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Sua Maestà

Pioveva.
Con una luce d’argento pioveva.
Sui campi, sugli alberi, sulle pietre, sull’antico borgo e le sue piccole case.
Il cielo non dà scampo , si elargisce a tutti in parti uguali. Né ha colpa e coscienza quando sta in silenzio o si scatena con il sole e l’acqua.
A volte è conseguenza … per errori e misfatti commessi sulla terra.
L’Uomo pensava in quei momenti tutti per lui … a se stesso e al mondo. Alla strada percorsa "camminandosi"
e camminando sulle vie del tempo e delle cose.
Un passero là fuori si riparava su di un davanzale. Ogni tanto ruotava a destra e a manca il minuscolo capo, poi se lo infagottava nel petto grigio e marrone.
Pioveva.
Lo sguardo tornò sui suoi vetri. Piccoli vetri incastonati in una vecchia finestra. Lo affascinavano le gocce che vi picchiettavano, lasciando scie di stelle cadenti, e vapore da disegnare.
L’aprì .
Voleva respirarla la pioggia che esaltava ogni odore. Lui che amava il suo olfatto forse più degli altri sensi , ritenendolo forza animale pura, residuo autentico dei primordi.
Fuori le stradine parevano ruscelli saltellanti. L’elemento rimbombava, assumendo varie tonalità: da fragore a tenue ticchettio a seconda del vento e di ciò che incontrava nel percorso.
Qualche scatola di latta messa agli angoli per ospitare delle piante fungeva da contrappunto, facendo riecheggiare la valenza di un’orchestra.
Solo un ombrello si muoveva a fatica su una ripida salita portandosi due borse della spesa.
L’Uomo chiuse la finestra.
Sospirando di piacere e timore osservò il monolocale arredato dell’essenziale. Quindi indossò il giaccone e uscì.
Voleva , assolutamente voleva, assaporare quello che sarebbe stato il rifugio della sua Arte. Così scese la stradina, di mattoni e sassi, grondante d’acqua, per recarsi nel locale dabbasso.
Girò la chiave nella toppa.
La stanza era ampia, piena di oggetti da sistemare. Ma la sua poltroncina l’aveva da subito posizionata davanti alla stufa a legna. C’era freddo, e non solo là dentro. L’uomo si adoperò per accenderla.
Poco più in là, il Cavalletto con sopra l’ultimo suo quadro lo aspettava.
Si avvicinò per visionare l’Opera: una donna coi capelli al vento, vestita delle sole calze a rete, stava a cavalcioni su un muretto. La contornava una stupenda geometria di colori.
Mancava poco per terminarla. Fu lì lì per farlo. Poi ci ripensò. Ancora non se la sentiva.
Posò pennello e tavolozza, che già aveva in mano, e andò a sedersi sulla sua poltroncina.
Il fuoco ardeva colloquiale. La fiamma suscitava scintillanti scoppiettii.
Dopo un attimo senza tempo … la porta d’ingresso si aprì.
L’Uomo non ebbe timore. Sapeva.
La vide entrare e avanzare, in silenzio, disegnata dal volere del cuore e della mente:
Sua Maestà la Solitudine … a fargli compagnia.



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Racconto scritto il 14/01/2020 - 11:05
Da Ida Falconeri
Letta n.335 volte.
Voto:
su 1 votanti


Commenti


Leo, ti ringrazio per avermi fatto dono di questi due bellissimi commenti.

Ida Falconeri 14/01/2020 - 19:13

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Ma già, che dico bussare, come dice il grande Faber parlando della Primavera: non bussa lei entra sicura,
come il fumo lei penetra in ogni fessura,
ha le labbra di carne i capelli di grano
che paura che voglia che ti prenda per mano,
che paura che voglia che ti porti lontano.

Leo Pardiss 14/01/2020 - 18:56

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Un racconto che svolge il suo filo negli spazi tra una riga e l'altra, un filo di Poesia narrativa che invita a far parte del paesaggio, più interiore che reale, cercato e trovato dal protagonista...e poi, serenissimo finale, quel bussare atteso da tempo!

Leo Pardiss 14/01/2020 - 18:06

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