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NELL'ORTO

Stamattina qualcuno ha bussato alla massiccia porta di casa e io stavo ancora dormendo.
Gli uccelli cantavano a squarciagola all’inizio di un’anonima giornata di fine Settembre. Nel silenzio della campagna il loro canto bucava l’aria e si sposava con il borbottio di qualche trattore lontano.
La brezza leggera giocava con le foglie ingiallite degli alberi e una nebbiolina diafana saliva dai campi, senza fretta, per farsi accarezzare dal sole radente e creare nuove e mutevoli figure che si stagliavano leggiadre sul quadro della grande pianura, mentre neri corvi, appollaiati sui fili della luce, si riscaldavano le penne ed apparivano come note spruzzate sul pentagramma da un musicista bizzarro.
Fuori, comodamente afflosciato sulle mie palpebre di cemento, il mattino gironzolava per i campi e attorno ai rami degli alberi. La sua luce lattiginosa si rifletteva sui tetti umidi delle case, scomponendosi in un prisma di colori tenui.
L’aria era fresca e la terra non si era ancora tolta completamente il vestito da sera.
Cercai di scrollarmi di dosso i residui della notte, una notte qualunque, di quiete. Una notte molle, fatta di rumori banali, sussurri e sonni pesanti, senza sogni. Ma, soprattutto, avevo urgente bisogno di scacciare i fantasmi della sera prima, che si avvinghiavano su di me come una patina di sporco resistente al più potente bagnoschiuma.
Dopo cena, i miei amici Mario e Adolfo erano venuti a trovarmi. E fin qui niente di male. Il fatto è che avevano portato tanta di quella birra da stendere un branco intero di elefanti.
“Accidenti a quei due impiastri e a tutto quello che mi hanno fatto bere….”, biascicai barcollando mentre, a tentoni, cercavo di aprire la porta.
Una lama di luce, implacabile, mi trapassò la vista scatenando un’esplosione nucleare che rimbalzò per tutta la scatola cranica, come una pallottola impazzita sparata dentro un bunker. Mi riparai gli occhi con il palmo della mano e vidi. Davanti a me c’era il mio vecchio amico Luigi. Il sindaco.
Aveva gli occhi gonfi ed era pallido. Sembrava che gli avessero colorato il viso con dei pennarelli scarichi. Se fosse diventato ancora più bianco sarebbe stato possibile guardargli attraverso.
Appollaiato su di una vecchia bicicletta malconcia, che assomigliava più ad un cancello arrugginito con le ruote, stringeva il manubrio tenendo gli occhi bassi.
Lo invitai ad entrare, sfoggiando la tipica espressione: “Grazie di cuore per aver interrotto il mio sonno!”.
“Allora, come stai?”, gli chiesi porgendogli una tazza di caffè nero fumante, fluente come il catrame.
“Come uno che sta a galla in un letamaio e vede arrivare lo tsunami….”.
“E scommetto che hai lasciato a casa l’ombrello…!”.
“Guarda….lascia perdere….oggi non ho proprio voglia di scherzare…”.
La sua voce sembrava un disco rotto con la puntina che correva su di un unico solco.
Che diavolo di problema poteva mai esserci per preoccupare così tanto il sindaco di uno sputo di paese che contava, si e no, duecento anime, compresi gli animali da cortile?
Luigi posò la tazza e deglutì. Poi tornò a fissare, con discreto interesse, un punto indefinito al di là della finestra.
“E’ successo di nuovo….”.
Lo guardai inebetito, come se in testa gli fossero spuntate delle margherite. Sul mio viso si disegnò una smorfia, un’espressione incredula che, successivamente, sbocciò in un fiore disarmante i cui petali si aprivano, dalle labbra agli zigomi, su di uno stelo di denti.
“Di nuovo?? E…quando….??”.
“Stamattina presto…ma…non hai sentito?”.
Con tutto quello che avevo bevuto non avrei potuto sentire nulla, neanche se le Twin Towers fossero collassate nell’orto.
“E…e…chi è stavolta…?”.
“Il vecchio Pirozzi….”.
Aristide Pirozzi, di anni novantuno, era stato trovato svenuto sulla porta di casa, completamente coperto di sangue.
