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Alzheimer

Non ricordo quale sogno feci quella notte, e nemmeno se il giorno precedente fosse successo qualcosa di eclatante, come una caduta o un incidente, magari sbattendo la testa da qualche parte.
Sta di fatto che quel mattino, quando mi svegliai, ebbi la netta sensazione che stavo morendo, lentamente; in maniera dolce, ma morivo. Diciamo che avvertivo la brutta sensazione che può provare una candela che si sta lentamente spegnendo.
No, non era il mio corpo, o qualche organo importante che mi dolesse o si stesse ammalando oppure funzionasse male, a farmi credere che per me era finita. Era il cervello, o meglio erano i pensieri che navigavano nel mio intelletto a convincermi che non ero più in grado di dominarli, ma nemmeno di assecondarli, questi pensieri.
Ho un ricordo confuso dei primi episodi, dei sintomi nuovi che avvertii quel mattino di un tardo autunno, piovigginoso ed insignificante, ma nemmeno diverso da tanti altri.
Andai in bagno come un automa, mi piazzai davanti allo specchio e mentre mi guardavo mi ponevo delle domande, alcune delle quali senza risposta.
Che devo fare, adesso, e perché sono venuto davanti a questo specchio? E chi sono? Beh, sono io, mi rispondevo, anche se non ricordo bene il cognome né il lavoro che ho fatto per una vita, ma il nome sì, Jacopo, di quello ne sono sicuro. Davanti a me c'era una moltitudine di cose, appoggiate alla rinfusa sulla mensola in vetro, o anche sul lavabo e sull'armadietto, ma riconobbi con certezza soltanto il rasoio, il tubetto del dentifricio, e il sapone. Gli altri erano oggetti misteriosi.
Guardavo quelle cose, ma il cervello si rifiutava di comandare al mio corpo le azioni da eseguire.
Non sapevo fare altro che specchiarmi, e nel mentre mi interrogavo: cosa devo fare, come, e in che modo devo farlo?
Ma non ricevevo risposta alcuna e di conseguenza il mio corpo non eseguiva alcunché. Era come una macchina in bella mostra nel salone di un concessionario: pronta, bella e lucidata a dovere, ma se nessuno saliva e infilava la chiave nel cruscotto, non sarebbe partito nemmeno il motore, figuriamoci il resto.
Tornai così in camera da letto e mia moglie, doveva essere mia moglie quella donna a letto, chi altri se no, disse:
« Già di ritorno, Jacopo? Non ti fai la barba? Ti sei lavato, almeno... »
Ecco, dovevo farmi la barba, lavarmi. Perché il mio cervello non me lo diceva?
Io lo sapevo, o quanto meno lo intuivo il motivo di quello sciopero della mia centralina di controllo: stava morendo, non funzionava più. Ero dunque una persona con un cervello che stava morendo. Un corpo sano con un cervello malato. Mi pareva di ricordare un motto latino che nel mio caso non funzionava per niente: mens sana in corpore sano. Io avevo un corpo sano e una mente malata. Ma forse la questione stava in altri termini; probabilmente chi aveva scritto quella espressione si augurava entrambe le cose, necessarie a vivere bene, dignitosamente: un corpo sano, ma anche una mente altrettanto sana.


Passai la giornata a farmi dire dagli altri, a turno, cosa fare, dove andare, come muovermi e tutto il resto, la così detta routine di tutti i giorni.
A tavola poi era una tragedia. Molte cose non le capivo. C'era una serie di oggetti misteriosi dei quali mi era oscura sia l'utilità che il funzionamento. Oggetti in metallo, alcuni dotati di denti e altri di una lama, oggetti in vetro o in materiale bianchissimo, duro come il marmo.
« Mangia, che aspetti... » mi suggeriva la donna che aveva dormito con me, quella che pensavo fosse mia moglie.
C'erano minuscoli chicchi bianchissimi, al centro del tavolo, raccolti in una grossa zuppiera, e ciascuno se ne serviva, mediante un aggeggio dotato di manico e con un un piccolo contenitore concavo sul davanti. Io li imitavo e mettevo in bocca quei chicchi dolciastri, insapore. Allora mia moglie si avvicinava, li condiva con un liquido giallo e li cospargeva di formaggio, per renderli più saporiti.
« Vuoi un po' di burro...sono più buoni. E una spruzzata di pepe, ti è sempre piaciuto » , mi diceva.
Allora rispondevo sì, ma solo perché lei sosteneva che mi era sempre piaciuto. Altrimenti avrei detto no, perché non ero sicuro di ricordare cos'era il burro, e il pepe.
Poi mangiavo e fingevo mi piacesse, per non offenderla, ma in realtà trovavo tutto molto insipido. Era come se avessi scordato anche i sapori.


