Era una notte di pioggia fredda e battente, sui vetri delle nostre finestre si sentivano scrosci sempre più violenti, e i nostri corpi scivolavano nel buio sempre più a fondo. Nessuno aveva ne coraggio ne voglia di accendere la luce, perché riuscivamo a vedere le linee del nostro viso anche senza gli occhi. Ogni carezza era docile e necessaria, ogni respiro calcolato per non essere di troppo, e per non lasciare troppo spazio vuoto. Eravamo l'uno sull'altra ma, se possibile, ci sentivamo ancora troppo lontani. Guardando dove immaginavo il suo sguardo, dopo aver inventato un cenno di assenso, tentai un bacio sul collo. Non smise le sue carezze e non cambiò il ritmo incessante del suo respiro. Meglio; era perfetta così. Una luce che non seppi dire da dove provenisse mi permetteva di osservare sotto di me la curva del suo corpo, e senza pensare a sufficienza la sfiorai leggero e con parsimonia, come se la sua pelle più nascosta fosse in realtà un foglio sottilissimo di carta bianca. Questa volta è stato il respiro a cedere, il ritmo costante che imperava nella stanza come una monotona cattiveria era stonato, il cuore, così come le sue carezze, era accelerato. E finalmente potei continuare. La spogliai, lei ancora sotto di me, io che nella notte sempre più nera potevo vederla sempre con più chiarezza. Erano occhi le mie mani, e poesie romantiche le mie labbra, lasciavo che le leggesse con ingordigia. Dopo un tempo che non saprei definire, se minuti o anni, noi due continuavamo a scivolare sempre più a fondo di un amore troppo forte per i nostri poveri cuori. In quella stanza ricordo un incendio impetuoso, violento, ma dolce, delicato, fantastico, sublime.

Da Luca Agosto
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Commenti
Intenso, molto bello 



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bel racconto Luca 



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