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LA SECONDA OPPORTUNITA\'

Guardava fuori dalla finestra, ma non vedeva nulla. Chissà perché faceva sempre così? Era una sorta di riflesso incondizionato. Se c’era un problema, un pensiero, o anche un momento di noia, girava lo sguardo e guardava fuori. Quasi la risposta fosse fuori. Ed invece tante volte la risposta era dentro, non fuori. Fuori, c’erano solo i muri delle case, e il vecchio lampione, mezzo diroccato. Anche lui ne aveva visti di giorni migliori. Forse fuori, c’era anche qualche passante frettoloso, ma sicuramente, non la risposta ad una domanda, che perfino aveva paura di formulare.
Era strano, le idee le aveva tutte in mente, in una specie di chiara confusione, che quasi somigliava ad un gomitolo, eppure non un solo filo, le riusciva di isolare, non un solo pensiero logico, le si affacciava alla mente. Lei e il suo fidanzato, forse doveva dire ex, ormai, erano in pausa di riflessione, da quasi un mese. Ma nessuno stava davvero riflettendo su nulla. E questo lo sapeva. Ne stava male, certo, ma forse più per abitudine, che per altro. Lui le mancava, ma lo sapeva che non c’era futuro, lo aveva capito dal primo giorno di quella pausa. E ora doveva voltare pagina. Era quello il problema, era quello il bandolo della matassa, forse, la chiave per dare un senso a tutta la sua confusione. Sì ma come si faceva a cambiare pagina? Non era facile dare un taglio alla propria vita, cancellare tutto, e riprendere in un’altra direzione. Chiuse gli occhi. Quando li riaprì, aveva preso la sua decisione. La confusione che aveva in testa, non le era passata, né adesso sapeva come cambiare pagina. L’unica cosa, è che voleva provare a muovere un primo passo, verso una nuova direzione. Qualche tempo prima, le era stata offerta l’opportunità di partire come volontaria, con una associazione umanitaria, ma sulle prime aveva rifiutato. Aveva rifiutato per il lavoro, per il fidanzato soprattutto. Ma ora, il contratto di lavoro era scaduto, e come prevedibile non gliel’avevano rinnovato, il suo fidanzamento era naufragato, quindi che senso aveva rimandare? Con quell’unica idea un po’ più chiara in mente fece il numero dell’associazione, magari c’era ancora un posto per lei. Lo sperò con tutto il cuore, altrimenti, anche quel piccolo appiglio sarebbe caduto e lei si sarebbe trovata un’altra volta punto e a capo.


