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specchio

Erano delle emozioni troppo grandi perché potessero essere percepite da una persona così piccola come me ; non erano fondate su alcun tipo di pretesto , ma io continuavo ugualmente a giudicarmi un esserino piccolo ed insignificante che , poichè incapace di esternare tali emozioni, per paura del giudizio di un mondo così vario e ricco di apparenti diversità, doveva cercare di concentrarsi sul giudizio degli altri, come tutti del resto. Mi guardavo allo specchio, e quel magro visino che si affacciava all’estremità di quella grande piccola parete riflettente non esternava niente; sembrava essere solo la correzione di un difetto che non ebbi mai il piacere di conoscere, perché troppo spontaneo, che cercavo di nascondere a me stessa. Sorridevo e cercavo di proiettare quelle stupide grinze che continuavano ad apparire sulle mie labbra in momenti stupidi e banali di quella mia vita così trascinata e sussurrata . Ma con il tempo cominciai ad accorgermi di una cosa spaventosa: imparavo a riprodurre quel riso sul mio volto, con tale naturalezza che quasi dimenticavo cosa la mia testa avrebbe preferito che facessi in determinate occasioni. E invece quell’espressione continuava a persistere sul volto, un volto che non era più un volto, un volto che si allontanava sempre più dalle mie verità, un volto che stava diventando un filtro impercettibile della pelle, che la riempiva di grinze ,un volto che non assomigliava più al mio e che con il passar del tempo mi avrebbe reso solo un lontano ricordo. Capii che quel riflesso che da bambina mi divertivo ad imitare si stava trasformando in un limite che interveniva assiduamente a nascondere ogni mia piccola spontaneità, agendo con tutto il consenso della mia fisicità mentale.
Continuamente la vita si oppone alle nostre scelte, ostacolandone il percorso, definendone i risvolti, negativi o positivi, che essi siano. E a quel punto cerchiamo di rifugiarci in un qualcosa di materialmente inconsistente, che matura nel tempo attraverso ogni nostra esperienza di vita, attraverso ogni piccola definizione che cerchiamo di dare a noi stessi, in cui speriamo di trovare delle certezze, delle verità, che in un qualche modo possano aiutarci a vivere la vita in una maniera diversa da quella a cui siamo abituati, una vita nuova, magari spericolata, incosciente, senza pregiudizi, paure o stereotipi a cui fare riferimento ogni qual volta ci capita di rischiare . Ed è a quel punto che il nostro corpo, la concretezza dell’essere, dell’esistere si impone a noi stessi, mascherando la nostra coscienza, rendendo il nostro percorso di vita nient’altro che un meccanismo di pensieri condizionati, imprigionati dal nostro stesso corpo in una sorta di gabbia per uccelli voraci ed ansiosi, che allo stesso tempo per rabbia dimenticano il vero motivo per cui vorrebbero realmente sfuggire a quei limiti imposti da quella loro stessa condizione di vita. E forse è meglio che rimangano lì, impotenti , rassegnati a passare la loro vita in una gabbia, tenendo dentro il rimorso e lasciando che la paura di essere criticati ed osservati da occhi di sangue, vinca sull’istinto dell’essere. Ed ogni mattina quel rimorso, quelle paure e quelle ansie riappaiono allo specchio, ci mettono paura, ci rendono timorosi ed inconsapevoli del nostro corpo, come se quello stesso corpo, quella stessa pelle non ci fossero mai appartenuti e fossero sconosciuti ai nostri occhi, che la toccano, la attraversano e la conoscono giorno per giorno , rendendosi conto della loro reale pericolosità e delle loro reali capacità , di quelle loro autonomie, che spesso non siamo capaci di affrontare, a cui rimaniamo indifferenti, senza dire o pronunciare una parola a riguardo, domandandoci allora chi siamo davvero. Solo a quel punto, quando ormai tutto è già accaduto, quando i rimedi si rifiutano di apparire ai nostri occhi , cerchiamo di lottare, continuando a chiederci cos’è quel muro inconsistente che si oppone alla naturalezza, alla novità, al rischio e alla diversità di un gesto.
Non sapere cosa fare, cosa diventare, o cosa si sta per diventare, ci rifiuta, ci limita e ci costringe a rinunciare, a ritirarci ancor di più in noi stessi ; ed ogni piccola autonomia che pensiamo di aver appena conquistato si perde e svanisce in uno spazio vuoto e pieno allo stesso tempo, capace di risucchiarci e sputarci fuori ogni qual volta la nostra concretezza decide di farlo. E a quel punto torno a guardarmi allo specchio, e scopro che le uniche cose che riescono a vincere quel limite, sono le lacrime che stanno fuoriuscendo dai miei occhi. Le sento scorrere sul viso e paradossalmente riesco a consolarmi, a percepire per qualche secondo uno strano calore che finalmente si libera e si disperde velocemente nell’aria , sfuggendo al dolore e alla paura. Sembra quasi che tutte quelle incertezze e quei punti interrogativi che mi divoravano lo stomaco, ora, sazi dei miei pensieri e stanchi della mia inconsistenza morale, abbiano trovato il modo e la ragione per cui allontanarsi una volta per tutte. Ma il tempo, saggio, continua a scorrere ininterrottamente, ticchettando contro le pareti di questo mio corpo che continua a ciondolare indifferente per le strade buie e sciupate della mia mente incosciente, che giorno dopo giorno rende più difficile ogni tentativo impiegato a cercare di colorare un mondo fatto di illusioni e paure ossidate ed arrugginite dallo stesso senso di speranza per cui cerco di sopravvivere nonostante le difficoltà. E l’unica cosa che pare essere in grado di restare invariata, indipendentemente da quest’ambiente internamente esterno, è l’immagine di una concretezza indefinita, incerta, che ogni mattina si riflette ad uno specchio tanto più riflesso quanto riflettente.
Ogni singolo attimo della nostra vita risulta essere stato già precedentemente definito e ponderato, quasi fosse stato già vissuto da un qualcosa di persistente ed insistente che riesce a prevalere puntualmente sulla spontaneità pura ed incerta che ci caratterizza e che ci diversifica l’uno dall’altro, una spontaneità anarchica ed irregolare, indipendente, che solo raramente riesce a prevalere sul resto di tutte le altre cose, nonostante i filtri ed i limiti che, spesso, ognuno di noi impone involontariamente a sé stesso, riscontrando di conseguenza una serie di problematiche e giudizi negativi di cui in realtà nessuno dovrebbe farsi carico, ma che al contrario vengono ingigantiti e resi insormontabili dalla stessa mente umana che li ha generati. E a quel punto una lotta interna, casta e soffocata, si scatena all’interno della capillarità corporea dello stesso, accelerandone il battito cardiaco e rendendone incandescenti le nervosità psichiche, finché poi quell’incandescenza interna finalmente si rallenta e allora tutto torna ad essere “normale”, o meglio, classificabile nella norma.
Spesso si parla di uscire fuori dagli schemi, ma di quali schemi si parli non mi è mai stato chiaro . Ognuno dovrebbe riuscire a definire i propri schemi di vita, i propri limiti, le proprie restrizioni, le proprie libertà , ma non è mai facile sapersi autocontrollare. L’autocontrollo corrisponde alla sufficienza di cui ognuno si serve per soddisfare e compiacere l’incandescenza generata da quella lotta interna spesso soffocata da quelle competenze morali che, essendo acquisite durante il corso del tempo, spesso ci permettono di riuscire a confinare le emozioni all’interno di un sadismo autodistruttivo.