Se le circostanze non fossero state così drammatiche, avrei fatto una battuta su certe abitudini fisiologiche mattutine che Pirozzi amava espletare all’aria aperta e tutti e due ci saremmo tenuti la pancia per il gran ridere.
Ma non c’era proprio niente da ridere.
Perché non volevamo ammetterlo, nemmeno a noi stessi, ma sapevamo fin troppo bene che quello non era un incidente come gli altri. Per questo il volto di Luigi ricordava la réclame di un’agenzia di pompe funebri.
Tre settimane prima, stessa identica sorte era toccata a Kociss.
Eugenio Bertoni, di anni cinquantasette, detto Kociss a causa della lunga capigliatura raccolta in una coda stopposa, simile ad uno straccio appena uscito da un lebbrosario, era stato trovato riverso accanto alla sua auto, una vecchia Golf GTI, originale del 1978, con alettone, spoiler posteriore, minigonne, assetto ribassato, pneumatici maggiorati, sei casse stereo da far crepare i vetri, e triplo scarico cromato.
Nessuno aveva visto nulla, dato che Kociss viveva da solo in una stamberga al limitare del paese.
A dare l’allarme era stato un contadino che passava col trattore sulla sterrata lì a fianco. E quando l’ambulanza lo aveva scaricato al pronto soccorso Kociss era ancora vivo ma, nonostante gli sforzi dei medici, la sera stessa salutò tutti e tolse, è il caso di dirlo, definitivamente il disturbo.
E questo significava che anche per Pirozzi il destino era segnato.
Due incidenti identici e due vittime completamente diverse. E non solo per l’età.
Pirozzi, malgrado gli anni sul groppone, era ancora in gamba, aveva la mente lucida come il cristallo e conduceva una vita esemplare. Niente a che vedere, invece, con Kociss, una specie di bestia che puzzava di cipolla rancida e pecorino di fossa (comune) e si esprimeva a gesti e mugugni in uno spettacolo di sorrisi sdentati e bava giallastra.
Era così coperto di peli che c’era da chiedersi se, per caso, un cinghiale non avesse contribuito al suo concepimento e, a restargli vicino per troppo tempo, si rischiava di perdere buona parte degli alveoli polmonari, polverizzati da un alito che avrebbe steso una iena affamata a cinquanta metri di distanza.
E mentre sull’onestà e l’integrità morale di Pirozzi tutti avrebbero messo tranquillamente la mano sul fuoco, su Kociss si potevano scrivere parecchi libri, quasi tutti di cronaca nera.
Nel caso di Pirozzi, però, c’era una differenza.
C’era un testimone e aveva visto qualcosa.
“Un testimone? Bene…e chi è…?”.
“Ehm….quello…quello che lo ha soccorso…. il suo vicino di casa…”.
“Ma chi?? Zamboni?? Quello che vede gli UFO?? Andiamo bene….!!”.
“Proprio lui….ed è tutto quello che abbiamo….”.
“Sentiamo…e cosa avrebbe visto? Luke Skywalker e Leila Organa, immagino…”.
“Beh…ecco….dice di avere visto scappare un gatto….”.
“Sai che novità! In campagna e nella stagione degli amori poi…!”.
“Si, ma ha detto che quel gatto aveva il collare, un collare marrone, e inoltre sembrava….”.
“Sembrava….?”.
“Non ha saputo essere più preciso, ma ha detto che sembrava….strano….”.
“Sembrava strano?! Se aveva il collare sarà stato un gatto domestico, che qualcuno ha abbandonato….oppure era uno di quelli delle sorelle Rossi, quelle due pensionate che abitano in fondo al paese e passano il tempo a fare le gattare….altro che strano!”.
“Bah! Forse è come dici tu…di gatti in giro ce ne sono tanti e del resto….era appena l’alba e Zamboni, in effetti, non è molto attendibile, lo diceva anche il Maresciallo. Ma poi….”.
“Ma poi…?”.
“Mi è tornata in mente una cosa che avevo letto a suo tempo nel referto medico di Kociss. Conosco il primario: dopo un po’ che insistevo ha ceduto e me lo ha fatto leggere….”.
Cominciai ad avvertire una sottile inquietudine.
