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LETTERA AL MONDO

Cara Silvia, sorella mia,
mi hai chiesto di farci conoscere al mondo.
L’ho capito chiaramente solo ora, anche se, in effetti, avevo da tempo la sensazione che fosse la cosa da fare.
Mi hai espresso, senza parole, il tuo desiderio: che le persone ti riconoscano, che sappiano che tu esisti, non come disabile con la testa abbassata e su una sedia a rotelle, ma come anima ricca di passioni e di desideri.
Non importa che le tue passioni e i tuoi desideri rimangano inespressi. Essi ci sono.
Farti conoscere significa anche far conoscere l’amore che ci unisce, quell’amore che fa sparire i corpi, che riempie il tempo e che rende tutti uguali.
Un amore che non ha nulla di speciale, e che esiste per chi sa ascoltare.
Il mio desiderio è che tu abbia tutto.
Da piccola, ti stavo distante, ti studiavo, non avevo il coraggio di relazionarmi a te, non sapevo come fare.
Inaspettatamente, un giorno, i nostri sguardi si sono incrociati.
Tu eri in braccio a papà che ti portava in camera, io vi seguivo.
Quella volta, per la prima volta, ci siamo salutate. Ci siamo guardate.
È stato lo sguardo che ha schiuso l’universo, da cui, lentamente, sarebbe sbocciata la nostra profonda relazione innata di sorelle, che esisteva in seme.
Per tanto tempo, ho desiderato che la tua vita fosse libera nei movimenti come lo è la mia.
Ho spesso immaginato di scambiare la mia vita con la tua.
Lo farei davvero.
Non sembra possibile.
Mi rendo conto che non sarebbe giusto.
Ho compreso, con sofferenza, che la tua liberazione è che io mi senta libera, e che viva quello che tu non puoi vivere.
I miei traguardi sono anche i tuoi.
Ti porto nel mio corpo tutti i giorni.
Tu hai il mio amore e l’amore della mamma e del papà, hai il sorriso e la gioia di tuo nipote, hai la comprensione di tuo cognato, hai la quotidianità delle persone che fanno parte del tuo mondo.
Vivi della vita degli altri, senza perdere il senso della tua insostituibile esistenza.
Questo ti sei fatta bastare, e lo hai accettato serenamente.
Il tuo cuore batte, la tua mente viaggia, in un corpo che ti imprigiona.
La tua anima lì dentro è perfetta.
Fai paura alle persone.
Mi ricordo poco della nostra infanzia e adolescenza.
Ho sempre vissuto il nostro amore in segreto, come se lo potessimo capire solo io e te.
Scrivo e mi rendo conto che non posso raccontarti senza raccontare anche me.
Tu sei la roccia ferma, che fa da sponda al fiume, che sopporta tutte le intemperie.
Io sono il fiume, che scorre veloce.
Senza la roccia che lo contiene, il fiume strariperebbe.
Senza il fiume che scorre, la roccia si sentirebbe inutile e sola.
Siamo insieme sotto le gocce di pioggia, che cadono dalle foglie degli alberi dopo un forte temporale, mentre il sole ricomincia ad apparire tra i rami, nel silenzio, nel profumo di freschezza, nel cinguettio soave degli uccellini.
Siamo la pace silenziosa.
Sono il profumo dei tuoi capelli e l’odore della tua pelle, in loro mi rifugio e mi ritrovo.
Sei seduta sulla sedia a dondolo, oppure distesa per terra sul tappeto.
A volte esci di casa con il passeggino, altre volte vai nella casa di montagna.
Quando sei distesa, i tuoi immensi occhi verdi cercano di catturare tutto quello che c’è.
Ti guardo. Sento una voragine di vuoto dentro di me. Ho sempre il timore che tu soffra.
Sono impotente, siamo immobili.
Mi consola il pensiero che corriamo mano nella mano in un campo fiorito, sorridenti e libere.
Hai i capelli mossi, biondi e folti, hai gli occhi verde mare, cangianti, hai un meraviglioso nasino e un sorriso raggiante.
Se ti facessi crescere i capelli saresti ancora più bella.
Hai un corpo perfetto e una pelle candida.
Hai una grandissima curiosità e sei molto pratica.
Non lavori e non guadagni.
Non hai mai giocato con i tuoi coetanei al parco giochi.
Non ha mai avuto una relazione sentimentale con un uomo o con una donna.
Non ha mai frequentato la scuola.
Non sei mai andata a piedi a mangiare un gelato.
Non sei mai andata a teatro o al cinema.
Non hai potuto.
I capelli lunghi sono scomodi per te. Non riesci a toglierteli dal viso.
È la rigidità dei tuoi arti che vedono le persone.
La tua mancanza di linguaggio viene associata alla mancanza di pensiero.
Tu pensi e comprendi.
Non hai potuto mostrare al mondo scoperte rivoluzionarie.
Non ti vanti delle tue esperienze di vita.
Tu sei la scoperta delle scoperte.
Non provi invidia per la normalità dei bambini felici.
Ti rende felice la loro libertà.
Sei pura come un fiore di montagna.
Mentre pettino i tuoi boccoli biondi, vorrei che tutte le persone del mondo ti vedessero come ti vedo io, meravigliosa.
Oggi mi sono addormentata sul divano. Tu eri vicino a me sulla sedia a dondolo.
Dopo qualche minuto, mi hai chiamata con un accenno della tua voce.
Volevi accertarti che io stessi bene.
Esisti come esistono i fiumi, i laghi, le montagne, l’aria, il profumo della primavera e il cinguettio degli uccelli.
Parlo io per te.
Chiedo io per te.
Mi muovo io per te.
Mi svelo io per te.
Sei un’onda che fa parte del mare.
Capita spesso che le persone che ti conoscono, fatta eccezione per le persone che ti amano, si dimentichino di salutarti.
Forse non ti salutano perché pensano che tu non capisca.
Forse non ti salutano perché la tua anormalità ti rende ai loro occhi addirittura inesistente.
