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Sant'Ambrogio 2020

Racconto tratto dalla poesia Sant’Ambrogio di Giuseppe Giusti, attualizzata e geograficamente trasferita.


Caro Direttore che mi guardate arrabbiato perché ho preso in giro i Vostri onorevoli amici e mi considerate anti sovranista perché per un mio articolo Staffelli di Striscia la Notizia ha consegnato il Tapiro d’Oro a persone di Vostra conoscenza. Ora per favore ascoltatemi, Vi voglio raccontare quello che mi è successo pochi giorni fa quando, quasi per caso, mi sono trovato davanti alla chiesa di San Gennaro, quella che fa parte della Reggia di Capodimonte.
Ero in compagnia di Giggino, figlio di un imprenditore locale. Ha un piccolo punto di vendita per Coca Cola e acque minerali. Ha passioni politiche, si sente un po’ Masaniello. Promette a destra e a sinistra che se sarà eletto farà avere a tutti un reddito personale minimo. Dice che i soldi ci sono. ……Direttore…..voi non dite niente, non fate commenti. Non Vi interessa quello che Giggino dice o non lo conoscete nemmeno? Comunque state tranquillo, non succederà niente. Riservate le Vostre energie a faccende politicamente rilevanti. Siete giustamente lontano dalle piccole cose che accadono tra la gente comune.
Ora Vi racconto quello che mi è accaduto quando sono entrato in chiesa. Era piena, non c’erano posti a sedere. Sulla sinistra uomini e donne di colore, vestiti un po’ male e gesticolanti. Forse un gruppo di immigrati, qualcuno ancora in attesa del permesso di soggiorno. Sulla destra Signori eleganti e Donne truccate e ingioiellate. Sull’altare il prete stava celebrando un matrimonio. Lo sposo chiaramente nero, la sposa bianca splendente. Confesso signor Direttore di avvertito subito un grande disagio per la palese differenza fra le due etnie, disagio che Voi certamente non avete mai avuto occasione di provare nei Superiori ambienti che frequentate. Ho reagito di istinto. Mi sono spostato a destra per migliorarmi la vista e per allontanarmi da quell’odore insano che sentivo provenire da quella parte.
All’improvviso, mentre così rimuginavo, sono stato invaso e turbato dalle note dell’Ave Maria di Schubert, ormai nostra perché colonna sonora dei nostri matrimoni. La musica non indossa vestiti e non ha odori. Quando ci trasporta non abbiamo più fisicità. Ho rivisto il volto semplice e senza trucco di mia madre, ho sentito la voce seria e affettuosa di mio padre, ho rivisto il giorno del mio matrimonio. Subito dopo ha avuto inizio la fase discendente, stavo lentamente tornando ad essere quello di prima. Sono stato però raggiunto senza preavviso dalla voce del prete: L’uomo non osi separare quello che Dio ha unito. Che ha avuto l’effetto di travolgermi definitivamente. Quanti immigrati subiscono il peso della separazione per colpa di altri.
Ho immaginato di avvicinarmi all’altare, di abbracciare gli sposi e tutte le mamme presenti, di scambiare un saluto di solidarietà con tutti gli altri. Povera gente lontano dalle loro famiglie, utilizzati in spot elettorali sia da quelli che li attaccano , sia da quelli che li difendono.
Ho seguito la cerimonia fino alla fine. Ho scambiato un cenno di saluto con tutti quelli che uscivano dalla chiesa, ho dedicato un saluto e un augurio agli sposi, ho applaudito anche io.
Domani scriverò un articolo su questa mia giornata particolate che sottoporrò al Vostro Superiore giudizio per l’eventuale pubblicazione.