“E quindi…?”.
“In sostanza…dopo tutto un giro di paroloni medici, avevo letto che la causa del decesso era stata una strana forma di setticemia acuta degenerata rapidamente in necrosi….”.
“Al diavolo, non sono un medico ma non ho mai sentito che la setticemia, se curata in tempo, sia letale e degeneri rapidamente in necrosi!”.
“Già…non l’ho mai sentito nemmeno io, se è per quello…. . Il fatto è che neanche i medici sono riusciti a spiegarselo e, forse, dopo che saranno pronti gli esiti dell’autopsia ne sapranno di più. Ma non è finita…..”.
“Come sarebbe a dire non è finita….?”.
“Il referto diceva che sul corpo e, soprattutto, sul viso di Kociss erano stati rilevati innumerevoli graffi e piccoli morsi, come se fosse stato assalito da un animale, un animale di piccola taglia…tipo un….”.
“….non mi verrai a dire che….”.
“Si bravo! Proprio un gatto! Ma ci pensi?”, Luigi pestò un grosso pugno sul tavolo facendo traballare le tazze vuote.
“Non bastava, per questo cazzo di paese, essere chiuso ed isolato in una landa dimenticata da Dio, dove una raffineria esplode ogni due per tre, gli impianti di smaltimento fanghi industriali nascono come funghi e il lavoro non si trova manco a pagarlo....no! Adesso ci si mette pure il gatto killer!”.
“Ma che gatto killer! Calmati un po’…! Può darsi che il gatto fosse randagio e, magari, avesse bazzicato in qualche discarica dove ha contratto una malattia infettiva tale che, per il corpo di Kociss, devastato da secoli di alcool e droghe varie, sia stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso…”.
Luigi si agitò parecchio. Gli vennero quasi le lacrime agli occhi.
“Ah si? E con Pirozzi….come la mettiamo? Anche lui aveva alle spalle secoli di alcool e droghe…?”.
Urlava e agitava le mani nell’aria come se dirigesse la sua orchestra personale di incubi.
“Certo che no! Però aveva alle spalle secoli di vecchiaia e, magari, è bastato quello per….”.
“No, non sta in piedi neanche questa! Perché siamo in un bel casino, te lo dico io, e per uscirne, ci servirà una dose extra large di culo!”.
Fissai Luigi con la stessa faccia da ebete che assumono, di solito, gli spettatori dei numeri di lap-dance.
Stavo diventando incazzoso, come un orso a digiuno. Il barometro del mio umore era sceso regolarmente durante tutte quelle chiacchiere, ed ora puntava decisamente su “tempesta”. Considerata anche la sveglia mattutina, il mio vecchio amico Luigi mi stava diventando simpatico come un clistere.
“E non ci serve solo un gran culo!”, proseguì ancora più agitato, “Bisognerà anche che non trapeli nulla dalla barriera di riserbo che ho concordato con i medici ed i Carabinieri, perché altrimenti, tempo un paio d’ore, il municipio sarà assediato dalle troupe di Striscia la Notizia, le Iene, Quarta Colonna, Chi l’ha Visto, Porta a Porta e pure Barbara D’Urso….!”.
Il volto di Luigi era un braille che il tocco di uno sguardo poteva decifrare fin troppo facilmente. Prima di replicare, mi concessi ancora pochi preziosi istanti di silenzio, in cui coltivai l’illusione di potergli mentire.
Ma poi mi ripresi e gli domandai se fosse ubriaco di vino o di liquori.
Luigi si schiarì la voce e riprese a parlare, dimostrando di avere la testa annebbiata da fumi ben peggiori.
“Perché c’è un’altra cosa….”, disse a bassa voce.
“E cosa ci sarebbe d’altro in questa cavolo di faccenda?”, buttai lì la domanda, come se nel mio stomaco si rotolasse un porcospino.
“C’è un’altra cosa che non ti ho detto….”.
Qualcosa, dentro di me, cominciò ad agitarsi, giù nel basso ventre.
“…e che nessuno leggerà mai, né sul referto autoptico, né sul rapporto dei Carabinieri….”.
Assunsi l’espressione di uno in procinto di inghiottire un babbuino intero, con tanto di pelliccia.