Non salutarti o non considerarti non ti rende meno di quello che sei.
Tu rimani un’onda del mare intero.
Io e te viviamo fianco a fianco, senza confini netti, senza corpi.
Ne abbiamo vissute tante di avventure insieme, dai viaggi di cura in America, a quelli a Praga, ai voli fino in Messico.
Tu sempre seduta, io in piedi.
Tu silenziosa, io rumorosa.
Tu paziente, io ansiosa.
Nessuno si è mai seduto vicino a te, per chiederti come siano andati tutti quei viaggi.
La risposta a parole non sarebbe stata importante. Sarebbe bastata la domanda per farti sentire viva.
Sei seria, concreta, hai il senso dell’ironia, sorridi quando condividi situazioni simpatiche e ridi di gusto quando ti bacio e ti strapazzo.
Hai quasi sempre la testa abbassata. Lì sotto, io ti vedo sempre.
So quando sei stanca.
So quando sei felice.
So quando sei tranquilla.
So quando sei mogia.
Hai pianto tanto, troppo, quando eri piccola. Io ero accanto a te.
Non ricordo il rumore del tuo pianto.
La mamma e il papà dicono che piangevi senza interruzione per giorni interi.
Non lo ricordo.
Conosco il suono della tua voce, che assomiglia tanto al mio.
Ma non conosco il suono del tuo pianto.
Ricordo solo un episodio in cui hai pianto. Eri caduta dal passeggino. Eravamo a Praga.
Ricordo che hai pianto ma il ricordo è senza rumore.
Quando sei diventata grande, hai smesso di piangere.
Al massimo ti lamenti.
Sei una persona estrosa, fuori dalle righe.
Ti annoi con le solite cose, eppure trascorri la tua vita ferma come la roccia che contiene il fiume.
Sei ferma, e allo stesso tempo un insieme di bellissimi schizzi cangianti di colore.
Saresti diventata una scienziata se avessi potuto.
Saresti stata una persona importante.
Lo sei già.
Inespressa come un bozzolo.
Vai avanti per la tua strada, prima o poi verrà il tuo momento e ti trasformerai in una bellissima farfalla.
Sei una buongustaia, ami il cibo saporito e i dolci alle creme.
Li gusti come se fossero tutto quello che esiste.
Nei tuoi periodi cupi, lotti e aspetti.
Non abito più con te, con la mamma e con il papà.
Mi manca tornare a casa tardi, venire in camera tua a salutarti, e a controllarti il pannolino.
Occuparmi di te significa esprimerti il mio più grande amore.
Per te è una grande liberazione il fatto che io abbia costruito la mia vita.
Mentre preparavo l’esame di stato per l’Avvocatura, studiavo sul divano, con la tua testa sulla mie gambe.
Ti accarezzavo i capelli e la schiena.
Ti rilassavi a tal punto che spesso ti addormentavi.
Era il nostro momento.
L’amore tra di noi non è speciale.
Non ti amo di più del normale per la tua disabilità.
Capita spesso che le persone mi dicano, in tua presenza, pensando che tu sia sorda, “le vuoi tanto bene vero?” “sei molto legata a lei”.
Se tu apparissi al mondo senza le tue limitazioni, ti vorrei bene comunque, e nessuno me lo chiederebbe.
Il nostro amore è semplicemente l’amore tra sorelle.
Per l’universo, io e te siamo.
In troppe persone del mondo alberga la paura che la tua sfortuna possa essere contagiosa.
Meglio non starti troppo vicino, non condividere le occasioni di conoscere il tuo mondo.
Non importa la possibilità che la tua vita possa migliorare, la paura di rimanere prima o poi colpiti dalla tua disgrazia vince.
Non avrai mai figli: rimarrai una bellissima figlia per sempre, da amare, da accudire e da addormentare.
Quando è nato il tuo nipotino Tommaso, non sei potuta venire in ospedale a conoscerlo.
Era complicato.
Io sapevo che eri a casa ad aspettarci, paziente.
Non t’importava d’altro.
Sapevo che era anche il tuo traguardo.
Tu e Tommaso vi siete subito riconosciuti, come se entrambi proveniste dallo stesso mondo invisibile.
Nessuno dei due parlava. Tutti e due dipendevate dalle persone amate e dal prossimo.
Tu grande, lui piccolo.
Quando ho sostenuto e superato a Venezia l’esame orale di stato per l’Avvocatura, non sei potuta venire ad assistere.
Era complicato.
Io sapevo che eri a casa ad aspettare la mia telefonata, paziente.
Sapevo che era anche il tuo traguardo.
Tu sei felice se lo sono io.
Al mio matrimonio c’eri.
Non poteva essere complicato.
Eri bellissima. La mia testimone di nozze.
Tu aspetti.
Aspetti il sole dopo la tempesta.
Aspetti la pace dopo i litigi di chi ti circonda.
Aspetti di mangiare.
Aspetti di essere capita.
Aspetti che ci accorgiamo che sei sveglia e che hai voglia di fare colazione.
L’attesa porta sempre e comunque qualcosa di buono.
Agli occhi di troppe persone, tu sei solo un corpo mezzo rotto.
Chi non riconosce te, non riconosce me.
Chi mi saluta e non saluta te, non saluta nessuna delle due.
Chi non ti considera, non considera me.
Un mondo, un mondo immenso è dietro i nostri corpi.
Nessuno osa crederlo. È un pensiero che terrorizza.
Bisogna essere normali per provare cose normali, pensa la gente.
Nella casa di montagna, la mamma e il papà hanno piantato gli alberi delle farfalle.
Sono piccoli alberelli da cui sbocciano grandi fiori colorati, sui quali si posano le farfalle.
Tu, Silvia, sei uno di quei fiori. Su di te possono posarsi solo leggere e incantevoli farfalle.
Tu, Silvia, sei uno di quei fiori, perché aspetti, ferma, paziente, le bellezze del mondo.
Ti amo, ti adoro, e ti capisco, sorella mia.
Che l’amore che proviamo l’una per l’altra possa portare più onde possibili ad accoglierti e a riconoscerti come parte dello stesso mare.
Tua sorella Claudia



