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Cisco

Si chiamava Francesco, ma per tutti noi divenne Cisco dopo che andammo a vedere il film nel quale il protagonista era appunto Cisco Kid.
A noi quel personaggio sembrò la simbiosi tra un fuorilegge ed un uomo d'onore, ed allora decidemmo che ben si adattava al nostro amico.
Eravamo tutti insieme quel giorno al cinema delle suore, l'unico del paese che non proiettasse film esclusi ai minori di diciotto anni. C'erano Cipi, Sergio, Giacomino cacca, Bruno Devoti e Mario Savi, insieme ai fratelli gemelli Gaffurini, Ugo e Doro; tutti seduti nella stessa fila di panche.
Quasi tutta la squadretta di calcio dell'Indomita, in pratica.
La squadra l'avevo fondata io, e ne ero il capitano. E' per questo che mi ero imposto, riuscendo a convincere tutti a prendere con noi Cisco, che invece militava nei Vaperfoss, squadra dal nome pseudo olandese ma in realtà composta da ragazzi che battevano fossi e rigagnoli di campagne da mattina a sera, in perenne ricerca di pesci e rane.
Lui era un guerriero, nel gioco del calcio. Non sentiva i colpi e non sanguinava mai, nemmeno se gli piantavi i tacchetti nei polpacci. Uno stopper che non andava per il sottile e non si arrendeva per nessun motivo, men che meno di fronte all'evidenza della superiorità degli avversari. Anzi, in quel caso dava il meglio di sé. Ecco il motivo per il quale sarebbe stato davvero adatto a giocare in una squadra come la nostra, che volutamente avevo chiamato Indomita.
« Quello più forte lasciatelo marcare a me...», era la sua frase preferita.
Un giorno che sanguinava dal naso per la testata di un avversario, l'arbitro fermò per un attimo l'incontro e gli disse:
« Vai a metter la testa sotto la fontanella...»
« E perché mai? », rispose lui
« Non vedi che sanguini? Dal naso, mi sembra », insisteva l'arbitro.
Cisco allora alzò gli occhi al cielo e si mise a ridere. Poi aggiunse, candidamente convinto di quello che diceva:
« Io sanguino? Ma se non ce l'ho, il sangue. Vai a vedere la testa di quello che si è preso una mia nasata un minuto fa. Il numero cinque. E' lui che mi ha sporcato con il suo sangue.»
Tutte queste frasi venivano dette in dialetto, unica lingua conosciuta da Cisco che si rifiutava categoricamente di parlare italiano, anche a scuola. Aveva imparato a scriverlo, quello sì, perché il dialetto era troppo difficile da mettere nero su bianco.


