da necropoli disvelate in forme;
nella piana della foresta "da reme",
tra faggi ed abeti, ancor v'è di cimbri villaggi il seme.
Qui partiron migranti i bellunesi per il mondo
provvisti di valigia e ricordo fecondo,
quei che vi rimaser lavorarono la terra con dedizione,
contadini, che delle stagioni seguirono la lenta progressione.
Col tempo si spopolò la terra alta, fattor corale
e nel miraggio del lavoro industriale
tanti inseguiron un miglior tenor di vita, con dann territoriale,
in terreni lasciati all'incuria nel dì feriale.
Or la città che muove al ritmo suo frenetico
rammenta nella gente il desìo di tempo etico:
assaporar le stagioni nei tempi lor lenti,
recuperar la terra, le tradizioni e le radici dei figli suoi eletti.
Di Pieretto Bianco, di grandi tele insigne pittor,
che migrò a Venezia con la Pieve d'Alpago in cuor
o dell'ingegno che per costruir quella dimora la terra d'Egitto lasciò
e nel mistero delle stanze, l'Alchimista, alla conversione del piombo in oro lavorò.
Racconto scritto il 05/03/2026 - 23:32Voto: | su 0 votanti |
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