“Guarda Paolo, è difficile anche per me….”, Luigi sembrava agitato, decisamente qualcosa non quadrava nel suo mondo di risultanze perfette e dimostrabili.
“Il fatto è che sia io che il Maresciallo che i medici stiamo diventando scemi e non sapremo cosa diavolo andremo a mettere nero su bianco….”.
La voce di Luigi era frizzante come un succo di melanzana.
“Perché vedi…dentro le ferite di Kociss….c’era della sostanza organica e….”.
Si fermò e prese fiato. Era livido. Tossì e si guardò intorno. Non sapeva se andare avanti.
“E…”, lo incalzai io, impaziente.
Luigi trasse un sospiro che avrebbe piegato un albero. “Senti…oh cazzo, te lo dico in via ufficiosa e confidenziale….siamo amici da una vita! Ma io comincerei a pregare, a pregare forte! Pregare Dio, Gesù Cristo, la Madonna, i Santi, gli Angeli, fai un po’ tu! E sai perché?”.
Annuii come potrebbe annuire un mulo.
“Perché quella sostanza organica appartiene ad un corpo senz’altro morto. E da anni!!! Pensa pure ai satanisti, pensa a quello che vuoi, ma i fatti sono questi….”.
Sono passate un po’ di ore da quando Luigi se ne è andato. Prima di andarsene si è fatto fuori un’altra caffettiera. Le ultime tre tazze ho dovuto correggergliele con qualcosa di forte altrimenti sarebbe stramazzato sul pavimento.
Uscendo dalla porta mi ha sorriso, come se avessimo passato quasi tutta la mattina a sorseggiare cocktails sul bordo assolato di una piscina, attorniati da ragazze in topless.
Ho passato il resto della giornata a rimuginare su quanto mi aveva raccontato il mio amico, a domare i pensieri torbidi come fossero cavalli selvaggi e, senza quasi me ne accorgessi, si è fatta sera.
Le poche nuvole si stagliano nel cielo come ecchimosi, lividi violastri sulla spettrale pelle di un morto.
Il sole scolora in un tramonto che ha ancora un po’ del sapore dell’estate, ma illumina senza scaldare.
Guardare il sole di sera, a fine Settembre, è come guardare uno degli ultimi gettoni della giostra.
Ancora pochi giri e poi finirà tutto.
Il pomeriggio morente si ammanta di nera e morbida seta: il sole dipinge di fuoco l’orizzonte e si immerge oltre le montagne lontane. Si porta via tutti i rumori del giorno e così la sera può iniziare timidamente ad allungare le sue dita umide sulla campagna.
I colori cambiano. Le prime a comparire sono le sfumature dell’oro e la campagna sconfinata le raccoglie regalando, in cambio di ogni raggio che sposa un albero o un arbusto, tante piccole e sfuggevoli ombre.
Il cielo fa da cornice e, piano piano, si spegne. Da azzurro limpido diventa sempre più scuro, mentre il silenzio si mescola a rumori lontani.
Cammino attraverso il giardino, che porta ancora evidenti i segni della terribile siccità estiva, ed entro nell’orto.
Qui le cose non migliorano e di tutta la bella verdura che avevo seminato è rimasta solo qualche pianta avvizzita qua e là, soffocata in mezzo ad oceani di erba secca.
Appoggio la testa al tronco di un pesco e mi metto a pensare. I ricordi vengono fuori da soli.
Prima, una voce adulta che si fa suadente. E mi chiama. “Li vuoi vedere i coniglietti…?”, dice sorridendo. Poi, un ragazzino che viene accompagnato dentro un capanno, sul retro di una casa, e mani grosse e nodose che si insinuano all’interno di una gabbia. E indagano, frugano, scavano.
Quell’uomo lo conosco, ma mi mette i brividi. Fronte bassa, occhi infossati dentro orbite scolpite in una pelle ruvida come corteccia.
Mi dice di aprire le mani e ci deposita dentro un soffice batuffoletto peloso che annusa l’aria e si rannicchia nei miei palmi mentre il suo piccolo cuore batte all’impazzata.