Fra tutti i miei compagni di gioco dell'infanzia, Cisco è stato davvero quello più fuori della norma.
A scuola veniva tartassato dal maestro, che lo metteva regolarmente alla berlina per i suoi mitici errori. In tutte le materie, non solo italiano.
Lui rideva beato, anzi si guardava in giro con un sorrisetto e, nel mentre si toglieva qualche caccola dal naso, si mostrava pure orgoglioso di essere il centro dell'attenzione. Io credo che lui avesse questo tipo di filosofia, nella testa: meglio un centro negativo di gravità che un qualsiasi punto fra gli infiniti che compongono la circonferenza.
Aveva dei piedi che sembravano scarpe antinfortunistiche e non l'ho mai visto con un filo di tosse o un accenno di raffreddore.
Un giorno, giocando a pallone in una partita tirata allo spasimo, dopo un'ora che correvo come un matto mi venne un crampo terribile al polpaccio. Ero per terra e piangevo:
« Ahia..., che male , che male, tirami la gamba, Cisco »
Lui si era avvicinato, insieme all'arbitro, e mi guardava come si può guardare un pulcino bagnato dalla pioggia, che pigola e pigola. Era interdetto.
« Ostis, Giacom, che ghèt ensoma...che goi de tirat chi po'...la gàmbo? Comòt? »
Non era solo lui che non parlava italiano; per la verità tutti parlavamo quella specie di lingua lombarda.
Ostis sta per caspita. In breve, lui con una semplicità disarmante mi guardava e diceva: Caspita Giacomo, cos'hai insomma...che cosa devo tirarti, alla fine...la gamba? E perché mai dovrei farlo, che tradotto si dice: comòt.
« Ho i crampi...i crampi al polpaccio » urlavo io disperato.
« El polpaccio l'hò capìt, l'è el polpastrel...ma i granchi che roba l'è? Roba de mangià? »
Ecco, quello era Cisco.
Era uno che aveva gli anticorpi grossi come bocce; mai un'infezione, neanche se si tagliava con il vetro delle lampade al neon, che a quei tempi girava voce fossero velenose, addirittura.
Come non invidiare una salute di ferro come la sua, anche se non sapeva fare tre per sette e non parlava la lingua di Dante.
Mangiava il panino imbottito dell'oratorio e non si accorgeva di trangugiare anche la carta del tovagliolo. La frutta non la lavava mai, e non la sbucciava. Mangiava tutto della mela, torsolo compreso. Semi e picciolo pure. Prendeva in mano due mele e dopo un minuto non restava niente. E le prugne piccole, i così detti brugnì, o le ciliege e le amarene, le ingoiava con il nocciolo per la fretta di mandarle giù.
A lui i rifiuti differenziati facevano un baffo...tanto non ne faceva di rifiuti, se non in ultima istanza. Ed alla fine se li puliva regolarmente con una manciata di erba fresca, magari di rugiada. Se non c'era, buone anche le foglie secche, pur che ci fosse vicina una pocia, una pozzanghera, per dirlo in lingua.
Se c'era qualcosa di pericoloso da fare, era sempre lui che si offriva. E il motivo era semplice, nella sua ottica: a suo modo di vedere il pericolo non esisteva, non lo avvertiva minimamente.
Come quella volta che il pallone era finito sopra una tettoia sgangherata, una specie di pollaio molto alto e costruito in maniera approssimativa.
La palla s'era incastrata tra due traversine in ferro, sopra le quali alcune lastre di eternit si erano sfasciate.
Non c'erano scale ed oltretutto la tettoia non avrebbe retto al peso. Stava marcendo, ed era pericolante di suo; non era il caso di andare a rischiare.
Ma Cisco aveva già in mente come fare. L'avesse visto il nostro maestro prendere quella decisione, avrebbe certamente cambiato opinione sulla sua intelligenza.
Il pollaio confinava con il muro dell'oratorio e dall'altra parte c'era un cantiere aperto per la costruzione di una casetta.
Una finestra del piano superiore di quella costruzione, appena abbozzata, si trovava proprio all'altezza del muro di cinta dell'oratorio. Ed in giro c'erano assi grosse e robuste, e lunghe abbastanza per essere appoggiate alle due estremità.
L'unico problema era il peso di queste travi, che certamente venivano movimentate dai muratori mediante appositi arganelli.
Ed allora ecco la grande idea, che Cisco sosteneva gli fosse venuta notando che in un angolo del cantiere c'era una grossa corda in canapa.
Inforcò la bicicletta gridando:
« Vado un attimo a casa...state fermi, ci penso io a recuperare il pallone »
Quando tornò aveva fra le mani una grossa carrucola, probabilmente usata dallo zio macellaio per appendere i quarti di bue.
Forse aveva già visto qualcuno fare quella cosa perché non nutriva alcun dubbio sulla procedura.
Noi lo guardavamo a bocca aperta, aspettando i suoi ordini. E fu così che, prima dalla parte del muro e poi dalla finestra, Cisco riuscì, col nostro aiuto e la carrucola, a posizionare il grosso trave in legno proprio sopra il pollaio.
Quando cominciò a camminarci sopra a noi mancava il fiato. Arrivò nel punto dove c'era il pallone, un buon metro più in basso dei suoi piedi. Fu in quel momento che dimostrò tutta la sua grandezza; si abbassò fino a cingere il trave con un braccio e, con l'altro, tentò di agguantare la palla.
Ma non poteva arrivarci. Il pallone era troppo basso. Allora fece una cosa che ci lasciò di stucco: si aggrappò con entrambe le mani al trave e si calò con le gambe fino al pallone, che strinse fra i piedi utilizzandoli come una morsa.
Poi si sollevò un poco e si dondolò a mo' di pendolo, quel tanto che bastava a farlo cadere nel cortile.
Ci strappò gli applausi più calorosi e prolungati che avesse mai avuto.
Lui, tuttavia, si stupiva di queste manifestazioni e forse temeva pure di essere preso in giro.
« Dai dai, andiamo a giocare che abbiamo perso già troppo tempo », era il suo commento ai nostri calorosi evviva.


Le nostre strade si sono divise presto, poco dopo la mia maturità. Io mi trasferii a Milano, per gli studi, e di lui non seppi più nulla. Chissà quale direzione avrà preso la sua vita.
Ma forse preferisco non saperlo e ricordarlo così, un ragazzo speciale, uno che viveva la sua vita con la stessa semplicità con la quale beveva nelle sorgenti d'acqua del Santuario della Madonna di Valverde, appoggiandosi sui palmi delle mani e succhiando l'acqua con le labbra immerse, proprio come farebbe un qualsiasi animale a quattro zampe.
E, se gli chiedevi come facesse a bere in quel modo, rispondeva ridendo:
« Devi fare la bocca a culo di gallina. E poi tirare su l'acqua, piano piano. Altrimenti ti va di traverso »
Cisco era un campione anche nel gioco della cavallina, ma quella è un'altra storia.