Ed ora mi appare tutto così illogico, sentirsi inappropriati, inadatti , estranei a spazi e dimensioni che un tempo sembravano essere indispensabili, necessari a tal punto da compromettere ed inimicare la necessità stessa, a partire da cui scaturirono e vennero definite quelle stesse dimensioni. Non deve essere poi così bello doversi sentire a tutti i costi in grado di procurarsi ciò che si vuole nel giro di pochi attimi di tempo, perché sono proprio quegli attimi di tempo che trascorrono che delimitano questi spazi in una maniera che affiora sempre più arrogante e prepotente della precedente, incurante e saccente, invadente e dilaniante, scoraggiante e carnivora. È come se ogni attimo che passa avvicini al mio collo la stretta di una mano possente , irriconoscibile , ma autonoma, che soffoca ogni respiro, reprimendo la spensieratezza, affogando i pensieri e le memorie di ansie e preoccupazioni, talvolta anche premature, che appaiono essere quasi indecifrabili per una mente così poco ragionevole quale quella di un essere disperso in una dimensione del tutto anomala e distante dalle sue portate, troppo distante da quelle che sono le sue reali volontà. Non deve essere poi così bello dover costantemente vivere nell’incertezza, e dunque vivere l’incertezza, vivere quel disequilibrio che trascina progressivamente verso il baratro dell’inconscio ogni piccola parte del sè. Un fondo buio, sporco, fraudolento a partire da cui si propagano pensieri ,paure, desideri inappagabili in maniera sempre più prepotente, nutrendosi delle pareti interne del nostro corpo e corrodendone ogni singola estremità, come fuoco su benzina. Una scintilla quasi insignificante che nel giro di pochi secondi scatena un incendio inarrestabile.




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Racconto scritto il 14/11/2021 - 21:22
Da Lorenza Mele
Letta n.37 volte.
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