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IL QUADERNO DI CORA (estratto)

La protezione è fagocitante.
Proteggere sembra così una bella parola di vita.
Eppure racchiude in sé tutto il bene che si può immaginare e tutto il male che non si immagina.
Un esistere di mendace tentennamento tra la vita che potrebbe vivere e quella che abbiamo preferito far essere.
Non potevo permettere un tuo salto fuori dalla tana.
Tutta mia la paura.
Avevo sentito troppe volte i tuoi pianti che urlavano misericordia.
Nemmeno il mio seno ti restituiva pace.
I movimenti convulsi.
Il tenero fiato spezzato dalle tue grida che lo soffocavano.
Le corse in cerca di riparo e di risposte.
Le sentenze.
Poi il ritorno.
E tutto doveva sembrare al posto giusto. Nessuna mancanza.
Nessuno poteva turbare un equilibrio. Il mio. Tutto mio.
L’equilibrio della tua routine casa scuola casa.
Ora che ti vedo è tutta mia anche la mortificazione di averti rinchiuso in una cella. Stretta e buia.
Scoiattolo incatenato che non può saltare e volteggiare come se stesse ballando un valzer sui rami degli alberi.
La protezione è estraneità se viene confusa con la nostra paura che rovesciamo addosso agli altri.
È un’esasperazione dell’amore.
Si crede di amare nel modo giusto e si è così ingenui, a volte.
Così sono stata con Bianca. Mia figlia.
Bianca stella a cui non ho permesso di brillare.
Ho provato a non far brillare.






L’enciclopedia renderà qualche informazione che mi aiuterà a capire meglio. Proverò in biblioteca, a scuola. Ma dovrei portare Bianca con me e cucire una scusa plausibile.
Ora devo pensare solo alla mia bambina. Alzarmi dal letto. A breve si farà sentire la fame e dovrò allattarla.


I medici sono così viziati nel loro linguaggio.
“Umor acqueo” e altre definizioni che non volevo far entrare in testa e che non conoscevo. E se non le conoscevo perché avrei dovuto impararle adesso sulla pelle della mia piccola?
Così mitragliano la mia mente tutte quelle agghiaccianti parole.


Alle sette e dodici del mattino con poco meno di due ore di sonno cerco di darmi vita. Uno sguardo sul sole che buca la parete bianca della mia camera.
Della nostra, per meglio dire.
Mia e di mio marito.
E della nostra bambina.
Mio marito sempre su aerei diversi, sempre in volo sopra i tetti e sopra il nostro tetto.
Il nostro tetto che copre al cielo azzurro su cui sta volando il torvo pianto di Bianca e la mia disperazione.
Allatto mia figlia e la vedo così imperturbabile. Intenta nel suo lavoro. Unica fatica che dovrebbe essere concessa ad una stella appena nata. Stringere le labbra per aspirare il latte.
Ma la realtà ha un doppio fondo.
Come i vecchi cassetti dei comò delle nonne.
Sopra, in bella vista, ci sono lenzuola linde e bianche che aprendo il cassetto si mostrano in tutta la loro freschezza di bucato profumato; ma nel fondo, sotto la tavola di legno, ci sono le cose che non si devono vedere quando si apre il cassetto. I segreti da conservare.
Bianca si vede. È sana, pulita, un rigolo di latte le esce dalla bocca. È innocenza. Pensiero candido. Miracolo di vita. Ma dentro qualcosa è imperfetto. Un vizio. Una sorpresa della vita che non poteva essere prevista. C’è qualcosa in Bianca che resta oscuro all’occhio che si sofferma sulla sua purezza. Sulle sue guance fresche. Ma il suo corpicino nasconde una verità. Come le lenzuola il doppio fondo. Una sorpresa che come una cicatrice la segnerà per sempre. Uno sfregio.
Bianca è nata il primo marzo. Oggi è il dieci aprile.




Frigo dovrebbe rientrare tra quindici giorni.
Perché Frigo? Perché io lo ho sempre chiamato in questo modo. Non c’è un motivo. È molto bizzarro e sgraziato, me ne rendo conto. Ma io e lui ci chiamiamo così. Io sono Pulce. Quei nomignoli, vezzeggiativi, appellativi che si danno. Il più sgangherato può diventare il più dolce se pronunciato tra due persone avvolte in quell’armonioso gioco dell’innamoramento.
Eravamo insieme io e Frigo. Lo siamo ancora. Ma in questi giorni lo vorrei di più.
Fino ad ora l’idea che alcuni tempi fossero occupati dall’assenza di noi durante i suoi viaggi non frammentava il nostro incantesimo.