...dalla raccolta: Compagni di scuola e di giochi dell'infanzia




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Racconto scritto il 05/02/2019 - 13:06
Da Giacomo C. Collins
Letta n.241 volte.
Voto:
su 6 votanti


Commenti


Grazie Glauco...ascoltata, bellissima come tutte quelle di Guccini. Combinazione ho vinto anch'io una gara di bocce a Modena, la gara sociale della nostra bocciofila. Ebbi una buonissima impressione di quel grande bocciodromo...era domenica, si cucinava, c'erano donne che fumavano e giocavano a carte. Da noi le donne quaranta anni fa erano tutte a messa, la domenica. gran ricordo...

Giacomo C. Collins 06/02/2019 - 11:52

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La canzone è "Cencio", dedicata ad un suo amico nano col quale giocava a bocce, Guccini era il gigante e Cencio il nano.

Glauco Ballantini 06/02/2019 - 11:10

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Un po' libro cuore, seppur in versione "felice"
Scritto divinamente
Molto piaciuto, davvero bravo

laisa azzurra 06/02/2019 - 10:01

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Grazie mille a tutti, è un momento no per me e questi bei commenti mi aiutano. Un abbraccio a Mimmi, Mirella, Antonio, Grazia, Roberto, Millina, Maria Isabel e Glauco. A proposito Glauco, sai che quella canzone di Guccini non la ricordo...devo cercarla, mi interessa questo parallelo che hai fatto con Cisco. Ciao a tutti.

Giacomo C. Collins 06/02/2019 - 09:44

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"Ma il tempo più ottuso di noi incalza per tutti, sia per i giganti che i nani:
chi immaginava allora che ognuno sarebbe finito in un proprio circo personale?
Vincenti o perdenti non importa, ma quasi mai secondo i propri piani,con la faccia tinta, sul trapezio, fra i leoni, solo attenti a non farsi troppo male.
Qualcuno m'ha detto che vivi in provincia, con una ballerina bulgara o rumena;
chissà se hai poi trovato di dentro la tua vera altezza? Addio amico venuto dal passato per un momento appena,addio giorni andati in un soffio, amici mai più incontrati; s'ciao, giovinezza... Guccini
Il tuo Cisco, anche per assonanza, mi ha ricordato questa canzone...

Glauco Ballantini 06/02/2019 - 09:08

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Notevole, scrivi veramente bene

Maria Isabel Mendez 06/02/2019 - 01:07

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Notevole, scrivo veramente bene

Maria Isabel Mendez 06/02/2019 - 01:07

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Adoro i racconti autobiografici, perché quando si parla di sé si parla anche degli altri, e nei fotogrammi di alcune vicende si trovano personaggi delle nostre storie, o ci si ritrova nei personaggi, vuoi per la loro semplicità o per la loro timida tenacia.
Cisco è il grande, ed inconsapevole, protagonista di questo racconto, con la sua forza e la sua genuinità, che tutti noi lettori, grazie alla tua bravura nel descriverlo speriamo abbiamo conservato nel tempo.
Ciao!

Millina Spina 05/02/2019 - 21:17

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Può essere un'invenzione ma ....sembra vero.I ricordi della nostra infanzia sono sempre densi e anche carichi di significato. Mi hai fatto ricordare un racconto analogo da me postato circa 2,3 anni fa, Kocis, in cui raccontavo della mia esperienza (vera) dal barbiere.... Bravissimo

Roberto Colombo 05/02/2019 - 18:13

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Cisco da non dimenticare...nella speranza che non sia cambiato che sia rimasto così verace...queste persone restano nel nostro ricordo e anche nel cuore...
Giacomo questo non è solo un racconto...bravo, davvero bello!

Grazia Giuliani 05/02/2019 - 17:11

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Certo che tu i racconti li sai proprio scrivere e li sai far leggere perchè riesi ad accattivarti l'attenzione del lettore lasciandolom incollato al foglio con il dispiacere solo che finisce troppo in fretta.Ci metti umanità nel raccontare ed anche una buona dose di esperienza perchè sapere scrivere è anche frutto degli anni magari passati solo a leggere moltissimo. Non mi dilungo oltre, ho letto questo racconto molto volentieri , anche per la sua trama: chi non ha avuto un amico come cisco oppure simile che a disranza di anni ricordiamo ancora con nostalgia perchè ha lasciato un segno tangibile dentro di noi. Bravo Giacomo.

Antonio Girardi 05/02/2019 - 14:56

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GIACOMO.... La stellina numero 1 te l'ho data io....Mi sono accorta che è in disuso mettere stelle se è cosi userò queste *********** e tu ne meriti anche di più Ciao

mirella narducci 05/02/2019 - 13:55

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GIACOMO....Da questo racconto e dall'animaletto Cisco si può trarre la conclusione che da tutti si può imparare qualcosa. Scorre e si legge bene....i tuoi scritti sono sempre perfetti. Ciao

mirella narducci 05/02/2019 - 13:47

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Un bel racconto, piacevolissimo, intriso di bei ricordi. Cisco sarebbe felice di vedersi protagonista!

Mimmi Due 05/02/2019 - 13:45

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