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Non era domenica

Gualtiero Ponti era un pensionato modello.
Usciva la mattina presto a comperare il giornale, l’edicola era proprio sotto casa. Distinto e garbato si fermava al bar “Splendor” per un caffè e un cornetto con la marmellata alle arance rosse, che solo in quel locale caotico trovava. Poi passava dal fornaio all’angolo, per tre panini di grano duro con lievito madre, in modo che prima delle dieci fosse già di ritorno a casa.
Appartamento 2c del condominio di via Bixio 14. Tutto qua, così si esauriva la sua giornata.
Poi un sussulto improvviso, ovviamente inaspettato, lo colse impreparato.
Fu una mattina qualsiasi, in un giorno della settimana, ma non domenica, perché il fornaio era chiuso e in un mese non troppo caldo né troppo freddo.
Cristina lo lasciò.
Quella mattina riempì una valigia, la sua Samsonite Magnum rosa, lo salutò con serenità, a Gualtiero sembrò affetto, chiuse la porta dietro di sé e svanì. Gli era rimasto in gola solo un “ma…”, fermo davanti la porta con le ciabatte in feltro, il giornale in mano e la sensazione che qualcosa sarebbe cambiato.
Le sarebbe stato grato, ma in quel momento ne era ancora ignaro.
Certo, prima di firmare la sua agognata quiescenza e proprio in quel momento preciso il pensiero assunse una forma tambureggiante. Come un’insegna luminosa intermittente e la scritta banale e precisa: “Il mio Hobby?”.
Firmò con il timore che, effettivamente, fosse una cosa importante e fondamentale dedicare tutto quel tempo che avrebbe avuto a disposizione per qualcosa.
Trovò faticoso, invece, il solo pensare a un qualcosa che lo impegnasse.
In fin dei conti, c'era già qualcosa che gli riusciva e a cui, finalmente, avrebbe potuto dedicarsi con continuità.
Adesso, sarebbe diventata normalità e avrebbe disinnescato quel bisogno profondo che lo facevano sentire un ladro. Quella fatica estenuante a rubare il tempo per dedicarvisi.
Certo, anche pronunciarlo nei pensieri meritava cautela, un sussurro anche nell’intimità, perché quando, imprudente, se n’era vantato in pubblico non aveva mai trovato sostegno e spesso era stato guardato con biasimo, come fosse una cosa grave e disdicevole.
Invece era una parte di sé che stimava.
L’ozio.
Il cestello della lavatrice che roteava, i panni che poi estraeva e stendeva con metodo, attento dove posizionasse le mollette, per poi dilettarsi allo stiro e dare una forma encomiabile a camicie e pantaloni. La spesa ai mercati, la contrattazione e la scelta di frutta e verdura.
Quella vita così semplice lo inorgogliva. Se fosse stato capace di provare emozioni, avrebbe potuto sembrare eccitante.
Certi pomeriggi si recava ai giardinetti, portava con sé sempre un po’ di pane e come nelle migliori tradizioni dava da mangiare a piccioni e passeri che razzolavano intorno a lui. Ce n’era qualcuno più intraprendente che si avvicinava fino a farsi sfiorare. Colpetti delicati, con quel piccolo becco, sul palmo della sua mano da cui si nutrivano.
Si guardava attorno, spesso chiudeva gli occhi.
In compagnia di un generoso ozio e di una solitudine amorevole, si dedicava a se stesso.
Una quiete in cui, forse, non era così pronto ad abbandonarsi.
Veramente si rompeva il cazzo.
Iniziò con un formicolio alle mani e poi diventò un chiodo fisso.
Una fatica insopportabile. Era il caso di soddisfare questa esigenza, ne avrebbe trovato giovamento la sua serenità.
In bilico tra l'ingratitudine e la bramosia, pensò che dedicarsi all'unica cosa che sapesse fare bene, il suo lavoro, fosse un buon compromesso.
Era bravo.
Tremendamente professionale.
Sarebbe stato meglio se fosse stato un falegname o avesse svolto un qualsiasi altro lavoro utile, invece era stato un marksman infallibile.
Ogni giorno lo smontava e lo ripuliva.
Così, quella mattina, in un giorno della settimana, ma non domenica, perché il fornaio era chiuso e in un mese non troppo caldo né troppo freddo, raccolse la custodia dell’M200 gheytac, il suo fucile di precisione, che conservava nell’armadio in camera da letto, raggiunse la terrazza del palazzo, controllò attentamente tutto il circondario e si sistemò.
1415 metri alla fontanella del giardinetto. Vide arrivare il suo hobby.
Scarpe Gucci e l’eleganza arrogante che qualche minuto dopo le quattordici raggiunse il parco, all’entrata nord. Un giovane uomo che si fermò a bere alla fontanella. Un primo sorso sobrio e discreto, poi il secondo vorace e insistito. Sollevò la testa, si passò la mano sinistra sulla bocca, mentre la destra impugnava una valigetta in pelle marrone.
Un colpo solo e lo fece secco.



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Opera scritta il 15/12/2021 - 16:14
Da Moreno Maurutto
Letta n.874 volte.
Voto:
su 1 votanti


Commenti


Boom
Grazie tante Bruno!
Sono contento ti sia piaciuto

Moreno Maurutto 16/12/2021 - 21:18

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Surreale brandello di ordinaria alienazione da ozio. Racconto originalissimo e molto intrigante, ripercorre la progressione di un personaggio che come hobby ha l'ozio e la routine elevata a stile di vita, sulla strada del corto circuito esistenziale. Colpo, è il caso di dirlo, di scena finale a sorpresa eccezionale. Ironico e molto english come humour! Complimenti Moreno!

bruno palumbo 16/12/2021 - 16:47

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Grazie tante Mirko!
Una forma così diversa, ma che condivide un'alienazione di fondo...
Avevo temuto che l'imprecazione potesse censurare il racconto...
Grazie

Moreno Maurutto 16/12/2021 - 15:03

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La quotidianità di un uomo qualunque descritta con capacità e quasi discrezione...fino alla fine: il colpo di scena, impensabile.
Sei stato grandioso poi nel ripetere il riferimento al titolo sul finale, quella frase rimbomba anche al termine della lettura. Come un colpo di fucile.

Mirko D. Mastro 16/12/2021 - 12:16

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