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L'arrivo

“Piacenza, stazione di Piacenza.”
La prima volta che sentì questa frase era la fine di maggio dell’ottantanove, dopo un interminabile viaggio durato otto ore sulla tradotta militare.
Neanche mio nonno, ai tempi della guerra, doveva aver fatto un viaggio così lento ma cavolo! Stavamo entrando negli anni novanta, erano passati cinquanta anni!
Destinazione Piacenza, appunto. E dov’è? Quando me lo comunicarono, al CAR, ne avevo solo un’idea vaga.
La cosa buona fu che seppi che andavo a un distretto, anzi al “Consiglio di leva” l’organo che era preposto alla selezione dell’idoneità dei diciottenni nelle province di Parma, Piacenza e Reggio. Le truppe ducali.
Dell’intero treno eravamo in quattro ad andare al distretto, il resto era destinato al “Genio Pontieri”, una caserma operativa. Una massa di soldati, appesantiti da zaino militare e valigia per gli abiti civili, inquadrati a gruppi dai caporali del “Genio” e sistemati sui camion.
“Non siete con noi!” ci dicevano i caporali, verranno altri a prendervi.


Ed eccoli, i nostri.
L’arrivo, meraviglioso! Un pulmino FIAT 900 con niente popò di meno che… un sottotenente, roba rara per la truppa e i sottufficiali di leva, questo perlomeno s’intuì dai “sugli attenti” che gli erano costretti a tributare i caporaletti dei pontieri.
Rivedevo la splendida figura del Colonnello Philippe Mathieu ne “La battaglia di Algeri.
Si era tirato a lucido, il tenentino, che trattava male ogni caporale che aveva a tiro. A qualcuno che gli chiedeva informazioni, rispondeva seccato:
“Non sono cazzi miei, arrangiati, io prendo questi quattro!” Come se dovesse prendere in consegna dei colli, che erano importanti solo per permettere a lui di avere l’occasione di farsi grande.
Guardandolo bene riconobbi il distintivo dei parà. Cazzo, ero capitato nei paracadutisti? Ma non dovevo andare al distretto militare? Qualcosa non tornava, però non capivo...
Gli anfibi lucidi e ben in evidenza, da parà. Il distintivo, la tuta mimetica con le maniche rigirate fin sopra il gomito per evidenziare il tono rigido e massiccio, gli occhiali a specchio per lo sguardo sfuggente, le mani sui fianchi, in posa da macho marziale, ma ecco… mancava il basco amaranto, simbolo stesso dei paracadutisti. Ne aveva uno nero, con simboli strani, ed anche le mostrine non corrispondevano; il distintivo, seppi dopo, era di un brevetto civile di paracadutismo sportivo.


“Allor fu la paura, un poco queta che nel lago del cor m'era durata...” per il breve tragitto prima di entrare nella, si fa per dire, caserma. Il tono rigido del sottotenente si ammoscia, l’aria rude del legionario si stempera all’interno di un ambiente che definire fatiscente era farli un complimento.
La recita era finita, come la musica. Soldati ciabattanti svelarono l’arcano. Scarpe da tennis ai piedi, abbigliamento non operativo e mimetiche usate solo per lavori che comportassero il rischio di sporcarsi; per il resto divise da libera uscita, o da ufficio, le sahariane con pantaloni estivi, beh, qualcuno anche pantaloncini corti, per il caldo.
Da subito ci fecero consegnare lo zaino, perché alcune cose che ci avevano dato, disse subito il colonnello che guidava la baraonda, non erano quelle giuste. Le mimetiche nuove furono sostituite da quelle usate, i maglioni, che il colonnello si affrettò a dire che erano da ufficiali, furono sostituiti da maglioncini usati da ufficio. In realtà s’intuiva il perché di tutto quel sostituire, anzi si capì dopo.
Cominciarono così i dieci mesi di militare: la mia avventura piacentina.




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Racconto scritto il 16/11/2020 - 11:46
Da Glauco Ballantini
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