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LA TERZA GUERRA MONDIALE

Mario scostò un paio di assi e sbirciò fuori.
Oltre la palizzata sbilenca del rifugio, via Soliggia era una riga di asfalto morta, soffocata nella calura di un pomeriggio di un Giugno troppo precoce.
Il vento caldo spazzava il paese, agitando piccoli mulinelli di polvere, e piegava le spighe di grano nei campi fino a stenderle sul terreno, come biondi capelli solcati da un invisibile pettine.
Nel cielo, carri di nuvole spandevano inchiostri di ovatta vaporosa.
“Non si vede nessuno.…”, sussurrò e tornò a sedersi in mezzo alle fascine.
Chiusi gli occhi e respirai piano. Come il pane appena sfornato, l’odore della campagna incendiata dal sole era più di un semplice profumo: era come respirare l’essenza stessa dell’estate.
“Controlla lo stesso le munizioni….”, risposi, crogiolandomi ancora in quell’estasi infinita che a in città non potevo nemmeno immaginare.
Tre sacchi di tutoli di pannocchie di granoturco erano stati rubati dalla legnaia della vecchia Marietta ed issati sopra il portico, dentro quel rifugio pericolante, fatto di assi tarlate, lamiere arrugginite e fascine vecchie di mille anni, dove io Mario e Adolfo stavamo aspettando il nemico.
“Forse...hanno avuto paura.…”, aggiunse Mario, non appena ebbe terminato il controllo.
Sorrisi con il cuore pieno di tristezza: Fabio, Chicco e Alberto difficilmente avrebbero rinunciato all’ennesima sfida tra eterni contendenti, vale a dire, espugnare il rifugio della banda rivale.
Era solo questione di tempo. Altro che paura….
Presi a sfogliare nervosamente un giornaletto per ingannare l’attesa ma, subito, lo gettai via con stizza. Tutto quel silenzio, così magico ed innaturale, screziato dal sibilo sottile del vento che trovava la sua strada infiltrandosi tra le tegole e le travi del tetto, di solito mi rilassava e mi infondeva una sottile sensazione di pace.
Quella volta no.
Quella volta, la soave tranquillità, tipica dei paesi di campagna affogati nel pomeriggio rovente, non mi sembrava più così dolce ma, anzi, mi innervosiva e bisbigliava che stava per capitare qualcosa di brutto. La paura cresceva e scioglieva le catene. Serpeggiava libera sulla scia calda del vento, incuneandosi negli spazi tra le assi e le fascine.
Allora mi sporsi a guardare dall’altra parte, verso i campi.
E li vidi.
Erano passati dagli orti e, strisciando nel fosso asciutto, ci stavano prendendo alle spalle.
Era una buona tattica, ma sfumò subito perché un tutolo sibilò e centrò Chicco in piena fronte.
Un urlo animalesco si levò e il nemico sferrò l’attacco.
Una fitta pioggia di sassi investì il nostro rifugio con la violenza di una grandinata.
Sassi contro tutoli era una battaglia impari, ma noi avevamo il vantaggio di essere in posizione sopraelevata e al riparo mentre il nemico combatteva in campo aperto.
Inoltre, parecchi tutoli non erano stati completamente sgranati ed avevano ancora attaccate due o tre spirali di chicchi, più duri perché non completamente maturi: in questo modo assomigliavano alle terribili “Stielhandgranate” della Wermacht e, come queste, erano più facilmente maneggiabili, velocissimi ma, soprattutto, dolorosissimi quando colpivano il bersaglio.
Lo sperimentarono personalmente gli avversari che si erano lanciati all’attacco a plotoni affiancati. Centrarli dall’alto era più facile e divertente del tiro a segno alle giostre.
La battaglia proseguì tra urla, insulti, sassi che fischiavano come bombe e tutoli sparati come razzi. Il nemico aveva cambiato strategia ed ora combatteva con rapidi attacchi sul fronte seguiti da repentini ripiegamenti dietro alberi e cespugli. Alberto urlava ordini a destra e a manca, ma il suo esercito ancora non riusciva a sfondare.
Protetto da un vasto fuoco di copertura, Fabio, tentò il blitz e si portò fin sotto il portico. Da lì iniziò la scalata ma mise un piede in fallo, cadde e venne seppellito da un fuoco ad oltranza di tutoli, ma anche pezzi di tegole e di mattoni. Ma lui si rialzò, ripiegò e poi attaccò di nuovo, spalleggiato da Chicco ed Alberto che, in segreto, avevano messo in campo le armi non convenzionali: le fionde.
Contro le fionde avevamo ben poche speranze e, oltretutto, le nostre munizioni erano agli sgoccioli. Entro breve tempo non avremmo avuto più nulla da lanciare e saremmo dovuti scendere dal rifugio per affrontare il temuto scontro fisico con verghe e bastoni.
Mario, che a pranzo si era sbafato una teglia intera di fagioli, suggerì di usare le armi chimiche ma, visto come tirava il vento, l’idea venne subito accantonata.
Lanciammo gli ultimi tutoli e qualche pezzo di legno, nella speranza di ritardare l’avanzata.
Poi raccogliemmo alla svelta tutti i sassi che erano piovuti all’interno del portico e li lanciammo a mitraglia.
Infine, ci togliemmo le scarpe e lanciammo pure quelle.
Stavamo per lanciare anche il gatto quando la battaglia improvvisamente finì.
Purtroppo, non finì per la resa del nemico o per la nostra supremazia: le nostre mamme, allarmate da tutto quel baccano, avevano agguantato il battipanni ed imposto l’armistizio.
Sotto la supervisione della Croce Rossa materna fu fatta la conta dei morti e dei feriti. A parte le solite ferite lacero-sanguinanti non c’era nulla di serio. Solo Adolfo starnazzava, come se avesse appena fatto l’uovo perché, per sfuggire al battipanni, si era lanciato dal portico ed era finito dritto dentro un letto di ortiche.
Ma anche se le nostre condizioni fossero state più gravi, non sarebbero state nulla al confronto di quello che ci stava per capitare.
Le condizioni imposte dalle nostre mamme per l’armistizio furono durissime: primo, pulire la strada e il cortile dai sassi, poi raccogliere tutti i tutoli, rimetterli nei sacchi e riconsegnarli alla legittima proprietaria, quindi, per tutta la settimana, niente bicicletta e pallone, ma fare la spesa, strappare le erbacce, fare i compiti, annaffiare i fiori, zappare l’orto e, per ultimo, spazzare il pollaio della vecchia Marietta in conto riparazione danni di guerra, vasca delle anatre compresa.
Il tramonto di Giugno trasformava il cielo in un luna park di luci e di colori e le ombre strisciavano sui muri come ragni silenziosi. Il canto dei grilli, sottofondo fisso di ogni giornata, andava lievemente affievolendosi. Scemava senza fretta, perdeva poco a poco di potenza ma non di intensità, da chiassoso lamento diventava un sommesso canto di addio.
Con sacchi e scope lasciammo il tribunale di Norimberga e ci avviammo ai lavori forzati.
Dopo due ore di lavoro il cortile e la strada brillavano come uno specchio e le nostre schiene imploravano la grazia Divina. Stavamo finalmente per rincasare quando Chicco si bloccò: “Ehi, e questo dove lo metto?”, gridò raccogliendo l’ultimo tutolo dimenticato per terra.
Gli lanciammo un’occhiata che avrebbe fatto rabbrividire un orso polare e, tutti in coro, gli spiegammo dove poteva metterlo.



