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L’autore del tomo- Samael 13:17.3

Honora patrem tuum et matrem



I fiori della primavera sono i sogni dell’inverno raccontati la mattina



L’altalena
dondola da sola, lui
ha lo sguardo
di qualcuno che s’è smarrito.
Appoggia le spalle curve
agli alberi sulla tappezzeria,
gli restano domande
e una coccinella sul dito.
(Albe ricurve)


Il ragazzo con sul dito una coccinella di questa piccola poesia si lascia scivolare sulle gambe. Ora dorme. La testa ricurva in avanti, nella sfumatura intensa di un’alba che gli pesa sulle spalle.
Il coleottero a piccoli passi torna tra gli alberi sulla tappezzeria della soffitta. Fino ad ora non era stato molto fortunato. Era uscito di casa per trovare una foglia dove lasciarsi amare da un raggio di sole, non se ne era accorto nessuno.
Aveva altre domande, diverse da quelle dell’uomo. Le fronde mormoravano di una coccinella come lei, solo più vorace, dalla livrea arancione e gialla nel grande bosco lontano che aveva tutta l’intenzione di governare da dove lo sguardo può arrivare… fino a capire quanta sia stata la fortuna di esserci. Un’altalena dondolava da sola, si sentiva smarrita.
Degli abeti secolari non restava niente, se non il ricordo disegnato nel cielo dai petali dei piccoli fiori. I saggi gufi, le vecchie querce continuavano a morire.
Restavano loro, i fiori. Giovani fari capaci di colorare il sole quando cieli cupi ricoprono i pensieri, piccole lucine anche quando è buio.
La coccinella si domandava come potesse un suo simile non darsi cruccio di sfregare incurante le zampette e liberare quel veleno. L’odore repellente era nell’aria.
Lei che porta in giro ogni giorno un cuoricino ovalizzato dal peso dei puntini che hanno lasciato chi legge senza la possibilità di prendere fiato.


Ora ascoltate… il caldo calmo che da sotto la coperta vi avvolge nel torpore, non è il fuoco del camino. Sentite… non appartiene al vento nel fruscio delle foglie oltre la soglia il verso che vi desta, storditi. Lene. Avviluppati nel divano tra il sonno e il vino.
Cercate tra una virgola e il rigagnolo delle parole la grazia delle palle di vetro e la neve, la purezza nel capovolgerle… non ho molto altro. A passeggio su questo racconto, raccoglietemi: sono il bisbiglio che scende come il sonno e la neve, una carezza.


Ricordo che tutto è avvenuto in pochi attimi, qualche istante e poi il buio e il caos più totale. Pochi attimi ma infiniti, forti e devastanti emozioni: paura, terrore, confusione, shock e dolore. E la neve. La plastica della camera iperbarica. Ricordo solo che era metà pomeriggio, la sonnolenza e un senso come di ebbrezza. E poi l’odore di fenolo dei camici dei sanitari, e l’agitazione e l’ansia.


Ora c’è rumore. Di voci, diverse e sconosciute. Tutte tranne forse una. Tre uomini seduti nel centro della sala, una sala enorme come quelle apparecchiate per un rinfresco. Uno dei tre uomini al centro mi osserva. E’ un uomo di mezza età coi capelli spettinati, vestito con fresche stoffe di colori vivi e al collo una vistosa collana con un cerchio vuoto come quelli per le chiavi. Il signore più a destra mi indica col dito… ma dove sono, e cosa ci faccio qui?
Quello dei tre uomini al centro che finora aveva tenuto gli occhi chiusi, forse sulla settantina, sollevando il capo e portandosi le mani giunte al serto di alloro sul doppiopetto mi sorride da sotto la barba curata.
Mi sollevo sulle gambe, vergognandomi un po’ per le mie braghette corte. Non riesco a togliere gli occhi da quelle mani in preghiera. Prendo un respiro profondo “…Samael, sei tu!? Non sono sicuro di capire… Voglio solo tornare dai miei figli e da mia moglie. E scrivere ancora una poesia”.


Degli anziani non resta niente, se non il ricordo disegnato nel cielo dalle altalene che conoscono le regole. I saggi sguardi delle vecchie panchine che conoscono le eccezioni continuano a morire.
Confuso… mi innervo, zufolìo tra i righi. Se siete qui, grazie… di condividere nuvole e magia.



(3/9)



-il titolo è una citazione di Khalil Gibran







Per qualche momento, istanti
per ore, o solo un attimo non so
ho creduto di trovarmi
in un incubo di Poe




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Racconto scritto il 06/08/2020 - 18:53
Da Mirko D. Mastro(Poeta)
Letta n.108 volte.
Voto:
su 2 votanti


Commenti


Questo racconto mi ha incantata, un bel testo che mi ha condotta per mano nella fantasia dell’autore e che spazia in questo racconto facendo riflettere su svariati temi che prima o poi sfiorano la vita d’ognuno, uno in questo ed un altro in quello.
Complimenti Mirko sei veramente una bella penna che sa cogliere fino al nocciolo importanti temi della vita in analogia con la natura.

Maria Luisa Bandiera 07/08/2020 - 15:29

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Mirko, potrei dire molte cose su questo racconto, come ad esempio la grazia della penna che scrive, ma scelgo di soffermarmi sulla prima parte.
Ci sono esseri umani che non possono fare a meno di essere brave persone e proprio non capiscono come possano esistere persone che spargano veleno uccidendo tutto attorno a loro.
Sono la coccinella e l’altro insetto distruttore.Io credo che in ognuno di noi ci sia sia il bene che il male, ma in ciascuna persona predomina o l’uno o l’altro.
È positivo che un testo faccia riflettere su temi importanti.

Anna Maria Foglia 07/08/2020 - 07:45

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