato.
Fortunatamente lo sconosciuto non si accorse che ero nuovamente in postazione, o almeno questo è quello che credetti.
Avevo già sentito parlare di cecchini che davano la caccia ad altri cecchini ma ritenevo la cosa una delle tante leggende che circolano in trincea.
A quanto pare, invece, era vero.
Dopo dieci minuti, un mio camerata, che non vedendomi era venuto a cercarmi, si avvicinava alla postazione.
Gli urlai di stare fermo che un cecchino era posizionato chissà dove e teneva di mira questa zona.
Il camerata, nonché un mio amico da prima della guerra, si fermò.
Un altro sparo lo sfiorava.
Capisco che il tiratore nemico non era proprio una cima, anzi era un vero impiastro, per fortuna mia e del mio amico.
Grazie a questo sparo riesco a capire dove poteva essere posizionato.
Più o meno in direzione dove presumevo fosse il tiratore nemico, vidi una specie di luccichio, sparai alla cieca in quella direzione.
Preso! Il tipo s'era posizionato su un rialzo mimetizzato poi con terra e sacchi.
Rimasi un po' in attesa, quasi deluso che la competizione tra me e lo sconosciuto rivale fosse finita così.
Il mio amico mi fece cenno che era meglio andare via perché la mia posizione era stata scoperta ed era troppo esposta per essere occupata ancora.
Ci allontanammo con prudenza.
Una volta, in licenza, mia sorella mi chiese “cosa fai di preciso in guerra?” la guardai e non riuscì a dirle la verità.
Sparare a sangue freddo a dei poveri cristi, vederli cadere, sapere che tu stai deliberatamente troncando la loro esistenza è... insomma, non ci vado fiero.
Si è la guerra ma ciò non toglie che stai uccidendo degli sconosciuti che a te non hanno fatto nulla e che, anzi, prima della guerra non sapevi che neanche esistessero e che, con molta probabilità, senza la guerra, non avresti mai incontrato.
In convalescenza arriva la notizia che mio fratello, di due anni più piccolo, è stato ucciso da un cecchino.
La notizia mi lascia costernato, scioccato.
Non potevo continuare a fare il cecchino.
Avevo il terrore di dover tornare in trincea, meditavo anche di disertare ma non lo feci.
Arriva anche il giorno di tornare in linea.
La stazione non è lontana, non ancora del tutto guarito, mi avvio claudicante con tutto il mio bagaglio.
Il viaggio in treno non dovrebbe essere lungo ma a metà percorso uno strano rumore mette tutti in agitazione.
Si sparge la voce che sia apparso un aereo nemico e pare che stia sparando al vagone in fondo al treno.
Mi affaccio al finestrino e vedo questo aereo di un giallo chiaro che sembra dirigersi verso di me.
Sembra un sogno invece è tutto vero.
Non ho neanche il tempo di riflettere, il pensare il che fare che una serie di proiettili fuoriescono da quel mezzo, ai miei occhi affascinante.
L'unico idiota davanti al finestrino sono io, gli altri sono tutti rannicchiati a terra o che cercano riparo in tutti i modi possibili.
Un proiettile mi colpisce.
Perdo i sensi.



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Racconto scritto il 15/09/2020 - 16:51
Da Massimiliano Casula
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