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Racconto scritto il 13/04/2021 - 14:39
Da Paolo Guastone
Letta n.122 volte.
Voto:
su 2 votanti


Commenti


Grazie Anna Maria per esserti soffermata a leggere il mio raccontino e per il commento positivo. Hai ragione: i nostri figli possono fare quelle esperienze solo tramite i nostri ricordi. Ed è per questo che ho ancora qualche altro raccontino in serbo....

Paolo Guastone 16/04/2021 - 13:03

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Caro Giacomo, bentrovato! E grazie per il commento positivo. Penso che ti leggerò anche qui.

Paolo Guastone 16/04/2021 - 13:01

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È piacevolissimo leggere questo racconto scritto davvero bene. Certo le esperienze che facevano quei ragazzi oggigiorno non sono più possibili: è un gran peccato. Complimenti

Anna Maria Foglia 13/04/2021 - 18:33

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Scoperto...ti ho letto su P.I.A.F. e tu hai letto me ( Colosio Giacomo)...ciao

Giacomo C. Collins 13/04/2021 - 18:25

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Gran bel racconto, scritto benissimo, con stile narrativo scorrevole ed intrigante. Mi hai ricordato uno dei miei libri preferiti, i Ragazzi della via Pal, con in più l'ambientazione campagnola che conosco bene e che trovo tu abbia usato in modo magistrale. Gradito anche il tocco di fine umorismo...forse ti ho già letto da qualche parte, ma non ricordo...comunque Bravo!

Giacomo C. Collins 13/04/2021 - 18:18

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