Anche il mio di cuore batte all’impazzata perché l’uomo si riprende il coniglietto e lo rimette nella gabbia. Le stesse mani ora si insinuano, frugano e scavano nei miei pantaloncini. “Hai sentito come era morbido…?”, dice l’uomo, ma la sua voce è diventata roca e mi alita sul collo. “Vediamo se sei così morbido anche tu….”.
Io non capisco. Continuo a tenere gli occhi chiusi e rimango aggrappato all’immagine del coniglietto soffice finché i vestiti che Pirozzi mi toglie la mandano in frantumi.
Pirozzi dice che è un gioco, solo un gioco tra vecchi amici, ma io continuo a non capire.
La vita è fatta di attimi che, a volte, si allungano a dismisura. E poi succede qualcosa e tutto il tuo passato va a puttane. E’ un’implosione che non si riesce a fermare, non ti resta che fare da spettatore.
Non l’ho mai raccontato a nessuno. Non sono mai riuscito a raccontare cosa si era spezzato quel giorno, però sentivo che qualcosa dentro di me si sgretolava definitivamente.
In tutti questi anni ho provato a fare finta di niente, a fingere che non sia mai successo nulla e cercare una ragione, ma il risultato è stato quello di raddoppiare le sigarette giornaliere.
Perché forse non esisteva alcuna spiegazione. Era accaduto e basta.
Per questo ho deciso di smettere.
Fino a tre mesi fa.
Fino a quando, dovendo scegliere la meta delle vacanze, la ragazza dell’agenzia viaggi mi ha proposto un last minute molto interessante.
Allora ho capito.
Ho capito che era arrivato il momento di togliermi un peso.
Non ero propriamente sicuro che la cosa funzionasse, ma tanto valeva tentare: dopo qualche giorno di mare cristallino e spiagge bianchissime ho preso un taxi ed ho chiesto al tassista di farmi da guida, di mostrarmi qualche scorcio caratteristico, qualcosa di originale, diverso dalla realtà preconfezionata e ristrutturata che si legge sui cataloghi patinati.
E quando lo sgangherato taxi, dopo aver attraversato un agglomerato di umanità varia, che si portava ancora addosso i segni dell’uragano, mi ha scaricato davanti a quel bugigattolo oscuro, nella periferia di Port au Prince, vicino al molo, nella notte tropicale che vibrava del canto delle cicale e dello sciabordio del mare, ho realizzato che proprio quello era il momento di smettere, almeno per una volta, di avere paura, di smettere di stringere soltanto pugni di sabbia, dietro anni inutili e sogni infranti, che hanno fatto di me un disperso, che corre confuso dentro sé stesso.
Dentro quel buco, una baracca col tetto di paglia con mobili ricavati da avanzi di discarica e un lurido fornello su quale avanzi di cibo dimoravano da giorni, pieno delle più strane cianfrusaglie, tra cui una scimmia impagliata, l’odore del sangue rappreso permeava ogni fibra di tessuto. Aliti di vento lo rimestavano allo smog, al fumo di tabacco scadente e al rum, simboli del potere che il neocolonialismo esercitava su quel fazzoletto di terra colmo d’anime alla deriva.
Papa Jango, il proprietario, un vecchio che doveva avere almeno l’età di Noè, con gli occhi ridotti a spicchi bianchi venati di rosso, mi aveva accolto agitando un feticcio fatto con rami secchi, cenci e capelli, adornato con simboli indecifrabili e, nello stesso tempo, inquietanti.
Dissi al tassista che volevo un souvenir speciale, diverso, non come quelli che si comprano sulle bancarelle dei turisti ad un tanto al chilo. Gli dissi anche cosa volevo esattamente.
Il tassista tradusse velocemente e subito Papa Jango scomparve nel retro del locale. Poco dopo, ne uscì reggendo un piccolo baule.
Biascicando una specie di dialetto arcaico, misto a spezzoni di inglese e francese, Papa Jango aveva aperto il baule, liberando una nube di strane essenze esotice mista ad un odore di vecchio, secco ed estremamente sgradevole, e ne aveva tratto un libro antico, rilegato in pelle, pieno di strani segni e di formule.
Tracannò un sorso di rum e i suoi occhi divennero improvvisamente scuri. Poi iniziò a farfugliare qualcosa, una specie di strana nenia.
