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Non aprire agli sconosciuti (parte 1/2 )

"Mi raccomando, fate attenzione, la credenza era di mia nonna, è un caro ricordo...purtroppo non c'è l'ascensore, vi faccio strada", ma i facchini già lo sapevano, non era la prima volta che si arrampicavano su quei gradini in pietra e rimasero impassibili, senza sprecare fiato, proseguendo affannati il trasporto.
Agnese stava traslocando, finalmente. Aveva portato con sé, pochi mobili di famiglia, il suo legame con il passato, trasferendosi in un appartamento al terzo piano di una palazzina storica di sei enti in centro a Torino. I soffitti erano alti, i palchetti in rovere consumati.
Aprì le ante delle finestre del soggiorno a far entrare luce e aria. Si affacciò in strada, a spiare la via con curiosità e l'ansia del cambiamento.
"E.…questo...coso...dove lo mettiamo?".
"Non è un coso…è una divinità africana eh...lì a fianco della piantana", indicando quell’angolo vuoto.
Il divano in pelle fu l'ultimo ad entrare, liquidati i due facchini, si tolse le scarpe e ci si buttò, su quel divano, pesantemente, ad assaporare quell’inizio, guardando il soffitto, le decorazioni in gesso, l’oscillare del lampadario, ad annusare l'odore di vuoto.
I pensieri si accavallavano, un soffuso chiacchiericcio da mercato , ma era stanca e appena chiuse gli occhi, cominciò a sprofondare, risucchiata in quel limbo, mentre tutto sfumava.
Bussarono alla porta, con insistenza. Non capì subito, fu come un rimbombo ovattato che poi si smascherò.
Scalza e un po' in affanno per quel risveglio improvviso percorse rapida il corridoio.
Mai aprire agli sconosciuti si ripeté. Dallo spioncino la vide e invece aprì. Una donna anziana in ciabatte ma dignitosa, capelli raccolti e uno sguardo sereno: "Salve sono Ester e abito proprio lì, stendendo il braccio e indicando con la mano la porta socchiusa di fronte: "volevo invitarla nel mio appartamento per un tè o un infuso se le fa piacere" e aggiunse "come buoni vicini" guardando curiosa i piedi nudi davanti a sé.
"Molto volentieri" disse Agnese, esibendo un sorriso compiacente, mentre si sistemava un ciuffo ribelle: "Mi metto un po' in ordine e la raggiungo".
Si rimise le scarpe, si diede una rinfrescata alla faccia, prese le chiavi di casa. Diede un'ultima occhiata a tutti quegli scatoloni sparsi in soggiorno e uscì.
Mai far aspettare gli anziani pensò, mentre suonava al campanello di Ester Dionigi, come riportava la scritta sulla targhetta proprio sotto lo spioncino.
Fu accolta con un largo sorriso, fatta accomodare in salotto e la teiera già fumante. Una casa ordinata e pulita, le lunghe tende della finestra di un caldo arancione, la tovaglia ricamata a mano ricopriva il tavolo rotondo in legno scuro, la comoda sedia imbottita con lo schienale.
Agnese si accorse di avere fame e divorò tutti quei pasticcini deliziosi disposti in ordine davanti a lei. Le chiacchiere volavano, come i pettegolezzi sugli altri condomini.
Al piano di mezzo c'era la famiglia Simeoni, Giovanna e suo marito, un marittimo, più fedele al mare che a sua moglie sottolineò tagliente Ester e due figli, un maschietto di dieci e una femminuccia di dodici anni.
Poi c'era il maresciallo in pensione Gordia, che oramai sembrava giunto al capolinea, accudito dalla badante Anna.
Al primo piano una giovane ragazza frizzante che viveva sola, Aurora.
Fece una pausa e severamente aggiunse: "Poi c’è Luca, spregevole delatore, ha formulato delle accuse infamanti su tutti noi e spero sparisca al più presto", scrutando Agnese, più attenta a sorseggiare l'infuso bollente allo zenzero, che a farsi impressionare.
Tante foto in bianco e nero, tanti ricordi impressi, tante storie interessanti d'ascoltare, ma Agnese iniziava a sentire una certa stanchezza, la giornata era stata lunga e impegnativa, lo stress per il trasloco, l’idea di alzarsi presto per raggiungere il suo nuovo posto di lavoro, la voglia di farsi una doccia e buttarsi a letto. Abbracciò Ester come una vecchia zia, le fece promesse, si avviò al suo appartamento, inserì le chiavi nella toppa, rivide tutto quel disordine, che per quella sera, però, non era la priorità.

Il maresciallo Gordia stava morendo.
Il cuore oramai avrebbe voluto riposarsi, fermandosi. Aveva insistito per rimanere nel suo letto, nella sua casa. Il miglior posto per lasciarsi andare. Sentiva l’ansia di morire ma la stanchezza lo esauriva. Anna era seduta a bordo del suo letto, ultimo e unico essere umano che sarebbe stato presente fino alla fine. Anni di onorato servizio per il maresciallo, ma privi di una famiglia. Quando ritornò alla vita civile la solitudine fu insopportabile.
Avrebbe voluto anche farla finita, ma bisognava avere coraggio.
Poi, a toglierlo da quell'impaccio, fu il cuore a rinunciare risoluto, diventando la soluzione al suo proposito. Quella notte, prima di spegnersi definitivamente, si rivolse ad Anna: "Non mi cercherà nessuno, fate di me quello che volete", lei gli prese la mano e lo guardò andarsene in silenzio, discreto e riservato.