Per fortuna non era sempre così. C'erano giornate diverse, non ho mai capito da dove venisse quella freschezza mentale che sentivo. Mi alzavo, mi lavavo, facevo la barba e salutavo mia moglie. Forse erano quelle medicine che mi davano, a ridarmi la carica.
« Buongiorno, cara, hai dormito bene? » le dicevo convinto.
« Sì, grazie Jacopo. Stai bene stamane... »
Mi accorgevo allora che mi tornavano alla mente molti ricordi, perfino quelli dell'asilo, le suore, i compagni, i giochi che facevo. Di quello dei mattoni frantumati e pestati con due pietre piatte, ricordavo persino l'odore che si sprigionava quando sputavamo sulla polvere rossa, per farla diventare cremosa. Poi facevamo scorrere le due lisciaie una sull'altra, e le staccavamo di colpo, aprendole e tenendone una per mano. Allora ci si fermava ad ammirare gli strani disegni, le forme geometriche che ne risultavano, e fantasticavamo animali, o alberi, o nuvole di forma insolita.
Ricordavo tutti questi particolari, anche se non sapevo minimamente cosa avevo fatto il giorno prima, cosa avevo mangiato, che discorsi si erano fatti a tavola, o la sera davanti alla televisione.
Ricordavo perfettamente episodi del passato più remoto, e scordavo il gas acceso, oppure quello che ero andato a cercare in cantina. Probabilmente era il vino, pensavo, ed allora tornavo con una bottiglia in mano, ma poi mia moglie, o i miei figli, giunto in cucina con la mia bella bottiglia di vino che mostravo raggiante, mi dicevano:
« Perché il vino, quello c'è già. Dovevi prendere l'acqua... »
Altre volte andavo nel mio piccolo laboratorio a cercare un attrezzo, che so una piccola zappa per l'orto, oppure un cacciavite per un lavoro che stavo facendo, e cominciavo a girare avanti e indietro guardando la gran confusione che regnava. Tiravo cassetti, osservavo gli attrezzi appesi sopra il banco di lavoro, aprivo, chiudevo, rovistavo, nella speranza che, visto l'oggetto giusto, mi tornasse alla mente quale fosse l'esigenza che mi aveva portato lì a cercare. Poi trovavo l'attrezzo, poniamo fosse un cacciavite, e tornavo in casa, felice di essermene ricordato. Ma a quel punto avevo scordato a cosa mi servisse. Era mio moglie, o mia figlia, che mi riportavano alla realtà:
« Papà, l'hai trovato il cacciavite a stella? »
« Sì, rispondevo contento, eccolo... »
Ma poi mia figlia mi gelava con una frase:
« Bene, allora fallo quel lavoretto... »
A proposito di mia figlia, a volte la sento raccontare la storia di come ho ottenuto l'indennità di accompagnamento, che a quanto pare potrebbe servire per il mio futuro. Quindi io avrei un futuro? Mah, non lo vedo proprio. Comunque ecco cosa racconta a parenti ed amici:
« Quel mattino il babbo non sbagliava una domanda. Ero certa che anche quella volta non sarebbe passata la richiesta » spiega Chiara, mia figlia.
E subito qualcuno le dice:
« Davvero?...e che domande gli facevano? »
« Beh, il colore del divano, il nome del presidente della Repubblica, i colori della bandiera Italiana, dove è nato... »
« E lui...rispondeva? »
« Come no, tutto giusto » sottolinea Chiara.
Io la ascolto e mi chiedo: la bandiera Italiana, e chi l'ha mai vista? Il presidente della Repubblica poi, quale Repubblica?
Ma gli altri insistono. Io guardo un po' loro e un po' mia figlia.
« E allora come si spiega che gli hanno concesso il diritto all'indennità? », dicono.
E mia figlia, guardandomi teneramente:
« L'ultima domanda è stata: e questa signorina che l'ha accompagnata, chi è? »
Tutti si guardano, come ad interrogarsi: cosa avrà detto, Jacopo? E Chiara allora continua:
« E sapete cosa ha detto? Prima mi ha abbracciato e poi, guardando i medici della commissione, ha detto, convinto: la mia mamma »
Io ascolto e non capisco. Lei è la mia mamma? Credevo fosse morta...ma non ne ero sicuro.


