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Non aprire agli sconosciuti (parte 2/2 )

Fu più che altro una dimenticanza. Non è che avessero un appuntamento fisso, ma trascorsa quasi una settimana Luca decise che il limite della discrezione fosse superato. Quando suonò insistentemente al campanello non sentì neanche i latrati di Tobia. Preoccupato estrasse la chiave che Vittorio gli aveva affidato, "nel caso mi succedesse qualcosa e Tobia fosse rimasto solo", così gli disse una sera più confidenziale del solito, a dimostrazione della sua fiducia, ed entrò nell’appartamento.
Trovò solo il corpo putrefatto del meticcio a cui erano state legate le zampe e bloccato il muso con del nastro isolante.
Non credeva assolutamente in quella scomparsa volontaria, Vittorio non avrebbe mai lasciato solo Tobia e tantomeno lo avrebbe condannato all’agonia con tanto sadismo e disprezzo.
Quella sua prostrazione e preoccupazione non fu, altrettanto, condivisa dal resto dei condomini. Indifferenti e forse più sollevati, invece, da quello che consideravano un epilogo da dimenticare rapidamente.
Così cominciò a sospettare e dare valore alle farneticazioni di Vittorio. Avere dubbi, a soffermarsi sui dettagli, cambiare prospettiva.
Diventando inquieto, a chiudere sempre a chiave, a non aprire a nessuno.
I suoi timori furono confermati una sera. Rientrando più tardi del solito, le vide confabulare sulle scale, Ester, Anna e Aurora, che sorprese da quell’incontro inaspettato non gli risparmiarono uno sguardo sprezzante che Luca non riuscì a trascurare.
Un brivido freddo lo attraversò e fece crescere in lui la convinzione di essere in pericolo.