Finalmente Agnese era a casa dopo un’estenuante giornata di lavoro. Aveva avuto fortuna, era riuscita a trovare spazio per parcheggiare quella vecchia Smart proprio vicino al condominio e mentre cincischiava per uscire dalla vettura lo intravide entrare nel portone. Frettoloso e guardingo, non poteva che essere Luca.
Agnese attraversò velocemente la strada per raggiungerlo, entrò in tutta furia nell’androne e BOOM, colpita in piena faccia.
Quando aprì gli occhi si trovò distesa a terra, a guardarla due ragazzini, uno con un pallone in mano che farfugliava: "Signora, signora non volevo, mi dispiace tanto…". Agnese si riprese quel tanto per intravedere la porta al primo piano aprirsi e una ragazza trafelata uscire con un bicchiere in mano. Ancora rintronata si ricompose e aiutata dai due ragazzini si sedette su una panca che sembrava messa lì apposta, appoggiò la schiena guardandosi attorno, abbozzando un sorriso rassicurante mentre si tastava la fronte ancora rovente per quella pallonata. Bevve volentieri. “Aurora, mi chiamo Aurora “disse la ragazza dai colori vivaci, la bocca rossa e una bandana piratesca.
Anche la mamma del ragazzino era arrivata precipitosamente sentendo quel trambusto e severa lo stava rimproverando: "Sempre con quel pallone, guarda cosa hai fatto".
"Grazie, tutto a posto. Non è successo niente”, Agnese minimizzava, poi stampò, ancora, il miglior sorriso che avesse, raccolse la borsa e si diresse verso l'appartamento, ma non riuscì a tranquillizzarli né a liberarsene.
Così, come in una processione ciarlona, tutti assieme salirono le scale fino al terzo piano. I ragazzi palleggiavano sui gradini e spesso erano costretti a rincorre la palla che sfuggiva, al loro controllo e
Giovanna ad un certo punto gliela sequestrò ammutolendoli.
Al pianerottolo Agnese farfugliò ancora qualcosa, giusto in tempo per intravedere Ester fare capolino dal suo appartamento. Estrasse le chiavi, fece un cenno imbarazzato con la mano ed entrò.
Immobile, schiena schiacciata alla porta appena chiusa, si raccolse i capelli e fece dei lunghi respiri a bocca aperta, rimanendo in silenzio ad ascoltare quel persistente vocio petulante sul pianerottolo.


Luca era un bancario e fu costretto a trasferirsi in centro città, dopo che la sua filiale di periferia venne chiusa in maniera repentina, obbligandolo, così, a traslocare in quell’appartamento appena liberatosi.
Fu una botta di culo pensò, vicino al suo posto di lavoro, senza subire l'estenuante ricerca tra appartamenti improponibili, indecenti o inaccessibili che fossero.
Adorava i vecchi palazzi, per quella solennità, quella dignità fisica, che mantenevano nonostante gli acciacchi e gli interventi per il progresso, che li deturpavano.
Quelle mura custodivano i segreti di storie che si erano avvicendate e perse nel tempo. Quel solco sui palchetti, la macchia perpetua sull'intonaco, l'odore dello scantinato, erano tracce di un passato di vicende, relazioni, trame gelosamente conservate.
I primi tempi furono incoraggianti, condomini gentili, accoglienti e disponibili. La serenità si infiltrò nella sua diffidenza, diventando colore alla sua vita.
Poi, tutto cambiò, per un'amicizia.
Scendeva le scale in orari insoliti a portare a spasso il cane, un meticcio completamente nero, mansueto, ma che annusava spasmodico tutti quegli odori che soltanto lui percepiva e che lo distraevano, attardando e indispettendo il pensionato Vittorio, che avrebbe voluto strattonato perché raggiungessero prima possibile la strada, ma alla fine si limitava a richiamarlo con amorevole insistenza.
Vittorio gli era stato presentato come il reietto del condominio, la pecora nera della comunità, ma a Luca sembrava solo un vecchio diffidente e impaurito. I modi sgarbati e frettolosi, meritavano attenzione, non biasimo.
Tobia, questo era il nome del cane, gli permise di avvicinarlo, quando una mattina si sfilò dal guinzaglio di Vittorio e s'infilò nella porta socchiusa del suo appartamento.
Con il tempo Vittorio stemperò la diffidenza per un irrefrenabile bisogno di condividere le sue inquietudini.
Viveva come un recluso per paura degli altri, di “Quelle” come diceva lui.
Eccentrico e paranoico ma schietto e sincero.
Improbabili invece sembravano le sue congetture, un difetto dell’età, pensò Luca.
Poi tutto mutò quando scomparse.




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Racconto scritto il 09/10/2020 - 13:41
Da Moreno Maurutto
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