Adesso sono qui in questo Centro, e ci sono tante cose che non capisco, anzi potrei dire che non ci capisco niente. Essendo situato alla prima periferia della città, viene chiamato “Centro in periferia”, e questa denominazione mi fa pensare, a volte, tutto il giorno. Mi chiedo: ma non sono forse due termini in contraddizione? Credo di aver avuto a che fare con la tecnica, nel mio lavoro, non so bene in quale modo, ma mi è chiaro il concetto di centro, e quello di periferia, che io assimilo con la circonferenza del cerchio. Quindi un centro posizionato in periferia è un assurdo nei termini. Noi qui faremmo dunque parte di un Centro, pur essendo in periferia, un bel mistero.
Cosa vorrà dire quindi Centro? Non è certo un centro geometrico, immagino. Sarà quindi un luogo dove si concentrano delle caratteristiche, come il centro di gravità, o il centro di un problema, e se così fosse allora vorrebbe dire che noi qui siamo un problema per la società. Siamo in un centro, o addensamento, di problemi sociali. C'è da esserne demoralizzati, ma per fortuna ci penso poche volte. Più spesso vivo senza pensare a niente, senza fare ragionamenti complicati, restando in attesa. Ecco, qui siamo in attesa. Viviamo come se stessimo aspettando un'alba, una nuova vita, una comunicazione che arriverà qualcuno, o qualcosa. Forse l'annuncio dell'inizio di una nuova vita.