Fare l’amore.
Ho conosciuto con lui il significato di questa espressione.
Fare l’amore. Arrivare fin sopra ad una vetta e lasciarsi cadere insieme. Senza dolore. Colpo buono, corpo scomposto e convulso che si mostra all’altro senza maschere.
C’è uno spontaneo ed insolente turbamento che rende meraviglioso il dopo.
Quell’istinto che ci fa trovare l’uno sull’altro, mentre ci si continua a stringere, accarezzare, confondere con lo stesso respiro affannato che segue. Un orgasmo ancora più potente che non è dato in anticipo, ma solo preceduto da quello già finito pochi istanti prima. E che continua per alcuni minuti per poi riportare alla realtà.
Tra questo tracimare di emozioni è partita Bianca. Arrivata senza programmi. Come un fenomeno naturale imprevisto che sbalordisce.
È cresciuta dentro me. Con me. Io e lei e Frigo, quando c’era.
Fino al primo marzo.
Poi il primo marzo, alle quattro e quaranta del mattino, ecco che il mal di pancia e qualche fitta alla schiena che mi avevano accompagnato dalla sera precedente si trasformano in una sorta di colpo sordo. Non so definirlo a dire il vero.
È iniziata la nostra corsa. Frigo non c’era. Era sull’aereo.
Alle quindici e quindici è arrivata!
Lei è nata e io sono risorta. Prima non ero mai stata. O almeno così mi sono sentita. Da allora avevo un motivo per essere. Non è una negazione del passato. Neanche uno sdoppiamento della personalità. Ma è proprio una rinascita. Una responsabilità che carica di amore e mio malgrado di protezione.
La protezione è buona se non si abusa di essa.
Ma il primo marzo alle quindici e quindici non lo sapevo ancora.
Così tra le mie braccia, ora rilassate dopo tanta tensione, c’erano i tre chili e ottocentosettantadue grammi di Bianca. I suoi occhi congestionati e strizzati che ammiccavano al mondo che gli si era aperto dinnanzi e che non conosceva.
Gli occhi.
Gli occhi di Bianca.
Un ossimoro. Un’incongruenza. Uno scornacchiare del destino.
Ho cancellato tutte le ore passate nel tepore della mia bambina che tenevo tra le braccia. Le contrazioni prima ogni dieci minuti, poi ogni cinque, poi ogni tre, poi non ricordo. Il sudore. Tutti gli imperativi dell’ostetrica che dicevano di non spingere più e di spingere più forte. La sensazione animalesca accompagnata da un dolore che fa bene. Come è divertente la vita nei controsensi: dolore che fa bene…occhi di Bianca.
Credo di essere stata brava. Mi ero promessa di non urlare e così ho fatto. Ho trattenuto l’urlo con tutte le mie forze.
Bianca doveva nascere senza grida assordanti. Ci avrebbe pensato lei a piangere e a farsi sentire appena fuori.
E si sta facendo sentire anche ora.
Ma il pianto ora è diverso.
Il primo recava una vittoria. Un’annunciazione.
Ora no.
Ora Bianca usa il pianto perché non sa le parole che dovrebbero dire che non è solo grazia la vita. Che un dono bellissimo può talvolta riservare amarezza e disincanto. C’è sì il dolore buono e poi c’è quello bieco, malefico.
Nemmeno io so le parole. Non le immagino neppure.
Con me c’era mia madre quel giorno. E al telefono poi c’era Frigo. Il primo marzo di quaranta bellissimi giorni fa.







Il diciannove marzo Bianca inizia il suo agonizzante richiamo. Il giorno e la notte.
La corsa all’ospedale per cercare una soluzione.
Frigo non arriverà prima di fine aprile.
Meglio non farne parola. È così difficile essere credibili separati da un cornetta telefonica e da non so quanti mila chilometri.
Aggiungerei una preoccupazione a tutte le altre.
Il silenzio inizierà a diventare il mio rifugio. La mia arca di salvezza. Il diciannove marzo inizio ad essere silenziosa.
E inizio un percorso tutto mio fatto di progetti. Sono consapevole che qualcosa non sta funzionando e che la mia vita sta subendo una brusca sterzata che cambia direzione ai sogni e che li perde. I sogni che fino ad ora la vita me l’avevano allungata o addirittura ricostruita.
Non so se firmare una lettera che mi faccia trasformare ancora una volta in una persona nuova. Da donna maestra e innamorata di Frigo sono diventata mamma di Bianca e innamorata di Frigo e maestra. Adesso da mamma di Bianca innamorata di Frigo dovrei riformarmi a mamma di Bianca. Punto.
Non sono capace di frivoli ottimismi.
I medici mi dicono che Bianca ha qualcosa che non va all’occhio sinistro.
Il primo aprile.
Un glaucoma.
E inizia un susseguirsi di parole che nella mia testa si convertono in domande e che sono sinonimi di solitudine. Di parole che dovrò riportare a Frigo tra un rientro ed una partenza.
Ancora esami. Corse in ospedale. La notte. Pianti. Miei e di Bianca. Colloqui con i medici. Il cinque aprile.
Sì, un glaucoma.
Il sette aprile un altro medico.
Un glaucoma infantile primario. Opacizzazione della cornea. La sclera.
Dieci aprile.
Possiamo tentare un primo intervento. Una trabeculectomia.
Sono andata in biblioteca e ho letto tutte le parole. È un filtrazione del glaucoma mi pare.
Quindici aprile.
Procediamo con l’intervento.
Dobbiamo aspettare il decorso.
Venti aprile.
L’occhio no.
L’occhio di Bianca sarà buio per sempre.
“Frigo. No... va tutto bene. Ma certo che ti amo, sì. Ora stacco. La piccola dorme poco. Ma. Sta benissimo. Ti aspetta.”
La culla asettica dell’ospedale ospita una bambina che sta conoscendo quanto possa essere aspro stare al mondo. Io mi stendo sulla sdraio, amorevole concessione delle infermiere.
Non dormo. Stringo la morbida mano di Bianca che riposa lieve nel buio di una stanza di ospedale, inconsapevole, forse, della sua oscurità.
Ventuno aprile.




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Racconto scritto il 01/06/2020 - 22:11
Da Andrea Paolo Lunardi
Letta n.82 volte.
Voto:
su 2 votanti


Commenti


Un testo scritto in modo impeccabile, senza mai una flessione...
un crescendo di amore, tanto amore.

Grazia Giuliani 02/06/2020 - 22:38

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