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Ho ucciso il Re, ho ucciso un principio

Ero a Paterson, quando mi giunse una eco lontana di gente operaia assiepata in piazza Duomo a Milano. Mi parve di udire distintamente le grida strozzate uscire infiammate da gole affamate allo stremo. Chiedevano pane ad un prezzo più equo, un salario adeguato e qualche ora di duro lavoro in meno. E arrivarono in forze i gendarmi asserviti al comando di Bava Beccaris, agghindati con intonse divise, piume, medaglie e calzature lucenti.
Arrivarono armati fino ai denti, con fucili e cannoni a mitraglia potenti.
Presero pose impudenti, contro quelle masse sfruttate armate soltanto di stenti.


Puntarono alle teste, puntarono ai cuori, senza vergogna, senza timori.


Ringhiarono con voce roca nutrita dall'odio: "Banditi! Banditi!" E fecero fuoco.
Caddero a terra le vittime pallide e sanguinanti in più d'ottanta, i feriti furono quattrocentocinquanta.
Si portarono addosso per sempre quella disfatta dura e cocente.


Piansi, per quelle vite annientate, piansi lacrime amare nel mentre al telaio tessevo la seta.


Fu premiato, il vile di gloria assetato, il vile scagnozzo del Padron Coronato, con parole di stima e con Croce di Grand'Ufficiale e promosso al senato.
Questa fu l'ultima goccia ingiuriosa di una somma dolosa!


Depositai quel sordo rancore nel petto, per un lungo tempo negletto, come uccello gremito.
E lo covai con amore fraterno in attesa del tempo audace cresciuto.


Lasciai il lavoro adducendo cose da fare in Italia, lasciai il circolo anarchico e gli amici di lotta e discorsi infuocati. Lasciai mia moglie adorata, la bambina e quel mio piccolo seme che cresceva pian piano nella sua pancia. Lasciai Paterson, che mi aveva accolto tra le sue braccia come un figlio ribelle, la lasciai col cuore in tumulto per quel suo cielo terso e assolato e dipinto di stelle.
Sul piroscafo in quel lungo tragitto a ritroso, carezzai il mio revolver nuovo di zecca e nutrii il mio animo di un afflato dolente e iroso.


Monza fu l'ultima tappa di un piano studiato ben bene, m'appostai come belva affamata e attesi il momento propizio.
Giunse alfine il Buon Re Mitraglia circondato dal vizio della gran folla plaudente.
Avrei dovuto porre attenzione a tal gregge pezzente e straccione e non farmi illusione…
e invece… puntai alla testa, puntai al cuore, senza vergogna, senza timore.


Cadde a terra il gran traditore in un bagno di sangue.


Fui strappato alla furia degli agnelli belanti fattisi arditi, che il probo fatto scambiarono per deicidio e affronto allo Stato.
Mi sentivo orgoglioso, ero riuscito dove avevan fallito Passannante e Acciarito.
Fui arrestato e messo in catene, chiesi a Turati di far d'avvocato, si negò per non esser macchiato. Fui processato e condannato a vita, giacchè la pena di morte un decennio addietro era stata abolita. Sapeste i giornalisti della Stampa e i grandi poeti, il Pascoli, il Carducci, D'Annunzio e tanti altri soloni, quanto incensarono quel Re Buono in sbrodolata tenzone, con parole di angustia e di strazio e di commozione, come figli orfani di un padre amorevole e saggio.
Il mio coraggio invece e la mia brama di giustizia terrena fu descritto con epiteti dei più abbietti e censori.
E il putrido fango mi cadde addosso, ben più degli onori e dei brindisi spuri.
A me, ingenuo liberatore maldestro, capro espiatorio molesto.


M'aspettava il carcere duro, il buio, lo spazio ristretto, nessun contatto con anima viva e uno sbirro che dietro all'uscio notte e giorno spiava.
Una gamella di sbobba slavata, un pane duro, freddo e catene!
Finchè dopo meno d'un anno di cotal trattamento, decretarono l'infausto momento.
Il mio corpo pallido e decomposto, fu trovato scomposto, attaccato con una striscia di lurida tela alle sbarre della mia cella spettrale.
Una stampa indecente titolò a caratteri cubitali che mi ero ammazzato, perchè depresso e prostrato.
Vi giuro! Mi fecero il santantonio tre barbari aguzzini, tre sbirri al soldo dei potenti assassini.
Fui sepolto in un buco melmoso e mi gettarono sopra sprezzanti, le cento missive della mia amata, che in vita mi furon negate.


Se passate da S. Stefano venite a farmi visita al camposanto.
Venite a trovarmi sprofondato nell'incuria del vento, nell'oblio degli umani.
Venite a trovarmi con animo gentile e attento, appena potete, anche domani.


Quel fatto "immorale" che ho compiuto il 29 luglio del 900,
s'è tramutato in "eroico", a distanza di tempo.
E su di me si son scritte poesie, ballate, libri, trascritte le mie frasi più intense e dato il mio nome a profumate ortensie e apposto targhe su qualche facciata d'uno sperduto municipio.


Io non uccisi un uomo, ma un obsoleto principio.
Madri, padri, maestri, ditelo ai vostri bambini,
Gaetano Bresci non è un bieco assassino,
Gaetano Bresci è un regicida.
Che si sappia, che si dica, ma piano, piano, senza grida.




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Racconto scritto il 02/06/2021 - 15:35
Da Morena Finelli
Letta n.143 volte.
Voto:
su 2 votanti


Commenti


Confermo il mio gradimento
(già manifestato altrove)
e mi unisco a Giacomo (anche se non sono attempato come lui ) nel difendere la memoria del Bresci.
Ben trovata anche sotto queste latitudini!

Andrea Guidi 08/06/2021 - 19:03

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Scritto benissimo, direi coi fiocchi e controfiocchi...... Ciao

Carmine Ianniello 03/06/2021 - 11:24

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...meritate...refuso.

Giacomo C. Collins 02/06/2021 - 18:20

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Molto bello questo pezzo di sapore storico, che mi è piaciuto per entrambi i motivi, e cioè per il fatto che difende la memoria di un grande anarchico e che è stato scritto con maestria e stile innovativo. Tieni presente che nel 1968 studiavo a Milano ed andavo a giocare a scacchi al circolo narchico della Ghisolfa, dove ho conosciuto Pinelli. Brava...5 stelline merotate.

Giacomo C. Collins 02/06/2021 - 18:19

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