Ieri è successa una cosa che mi ha sconvolto e della quale ancora non ho capito la magia. Eravamo nel salone dove gli ospiti, questo mi hanno detto che siamo, passano il pomeriggio a giocare a tombola, o a carte, ma anche a parlottare del più e del meno.
Io non gioco, non mi è mai piaciuto, se si escludono gli scacchi, che però hanno mosse complicate che ho scordato completamente. Allora camminavo su e giù per la grande stanza, pensando, anche se non mi veniva un vero pensiero per la testa ma solo sensazioni, impressioni.
Ad un certo punto una delle inservienti si avvicina ad una scatola nera, grande, con un vetro scuro sul davanti, appoggiata in bella mostra sopra una mensola alta, appesa al muro. La donna armeggia, mi pare che schiacci un pulsante, ed improvvisamente la scatola si illumina. Non solo, cominciano anche ad uscire suoni, prima musica e poi voci, e perfino immagini.
E le immagini colorate sono nitide, chiare, e continuano a cambiare. Poi finalmente si arresta questo turnover di immagini e rimangono solo due persone, sedute dietro un tavolo, che parlano e nello stesso tempo ci guardano. Io mi giro, e vedo che molti ospiti si siedono e guardano dentro la scatola. Allora mi volto e guardo anch'io la scatola. Quei due mi fissano. Uno è una donna, bella pure. Mi avvicino di lato, per non farmi vedere da nessuno, e guardo dietro la scatola. Strano, non c'è nessuno la dietro, solo cavi elettrici, bianchi e neri.
Riguardo davanti, e loro sono sempre lì, imperterriti. E parlano, parlano... Svelto riguardo dietro, ma non c'è niente.
« Jacopo, siediti, non si guarda da dietro la televisione » mi dice Olga, una donna giovane e gentile. Credo sia una dottoressa, a volte mi dà le medicine e mi chiede come sto. Poi mi accompagna per farmi sedere su una poltroncina scomoda, di vimini. Io non ci sto seduto bene lì, ma per non offenderla taccio.
La stanza è umida, mal riscaldata, e sento dei brividi per tutto il corpo. Olga se ne accorge e mi porta una coperta.
Io la prendo, e la tengo in mano, come fosse un pacchetto. Non so cosa farne, dove metterla, e allora me ne sto lì in attesa. Olga mi sorride e mi viene in aiuto, stendendo la coperta sulle mie ginocchia.
Ci sono sempre quei due che mi fissano, quelli che parlano dentro la scatola, e io mi vergogno. Allora abbasso gli occhi; preferisco guardare la mia coperta, i suoi colori, i disegni, le greche di tonalità alternata, ma tutte dai colori accesi.
Si avvicina Gino, uno che è qui da parecchio e si muove con una certa disinvoltura. Lui sa tutto, se ti serve qualcosa fai prima a chiedere a lui.
« Ciao Jacopo, ti va di fare una partitella a scacchi? » mi fa.
« Certo, volentieri. Ma non ricordo le mosse... », ammetto.
« Io invece non le conosco proprio. Che importanza ha...è un gioco, tanto »
Ci sistemiamo vicino alla vetrata che dà sul giardino. Lì c'è una bella luce e di tanto in tanto possiamo guardare i fiori o i passeri che vengono a beccare le briciole di pane. Io ne lascio sempre un po' vicino alla panchina, quando vado a fare due passi.
Gino sistema i pezzi, lui vuole i bianchi. Li ha messi alla rinfusa; mi pare che non vada bene la disposizione, ma mi adeguo. Muove prima lui e dopo la mossa, un po' strana, non ho mai visto la regina mettersi proprio nel centro davanti a tutti, mi guarda in cagnesco, digrignando i denti.
« Che c'è, Gino, ti fa male la dentiera? » dico io ingenuamente.
Ma lui mi fissa senza rispondere, e allora anch'io faccio la mia mossa strana, metto il mio re nero davanti alla sue regina bianca.
E allora lui ci mette il cavallo, io la torre, poi lui raduna tutti i pedoni intorno agli altri pezzi...insomma, ogni tanto catturiamo un pezzo a casaccio, e alla fine mentre facciamo le mosse ridiamo della nostra stupidità.
Olga ci vede, viene a guardare la partita e non può far altro che sorridere di gusto pure lei.
« Bravi bravi, bella partita... » sentenzia. Poi aggiunge:
« Chi ha vinto? »
E noi, all'unisono:
« Pari e patta. Abbiamo vinto entrambi, non ha perso nessuno. »


Non so da quanto tempo sono qui in questo posto. A me sembra di non essere mai stato in un'altra casa che non sia questa, forse sono nato qui. Ormai non cammino più, le gambe non ne vogliono sapere, non le sento nemmeno. Sono un corpo estraneo, mi servono solo a sorreggere il plaid in lana con motivi scozzesi che una signora mi ha portato il giorno del mio compleanno.
Quando me l'ha data, mi ha abbracciato e mi ha chiesto:
« Hai capito chi sono? »
Io non ho detto niente, ero confuso. Allora ha continuato:
« Sono Chiara, tua figlia »
Io non ho mai saputo di avere una figlia. Perché nessuno me l'ha detto, pensavo. Lei, poverina, era afflitta, ed ha continuato:
« Pensavi che fossi la tua mamma? »
Per non deluderla ho detto sì, e lei allora mi ha abbracciato forte e dato un bacio sulla guancia.
Quando guardo questa coperta sulle mie gambe immobili, penso a quella scena, a Chiara che se ne va contenta, e allora mi lascio andare ai pensieri più strani, che a volte si accavallano e mescolano ricordi che non so ricostruire.
Poi mi appisolo, e nel dormiveglia continuo a chiedermi le stesse cose: chi sono io, che ci faccio qui, perché non conosco nessuno...ma non trovo risposte, ed allora mi lascio prendere da un sonno liberatore, un sonno che cancella tutto, o meglio stende un velo pietoso su quel poco che è rimasto della mia vita.




