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Gabbie

GABBIE


La favola di Pinocchio mi aveva colpito. Da bambino mi sentivo uguale a Pinocchio. Insofferente alle regole, spavaldo, sventato. E ingenuo.
Dopo le medie non ne avevo voluto sapere di proseguire gli studi: in contrasto con i miei preferivo i lavori manuali e, alla fine, mio padre mi aveva trovato un posto in officina.
Mani e toni blu unti tutto il giorno.
Il piacere della lettura, però, non mi abbandonava e quando potevo vi dedicavo del tempo. Leggevo un po’ di tutto compresi i fumetti e le avventure di Tex.
Mio nonno, che aveva in testa la Prima Guerra Mondiale e quella retorica da vecchia generazione, si fregiava di aver combattuto sul Carso nello stesso battaglione di Giuseppe Ungaretti: non l’aveva conosciuto personalmente ma ne teneva la foto in camera, accanto alla sua di decorato.
Di Ungaretti non mi colpivano le poesie scaturite dal diario di guerra, ma la lirica sui Fiumi: quell’ardere di inconsapevolezza nelle pianure del Nilo e quel rimescolarsi e conoscersi nel torbido della Senna si erano depositati nei miei vasi sanguigni.
Infine, la lettura di On the road mi mise dentro qualcosa di irresistibile.
Era una torrida estate anni Settanta: mi procurai un sacco a pelo e una canadese, annunciai ai miei che me ne volevo stare un po’ per conto mio e dalle asciutte pianure della Bassa raggiunsi con i mezzi la Riviera.
Liberarmi dalla gabbia del mio ambiente, chiuso e provinciale, mi eccitava. Avevo voglia di novità, di vita spericolata. Di spostarmi come un vagabondo dormendo un po’ qui, un po’ là.
Una sera a Riccione andai a sentire un cantante che sembrava il sosia di Bruce Springsteen. Aveva una potenza nella voce e un timbro invidiabili.
Dopo, mi buttai sul lungomare. Tirava il vento e una lattina di Heineken, rotolando sul marciapiede, finì sotto le mie scarpe. Mi misi a calciarla canticchiando:
I come from down in the valley
Where, mister, when you’re young
They bring you up to do like your daddy done
Mentre procedevo, intonando la canzone e facendo sfrigolare il metallo sul marciapiede, mi si parò davanti un tipo che mi chiese una sigaretta.
-Sei di queste parti? - domandò tanto per attaccare discorso.
-Sì e no- dissi io.
-Ti ho visto al concerto della controfigura di Springsteen- continuò quello armeggiando con l’accendino.
-Veramente un fenomeno! – risposi.
-Ascolta- disse il tizio con un fare tra l’ammiccante e l’esaltato- avrei un colpo da proporti…
Sentii il cuore rotolarmi fino in fondo alle gambe. Per chi mi aveva preso?
-Un colpo? Che colpo? – chiesi impaurito.
- Qui vicino c’è una discoteca, al momento chiusa per cambio di gestione. Dentro si trovano un sacco di dischi: Beatles, Pink Floyd, Bruce…Io so come scassinare la porta. Entriamo, ne prendiamo un po’e li portiamo via. Non se ne accorgeranno neanche.
-Che…?
Quello sorrideva losco. Era Lucignolo e io non avrei potuto dire di no. Mollai la lattina e lo seguii in uno stato di semi dipendenza, di eccitazione.
A notte tarda ci trovammo davanti all’edificio: il tipo si avvicinò a una porta laterale d’ingresso non visibile dalla strada. Infilò con incredibile destrezza delle banali graffette metalliche nella serratura e la fece scattare. La torcia, che aveva portato con sé, illuminò ad aree ristrette le stanze interne: gli scaffali erano numerosi e i dischi vi erano stipati a tonnellate. Provai un trasporto esaltante. Però l’atmosfera, intorno, mi inquietava. La luce poteva filtrare all’esterno ed essere notata da qualcuno. Fui preso dal terrore. Afferrai qualche disco di Springsteen, dissi al tipo che io ero a posto così e me la filai.
Poi raggiunsi il capanno sulla spiaggia, srotolai il sacco a pelo e mi ficcai dentro. Ma non avrei potuto dormire.
Conservai il bottino in memoria di quella bravata: un po’ con affezione, un po’ con vergogna.
Quando andai a vivere con Marie, i miei dischi, compresi quei mitici LP di Bruce, erano diventati davvero tanti e li tenevo in soffitta.
Una notte, la canna fumaria della vecchia casa in cui abitavamo prese fuoco. Le fiamme raggiunsero i travicelli di legno e tutto ciò che era stato portato in soffitta andò perduto. Anche i dischi di Bruce, quelli che ascoltavo sorseggiando una lattina di Heineken.
Da allora non ho mai capito se prevalga in me più il dispiacere per la perdita di un ricordo o il senso della liberazione.




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Racconto scritto il 15/05/2024 - 18:11
Da Giovanna Sottosanti
Letta n.109 volte.
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Commenti


Grazie, Maria Luisa, per il tuo gradito apprezzamento!

Giovanna Sottosanti 16/05/2024 - 07:59

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Piaciuto, il finale si destreggia tra due emozioni.

Maria Luisa Bandiera 16/05/2024 - 07:24

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