Sant’Ambrogio di Ernesto Giusti


Vostra Eccellenza, che mi sta in cagnesco per que’ pochi scherzucci di dozzina, e mi gabella per antitedesco perché metto le birbe alla berlina, o senta il caso avvenuto di fresco a me che, girellando una mattina,
càpito in Sant’Ambrogio di Milano, in quello vecchio, là, fuori di mano.
M’era compagno il figlio giovinetto d’un di que’ capi un po’ pericolosi, di quel tal Sandro, autor d’un romanzetto ove si tratta di Promossi Sposi…Che fa il nesci, Eccellenza? o non l’ha letto? Ah, intendo; il suo cervel, Dio lo riposi, in tutt’altre faccende affaccendato, a questa roba è morto e sotterrato.
Entro, e ti trovo un pieno di soldati, di que’ soldati settentrionali, come sarebbe Boemi e Croati, messi qui nella vigna a far da pali:
difatto se ne stavano impalati, come sogliono in faccia a’ generali, co’ baffi di capecchio e con que’ musi,
davanti a Dio, diritti come fusi.
Mi tenni indietro, ché piovuto in mezzo di quella maramaglia, io non lo nego
d’aver provato un senso di ribrezzo, che lei non prova in grazia dell’impiego. Sentiva un’afa, un alito di lezzo: scusi, Eccellenza, mi parean di sego, in quella bella casa del Signore,fin le candele dell’altar maggiore.
Ma in quella che s’appresta il sacerdote a consacrar la mistica vivanda, di sùbita dolcezza mi percuote su, di verso l’altare, un suon di banda. Dalle trombe di guerra uscian le note come di voce che si raccomanda, d’una gente che gema in duri stenti e de’ perduti beni si rammenti.
Era un coro del Verdi; il coro a Dio là de’ Lombardi miseri assetati; quello: “0 Signore, dal tetto natio”, che tanti petti ha scossi e inebriati. Qui incominciai a non esser più io e, come se que’ cosi doventati fossero gente della nostra gente, entrai nel branco involontariamente.
Che vuol ella, Eccellenza, il pezzo è bello, poi nostro, e poi suonato come va;
e coll’arte di mezzo, e col cervello dato all’arte, l’ubbie si buttan là. Ma cessato che fu, dentro, bel bello,
io ritornava a star come la sa; quand’eccoti, per farmi un altro tiro, da quelle bocche che parean di ghiro
un cantico tedesco, lento lento per l’aër sacro a Dio mosse le penne. Era preghiera, e mi parea lamento, d’un suono grave, flebile, solenne, tal che sempre nell’anima lo sento: e mi stupisco che in quelle cotenne, in que’ fantocci esotici di legno, potesse l’armonia fino a quel segno.
Sentia nell’inno la dolcezza amara de’ canti uditi da fanciullo; il core che da voce domestica gl’impara, ce li ripete i giorni del dolore:un pensier mesto della madre cara, un desiderio di pace e di amore, uno sgomento di lontano esilio, che mi faceva andare in visibilio.
E quando tacque, mi lasciò pensoso di pensieri più forti e più soavi. “Costor”, dicea tra me, “re pauroso degi’italici moti e degli slavi, strappa a’ lor tetti, e qua senza riposo schiavi gli spinge per tenerci schiavi; gli spinge di Croazia e dli Boemme, come mandre a svernar nelle maremme.
A dura vita, a dura disciplina, muti, derisi, solitari stanno, strumenti ciechi d’occhiuta rapina, che lor non tocca e che forse non sanno; e quest’odio, che mai non avvicina il popolo lombardo all’alemanno, giova a chi regna dividendo e teme popoli avversi affratellati insieme.
Povera gente! lontana da’ suoi, in un paese, qui, che le vuol male, chi sa che in fondo all’anima po’ poi, non mandi a quel paese il principale! Gioco che l’hanno in tasca come noi”.
Qui se non fuggo, abbraccio un caporale, colla su'brava mazza di nocciolo, duro e piantato li come un piolo.




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Racconto scritto il 25/01/2020 - 08:12
Da GIOVANNI PIGNALOSA
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