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Racconto scritto il 12/09/2022 - 12:34
Da claudia valentini
Letta n.129 volte.
Voto:
su 2 votanti


Commenti


Grazie d'averla condivisa e di averci fatto commuovere ... un racconto di vita.

Maria Luisa Bandiera 13/09/2022 - 11:32

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Commovente...

Mirko D. Mastro 13/09/2022 - 08:06

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Cara Teresa, mi dispiace per il tuo dolore.
Silvia ha 36 anni, io ne ho 38.
E' sempre stato difficile.
Ciao

claudia valentini 12/09/2022 - 18:59

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Condivido il tuo scritto, perché vivo il dramma di una nipote disabile,ma tanto intelligente, che vorrebbe essere coinvolta nella vita dei suoi coetanei. Passata una certa età (lei ne ha 40 di anni), tutto diventa difficile e rimane vicino solo il parente stretto.

Teresa Peluso 12/09/2022 - 18:37

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Grazie per le belle parole.
Non è andata a scuola perchè i miei genitori hanno deciso di seguire il metodo americano Doman, con istruzione casalinga ad hoc.
Un abbraccio a tutti

claudia valentini 12/09/2022 - 15:46

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Scusa per la mia curiosità...

Anna Cenni 12/09/2022 - 15:24

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Proprio emozionante, ma mi chiedo, come mai non è andata a scuola? Ho lavorato nel settore disabilità dal grave al lieve, e da me tutti anche gravissimi, han fatto come minimo 8 anni,stando, anche solo, in mezzo a coetanei. Un abbraccio a tutte e due.

Anna Cenni 12/09/2022 - 15:15

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C'è tanta poesia nelle tue parole, poesia d'amore per la vita, per Silvia...

Marina Assanti 12/09/2022 - 15:14

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Struggente, commovente, coinvolgente...
assai ben scritta.
Hai fatto molto bene a scriverla, Claudia, e a condividerla pubblicandola.
Una splendida lezione di vita.
Grazie, un saluto a te e a tua sorella

Marina Assanti 12/09/2022 - 15:10

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