Si passò una manto sulla fronte. Era distrutta. Era passato un mese, forse meno, forse più, aveva smesso di contare il tempo già da un pezzo.
Se tornava indietro con la memoria, rideva di sé stessa. Aveva voluto fare un piccolo passo avanti, ma aveva calcolato male le distanze. Molto male. Il suo più che altro, era stato uno gettarsi nel vuoto, senza nessuna protezione. E ora ne pagava lo scotto. Legò meglio i capelli, e tornò sui suoi passi. Da quando era lì, quella era un’abitudine. Ritagliarsi, pochi minuti, per sé stessa, per cercare di ritrovare il suo baricentro, il suo equilibrio. Purtroppo non sempre funzionava. In quel momento non stava funzionando. Da quando era lì, aveva toccato l’inferno con mano. E c’erano momenti in cui voleva davvero mollare tutto. All’inizio soprattutto, aveva avuto problemi. Tra gli altri volontari, solo un altro ragazzo parlava un poco d’italiano, e per quanto lei se la cavava bene con l’inglese, in un primo momento aveva sentito la mancanza di una voce italiana. E per quanto ormai, si stava abituando ogni tanto ancora avvertiva un po’ di nostalgia.
Certo c’erano anche momenti in cui, sentiva di aver fatto la scelta giusta, ma spesso si sentiva fuori luogo. Le persone che erano con lei, sembravano tutte molto più pronte, più utili, e sorridenti, malgrado l’inferno che era lì sotto gli occhi di tutti, malgrado l’inferno che avevano dentro, perché per quanto poco le conoscesse, sapeva che anche loro dovevano avere i loro problemi. Tutti avevano problemi. E lei si sentiva stupida e sola il più delle volte.
«Ah, sei qui.» Maksim, l’aveva raggiunta. Il suo accento russo, era inconfondibile. Era un uomo alto, sulla quarantina, i capelli erano castani, appena tendenti al biondo, e gli occhi, grigi. Di un grigio particolare, intenso, e a volte indefinibile. Ma in genere evitava di guardarlo negli occhi. Non che ci fosse un motivo particolare, era istintivo.
«Già…» rispose laconica.
«mi ciedevo dov fossi sparita» Le disse in italiano. Con lei, si sforzava sempre di parlare italiano.
« Avevo bisogno di pensare.>> Gli rispose. Di solito gli rispondeva in inglese. Ma non quella volta.
«Ya ponimayu. Capisco.» Rispose. Capiva? Forse la giudicava stupida.
«Ancora non mi sono abituata.» Disse, passando il discorso in inglese.
«Non ti giustificare. Non ci si abitua mai.» Le rispose, lui. Anche Maksim, aveva preso a parlare inglese, ma anche in inglese il suo accento era molto marcato.
«A volte penso di non essere molto utile. Mi dispiace» Lui fece un gesto con la mano, come per zittirla.
«Lo pensiamo tutti.»
«Ma tu fai così tanto!» Lui, fece una smorfia, come a schermirsi.
«Sono qui da più tempo.» Era sempre così con lui. Non diceva molto di sé, e sminuiva sempre il suo lavoro, eppure era un medico, preparato, che amava moltissimo quello che faceva. In quel momento, avrebbe voluto potergli essere più vicina, dirgli più cose, ma non era così. Rimase in silenzio a guardare il vuoto, cosa altro poteva fare? Di riscuotersi, quel giorno, proprio non le riusciva.
«Dove sei?» Le chiese lui ad un tratto.
«Qui.»
« Il tuo corpo, senza dubbio, la tua mente no. »
«Pensavo ai motivi per cui mi trovo qui.» Maksim, la guardò a lungo, prima di chiederle:
« E quali sono questi motivi?»
«Volevo dare una svolta alla mia vita, dopo una delusione d’amore e un periodo non facile... sciocco, vero?»
«No. Non lo è.»
«Eppure a volte mi sento molto sciocca. Tu perché sei qui?»
«Il giorno che è morta mia moglie, sono morto anche io. Eppure continuavo a respirare e a svegliarmi. Così quanto meno, so di non essere un peso.» Quella risposta, la spiazzò. Davvero sentiva che avrebbe voluto dirgli, qualcosa, confortarlo forse, ma non avrebbe saputo come. Inutile. Ecco come si sentiva, come si era sentita tante volte, da quando era giunta lì. Come non avrebbe mai più voluto sentirsi. Ma sapeva che era utopia. Chiuse gli occhi, e cercò di raccogliere un minimo d’idee e di coraggio, prima di replicare.
« Penso che tu abbia una grande forza, per quanto non ti accorga di averla.»
«Pensi questo?»
«Sì. Ma ora torniamo al campo, di me possono fare a meno, di te no.»
«Io non ne sarei così sicuro.»
Tornarono insieme, in silenzio, uno affianco all’altra, ma l’aria era diversa.


I giorni passarono in fretta. Il tempo qualche volta opera miracoli, o forse la vita stessa è un miracolo. Era la frase, che più si addiceva, a quello che provava. Il tempo, si era aggiunto al tempo, ed ormai era lì da più di un anno. Maksim, era al suo fianco, e loro erano molto più vicini, ma in realtà non sapeva neanche come si erano avvicinati, così tanto, era avvenuto così, in modo semplice, giorno dopo giorno, a piccoli passi. Ma ora lei aveva trovato il suo posto. Non aveva perso l’abitudine di guardare “fuori”, e ancora spesso si perdeva nei suoi pensieri, e anche i suoi pensieri non avevano perso l’abitudine di aggrovigliarsi tutti nella sua mente, ma qualcosa era cambiato. Non era cambiata lei, come forse aveva pensato all’inizio, ma era cambiato il suo atteggiamento, il suo modo di guardare le cose. E questo glielo aveva insegnato Maksim. Ma lo aveva imparato anche dai bambini con cui lavoravano ogni giorno Ora non guardava più fuori dalla finestra, ora guardava all’orizzonte, perché ormai lo sapeva, i momenti di sconforto, ci sarebbero stati sempre, così come pure i problemi, non esisteva vita, scevra da problemi, ma ora sapeva che il punto era come affrontare i problemi, e dopo ogni notte, ci sarebbe stata una nuova alba, bella o brutta, in gran parte dipendeva da lei. E capire questo, era stata la sua vera grande seconda opportunità. Ora finalmente poteva dire che nella sua vita c’era equilibrio, certo lo sapeva, soprattutto per chi guardava da fuori, la sua vita non aveva nulla di equilibrato, si spostava, in pratica continuamente, viveva con uno zaino in spalla, e la valigia in mano, ma si fermava dove sapeva che c’era bisogno di lei. Aveva trovato il suo posto nel mondo, e il giusto senso, da dare alla sua vita. Non aveva smesso di essere pensierosa, e sognatrice, ma aveva imparato a sorridere, anche quando era difficile, e a restare seria, davanti ai sogni. Maksim, la raggiunse, era quasi un rito. Si sorrisero, e per un po’ stettero in silenzio, non c’era mai bisogno di troppe parole tra loro.




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Racconto scritto il 20/06/2021 - 11:28
Da Marirosa Tomaselli
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