Luca alimentava la curiosità di Agnese. Sembrava un tipo interessante, misterioso e anche, per quanto poco avesse visto, attraente. Forse Ester avrebbe potuto darle qualche informazione in più. Così, si prodigò a infornare un dolce, anche se non fosse una sua specialità, e ancora caldo suonò alla sua dirimpettaia. Appena la porta si aprì, orgogliosa, trafelata e con una certa apprensione: "E’ una torta margherita, ho pensato che ti avrebbe fatto piacere…sei stata così gentile e accogliente, non sapevo come dirtelo eee…". Ester le sorrise grata e la rincuorò: "Grazie Agnese, che splendida torta, la mangeremo tutte insieme domani sera", poi proseguì: "Stavo uscendo a dir il vero...dovrei andare a prendere alcune spezie all’alimentare in via Cavour…se ti va potresti accompagnarmi, mi farebbe molto piacere ".
"Si, certamente".
Ester prese la torta, ritornò sui suoi passi, l’appoggiò sul tavolo in cucina e prima che iniziassero a scendere le scale la prese sotto braccio e le disse sottovoce: “Il maresciallo Gordia è morto venerdì scorso e domani sera ci troveremo nel mio appartamento per ricordarlo a modo nostro, mangeremo insieme, come se fosse ancora tra noi e ci farebbe un enorme piacere se tu condividessi questo momento".
Agnese si sentiva finalmente parte di una famiglia, ne aveva bisogno, più di quanto si rifiutasse di credere e accettò immediatamente.
Come sempre non sapeva cosa portare in queste occasioni e alla fine decise per una bottiglia di vino, un Lambrusco, controverso e conturbante rosso frizzante.
La donna che aprì si presentò: "Ciao, sono Giovanna" e sottovoce aggiunse "la mamma del pallonaro ", Agnese sorrise e si abbracciarono affettuosamente. Al loro fianco una ragazzina che stava lì ad osservarle: “lei è Denise, ha appena compiuto tredici anni". Denise le prese la mano e fece strada. Percorsero insieme il corridoio e giunsero nel salone. Una tovaglia ricamata copriva il tavolo, Ester seduta schiena alla finestra, sorrideva compiaciuta, Aurora al suo fianco, Anna sulla porta che dava in cucina. Solo donne.
L'atmosfera era gioviale e amichevole.
Poi Ester, alla prima portata, fece tintinnare il bicchiere attirando l'attenzione e interrompendo il chiacchiericcio.
"Adesso che siamo tutte qui… e prima d’iniziare a mangiare, vorrei fare un brindisi alla memoria del maresciallo. Un uomo d’altri tempi, che ad un certo punto della sua vita ha scelto di non lottare più e abbandonarsi al suo destino. Siamo qui a ricordarlo insieme, che il suo rigore e la sua dedizione siano d’esempio. Anni trascorsi tra le mura di questo palazzo, tra storie e destini che ci hanno sfiorato. E’ ancora qui con noi… nei nostri cuori". Ester alzò il calice e condivise il brindisi con tutte le altre donne.
Poi la serata continuò tra chiacchiere e conoscenza, progetti e desideri e l’atmosfera di complice solidarietà scorreva come il frizzante Lambrusco.
La complicità si fece più esplicita. Ester l’invitò in una saletta attigua: “Ho visto, quella splendida scultura che trasportavano i facchini…”, la stanza era arredata con richiami tribali, le luci soffuse, l’incenso dall’odore pungente, sulla scrivania in mogano statuette in legno e terracotta con lo stesso motivo.
Agnese ritornò sull’argomento: " E Luca? ", "Luca è barricato in casa a seminare sospetti e accuse a tutte noi su presunti atti di cannibalismo" rispose Ester e aggiunse: "Come se fosse una consuetudine deprecabile" e risero. Anche Agnese.
Aveva dormito pesantemente, il lambrusco aveva contribuito non poco e si svegliò con un unico pensiero. Luca.
Cominciò a studiarne gli orari, ma evidentemente non era un abitudinario o aveva scelto di non esserlo. Così rimaneva alla finestra ad aspettare che ritornasse. Finché un tardo pomeriggio lo vide, sempre frettoloso e guardingo entrare nel portone. Scese le scale rapidamente per raggiungerlo. Come lo sentì chiudere la porta si precipitò a suonargli al campanello. Sentì prima dei passi all’interno, poi vide un bagliore dallo spioncino: “Non apro agli sconosciuti".
"Non sono una sconosciuta, sono Agnese, la nuova inquilina del terzo piano...certo che mi conosci..." e sottovoce aggiunse: "Ho scoperto delle cose che non posso dirti qua fuori dalla porta, dai fammi entrare prima che si insospettiscano...". Rimase qualche attimo in attesa poi finalmente sentì girare la chiave e vide aprirsi la porta.
Luca temporeggiò ancora guardandola attentamente, come per cogliere qualche sospetto, poi si scostò e la fece entrare. Appena passata la soglia Agnese si trovò in un corridoio vuoto. "Me ne sto andando, abbandono tutto…ma cosa avresti scoperto?".
"Dobbiamo restare nel corridoio o ti sono rimaste delle sedie da qualche parte?", disse Agnese in modo provocatorio.
Sorpreso ma accomodante: "Hai ragione, andiamo di là" e l’accompagnò in quello che era rimasto del soggiorno, un piccolo divano, una poltrona e un tavolino in mezzo.
Agnese non sapeva da dove cominciare e iniziò dalla fine: "Cannibali". Luca non si scompose granché, prese fiato come se si apprestasse a raccontare per l’ennesima volta una storia a cui nessuno voleva credere: "Vittorio ed Ester erano andati insieme, tanti anni fa, in Nigeria, attratti da questa usanza ancora resistente in qualche villaggio, lui ne rimase sconvolto, lei folgorata. Iniziò a nutrirsi di resti umani assecondando qualche superstizione sull'immortalità e secondo lui aveva continuato anche dopo il rientro in Italia. Poi con il tempo aveva aggregato anche le altre donne di questo palazzo, formando una specie di setta, adorante di chissà quale divinità africana. Credo che abbiano fatto sparire Vittorio proprio perché avevamo fatto amicizia e avrebbe potuto svelarmi questa follia, ma lui lo aveva già fatto. Niente prove però, le mie denunce sono state inutili. Deriso e accusato di essere un delatore e per un bel po', anche il maggior sospettato della sua scomparsa".
Agnese era molto turbata e l’ansia le seccava la bocca. Il tumulto che la percorreva stava per impossessarsi di lei: “Ho una sete terribile, avresti un bicchiere d’acqua, per piacere?".
"Si, certo"…"Ho conservato ancora qualche bicchiere" alzandosi e dirigendosi premuroso in cucina.
Mentre stava facendo scorrere l’acqua perché uscisse fresca, una gentilezza che sentiva di concedere dopo tanto tempo, sentì la cantilena: "Sono la Coscienza che fa esperienza di sé attraverso questa esistenza. Lo spirito attraverso la mia anima si è incarnato in questo corpo...Ho ritrovato me stessa, finalmente ". Luca fece in tempo a percepirlo che il brivido lo raggiunse. L’acqua ormai traboccava dal bicchiere, fredda ad avvolgere la sua mano. Intuì che aveva commesso dei terribili errori. Soprattutto aveva violato uno dei suoi principi: non aprire agli sconosciuti e non ricordava nemmeno se avesse lasciato o meno la porta aperta quando la sentì chiudersi. Istintivamente ritornò in soggiorno e le vide tutte: Ester, Anna, Aurora, Giovanna e Denise che attorniavano Agnese.
"Non pensavi mica di andartene così facilmente, eh!” disse Agnese, incrociando lo sguardo di approvazione di Ester.
Proseguendo: “Beh, qualcuno doveva farti aprire quella cazzo di porta!”, una mano beffarda sfiorò la bocca: "Non c’è niente di male a mangiare carne umana". Le brillarono gli occhi e comparve un sorriso tagliente. Luca rimase impietrito, il tempo necessario perché la più giovane e inerme, Denise, si avvicinasse con in mano un taser, che usò.
Facendolo sprofondare in un buio profondo.




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Racconto scritto il 14/10/2020 - 14:28
Da Moreno Maurutto
Letta n.80 volte.
Voto:
su 1 votanti


Commenti


Grazie tante Grazia...soprattutto per averlo letto tutto !

Moreno Maurutto 15/10/2020 - 23:40

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Mmmmmmm uno dei peggiori incubi!
Mai, mai aprire.....Bravo!

Grazia Giuliani 15/10/2020 - 21:54

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