Comprai quel libro. Pagandolo una fortuna, devo ammettere, ma era proprio quello che cercavo.
Papa Jango ci congedò con il viso contratto in un sorriso grottesco, agitando ancora sulle nostre teste il suo strano feticcio.
Riprendo a vagare nell’orto. In mezzo a fantasmi di verdure e boschi di erbacce, nel silenzio che cela la fine di una stagione.
Bevo a pieni polmoni l’aria, satura dell’aroma umido e fresco delle stoppie del riso, mescolato a quello leggermente più pungente del fango delle risaie devastate dai cingoli della mietitrebbia.
Mi fermo. Davanti a me c’è un piccolo pezzo di terra con al centro un fiore.
Qui, secoli fa, un ragazzino in lacrime seppellì il suo piccolo amico peloso a quattro zampe, travolto volontariamente da un giovane teppista, con i capelli a coda, che sgommava per il paese a bordo della sua Golf GTI taroccata.
La terra attorno al fiore è mossa, come se fosse stata scavata.
“Devi stare più attento….”, dico, “A momenti ti facevi beccare….”.
Il sole, ormai quasi completamente tramontato ricopre di ombre liquide gli avvallamenti dell’orto.
“Meno male che era Zamboni, quello che vede i dischi volanti…”.
Gli occhi mi prudono, travolti da una brezza gradevole, ma carica di polvere, che fa cadere le foglie a pezzi di colori e sembra soffiare solo per me.
“Sai, è stato bello ritrovarti, dopo tutto questo tempo. Non eri certo in gran forma quando sei venuto fuori, lasciatelo dire, ma, del resto, a cinquantadue anni, neanche io suscito più così tanta ammirazione…”.
Tra i canneti di bambù si nascondono le zanzare. Nella quiete serale scaldano i motori, pronte a decollare e farmi capire che tra noi è una cosa seria e non soltanto l’avventura di un’estate.
“Ed è’ stato anche rischioso….Papa Jango me lo aveva detto…perché…se avessi sbagliato qualcosa nel rituale, la tua prima vittima sarei stato io….ma, per fortuna, è andato tutto bene e, nel rivederti di nuovo vivo, beh…o quello che è…mi è sembrato di tornare indietro, a tanti anni fa, quando giocavamo insieme con il turacciolo o saltavi sul letto a svegliarmi…”.
Le stelle iniziano ad accendersi, una ad una, per dare il via al valzer degli incontri. Ombre fuggevoli piroettano nell'oscurità come ballerini provetti.
“Comunque….ne avremo di tempo per recuperare….ed anche per toglierci qualche altro sassolino dalle scarpe. Ti costruirò un altro collare di rametti e foglie intrecciate e reciterò di nuovo le formule del rituale, ma più avanti. Ora che abbiamo sconfitto i nostri incubi, ora che ci siamo ripresi le nostre vite, possiamo anche riposarci un po’e lasciare calmare le acque…metti che poi arriva davvero Barbara d’Urso…”.
Le chiome degli alberi danzano sulle ali di una melodia soave. Un rumore, lieve e monotono, sembra levarsi dalla terra smossa attorno al fiore.
Potrebbe essere la brezza che si sguinzaglia tra le zolle e sparge lontano il profumo della campagna, potrebbe essere il ronzio di un trattore ritardatario.
Però a me sembrano tanto delle fusa.



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Racconto scritto il 04/06/2021 - 10:55
Da Paolo Guastone
Letta n.107 volte.
Voto:
su 3 votanti


Commenti


Grazie Giacomo, sempre troppo buono. È un racconto che avevo in mente da un po' ed è un insieme di vari pezzi che avevo pensato separatamente. Sono contento che ti sia piaciuto.

Paolo Guastone 06/06/2021 - 12:23

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Paolo, il tuo racconto è bellissimo, pochi hanno la tua capacità narrativa. Non guardare la stellina, è uno che si diverte a mandare in crisi il sito. Io te ne do 5, meritate, anche perché la chiusa ha un tocco di poesia che a me piace molto. Ciaociao.

Giacomo C. Collins 05/06/2021 - 17:40

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