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Racconto scritto il 29/09/2019 - 19:24
Da Giacomo C. Collins
Letta n.195 volte.
Voto:
su 5 votanti


Commenti


Meritatissimo premio ...e non poteva che essere così!
Congratulazioni Giacomo!

Margherita Pisano 06/10/2019 - 19:55

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Grazie Giacomo per gli auguri.
Avevo intenso il motivo di essere in prima persona nel raccontare...Si può empaticamente capire i vari stati d'animo e le difficoltà che un malato vive...ma poi solo vivendo con persone a noi care si capisce il vero dramma che affrontano giorno dopo giorno...e quanta sofferenza ci sta all'interno.
Mia madre è inserita in un percorso didattico riabilitativo che non guarisce ma almeno non peggiora...qualche volta ha degli sprazzi di lucidità e mi accarezza il viso come quando ero bambina...e lì la commozione è tanta. Scusa se mi sono dilungata tanto sul mio personale ma condividere è una forma salutare di affrontare certe dinamiche.
Grazie ancora.

Margherita Pisano 01/10/2019 - 11:55

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Non c'è niente da commentare solo da restare estasiati davanti a questo racconto stupendo.

Antonio Girardi 01/10/2019 - 11:31

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@ Margherita: il racconto è scritto in prima persona perché in questo modo ho pensato di riuscire a trasmettere con più pathos le problematiche di questa triste malattia. Tuttavia i fatti sono riferiti all'esperienza fatta personalmente con mia suocera, che è stata accudita da me, mia moglie( la figlia) e dai miei due figli per circa dieci anni. L'episodio della televisione e quell'altro della visita medica per ottenere l'accompagnamento, in particolar la frase che mia suocera pronunciò sostenendo che la signora che la accompagnava ( la figlia) era "la sua mamma", sono reali. Grazie Margherita...e tanti auguri alla mamma...sembra che qualcosa di più si stia facendo per la cura di questa malattia.

Giacomo C. Collins 01/10/2019 - 10:18

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Ringrazio gli autori che hanno avuto la pazienza di leggere e commentare un racconto tanto lungo e il cui tema è giocoforza particolare. Confesso che avevo pensato ad un atteggiamento meno partecipe da parte degli autori di Oggi Scrivo e pertanto i miei ringraziamenti sono doppi. un caro saluto a tutti.

Giacomo C. Collins 01/10/2019 - 10:12

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Premetto che avevo un po di remore nel leggere il tuo racconto...semplicemente perché parli di qualcosa che sto vivendo ormai da anni con mia madre e non è facile...anche perché in tanti ne scrivono, ma la realtà è diversa e spesso viene non compresa. Ma poi ho letto e devo dirti che ho ritrovato molti passaggi nel tuo descrivere questo male ...mi ha emozionato, commosso e persino fatto sorridere in qualche punto ripercorrendo alcuni passaggi reali, vissuti. Non posso che dirti bravo, bravissimo...e grazie per averlo scritto in prima persona.

Margherita Pisano 30/09/2019 - 23:04

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Scrivi e descrivi benissimo un un argomento difficile e complesso. Bravo!!!

Maria Isabel Mendez 30/09/2019 - 21:02

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Perdere la propria identità è una cosa che sembra impossibile.
Può consolare solo il fatto che, probabilmente, una volta persa non si ha coscienza della perdita.
Racconto scritto in modo partecipato ed emotivamente proposto!

Leo Pardis 30/09/2019 - 15:34

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GIACOMO.... Alzheimer triste storia di una malattia terribile. Tu sempre bravissimo.

mirella narducci 30/09/2019 - 13:55

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Questa triste malattia, dal punto di vista di colui che ne è vittima... Molto bello questo tuo immedesimarti...

Mimmi Due 30/09/2019 - 12:26

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Bellissimo racconto, hai parlato di un argomento che lacera l'anima in maniera sublime. Bravo

Cristiano Pili 29/09/2019 - 23:53

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Bravissimo Giacomo...meraviglioso e commovente.

Drehal . 29/09/2019 - 22:21

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