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Decisioni difficili - Dieci.

Fece ritorno nel suo ufficio verso le 14,15, dopo una decina di minuti busso Skofic.
Lo fece accomodare ed iniziarono a parlare della situazione della Divisione Omicidi, dei casi aperti, degli avanzamenti, dei risultati ottenuti e della mancanza di un coordinamento.
Skofic era affranto, la morte di Palermo oltre a privarlo del suo diretto superiore lasciando la Divisione priva di un coordinatore efficiente e professionalmente impeccabile, gli aveva portato via un caro amico.
“Sono onorato dell’incarico che mi stai affidando. Cercherò di mettere a frutto gli insegnamenti di Antonio e di portare avanti la Divisione dando continuità a quella che erano le sue idee”.
Vasco lo aggiornò circa l’indagine interna atta alla ricerca di una eventuale talpa di Breaker all’EBI.
Lo rese edotto circa i movimenti altamente sospetti di Baseggio e gli chiese di destinare un discreto ma costante e continuo pedinamento nei confronti dello stesso.
“Stategli dietro, cercate di capire come si muove, fate le cose con molta circospezione, è fondamentale che non si accorga di nulla.”
Skofic capì immediatamente la gravità della situazione e la delicatezza dell’operazione, promise di organizzare una squadra che rispondesse alle direttive appena recepite.
Poi Vasco, e qui lesse lo stupore ma solo iniziale negli occhi del collega, dette allo stesso un altro compito, ben più importante e ben più delicato, un compito che andava svolto con la massima riservatezza e precisione ma da cui sarebbe dipeso l’esito di tutte le future operazioni dell’EBI.
Accomiatò Skofic, ed andò da Baseggio.
“Ciao Vittorio hai un attimo per me?”
“Sono a tua completa disposizione”
Venne al punto: Mel Breaker, Marc Edward Luis Breaker, Scott Wilcott, erano tre nomi, tre persone distinte anche se residenti nel medesimo corpo.
Bisognava fare un tentativo per scoprire se qualcuno di questi signori aveva per caso un conto, magari cifrato, magari inabissato, magari sommerso.
Solo Baseggio con la sua rete di contatti poteva trovare qualche connessione, magari alle Cayman o in qualche altro paradiso fiscale.
“Mi hai dato tre nomi, vedrò quello che riesco a trovare, ti garantisco che se questo galantuomo ha lasciato una traccia, anche molto impalpabile in qualche transazione finanziaria te la troveremo”.
Ringraziò e prima di uscire disse, buttando lì la frase e cercando di essere il più impersonale possibile,
“Per il resto, come va? Giovanna e Roberta stanno bene?”
Lo svizzero non diede segni di irrequietezza e rispose pacato
“Roberta sta bene, ha superato in modo molto brillante uno degli ultimi esami e si sta portando avanti per la tesi, credo che entro fine anno potremo festeggiare la sua laurea”.
Si fermò, era visibilmente orgoglioso di sua figlia, prese fiato e poi aggiunse
“Giovanna se ne è andata tre mesi fa, non ce la faceva più, abbiamo tenuto assieme il matrimonio più per Roby che per altro e visto che nostra figlia non è più una bambina, abbiamo deciso di porre fine ad un rapporto in crisi da più di dieci anni”.
“Se ne vuoi parlare sono a tua disposizione”
“Beh, magari una sera di queste ce ne andiamo a cena da Guido e parliamo di molte cose, credo che anche tu possa avere il bisogno di sfogarti.”.
Trovò l’idea più che ottima, effettivamente buttare fuori tutto il magone che provava in quel periodo poteva essere liberatorio non tanto per se stesso ma per essere più lucido e per le future mosse da fare per risolvere quel caso.
Uscito dall’ufficio di Baseggio iniziò a pensare che Vittorio, forse si aveva il vizio del poker, magari come causa o effetto della separazione dalla moglie, ma non poteva essere la talpa.
Voleva al più presto cenare con lui per vedere cosa e quanto gli avrebbe raccontato.
Tornò in ufficio vide che lampeggiava la luce della segreteria, compose il 4301 ed ascoltò.
Era sua sorella Mafalda
“Lele ciao sono Mafalda, il mio volo atterra a Bruxelles alle 16,00, ti ricordi di venirmi a prendere?”.
Prese il cellulare e compose il numero Mafalda che rispose al terzo squillo
“Ciao poliziotto, come stai?”.
“Ciao Ragazza, per quel che è possibile sto bene, figurati se mi dimentico di venirti a prendere!”
Mentì in modo spudorato, meno male che Mafalda che lo conosceva bene gli aveva ricordato il volo, infatti mentre parlava con la sorella aprì Outlook e memorizzò immediatamente il promemoria.
Mafalda Letizia Vittoria Vasco terzogenita del Dott. Germano Vasco, notaio in Torino e sorella minore di Emanuele, era la piccola di casa.
Dirigente di spicco nell’ambito del gruppo BNP Paribas, madre di Marcello e moglie di Ferdinand De Querzy, proprietario della omonima catena di Hotel di lusso sparsi nei cinque continenti.
Maffy aveva già 39 anni, Marcello quasi dieci. Vasco che ne era il padrino di battesimo era molto attaccato al giovanotto.
Si vedevano spesso, specialmente in estate, quando Vasco passava una quindicina di giorni di vacanza nella loro villa a Cannes in Costa Azzurra.
Quando Marcello nacque il padre di Emanuele e Mafalda voleva a tutti i costi che il bambino vedesse la luce a Torino ma Maffy non ne volle sapere, il bambino sarebbe nato e sarebbe stato battezzato a Parigi.
Il perché era chiarissimo. L’ultima discussione telefonica tra il padre e la figlia era stata furibonda, il Dott. Germano era stato chiarissimo
“Mafalda non è possibile che per colpa di un mentecatto che non vuole tornare in Italia, sa Dio perché, tu sottoponga tutta la tua famiglia ad un estenuante viaggio sino a Parigi”
“Papà non sei obbligato a venire a Parigi se non ne hai voglia, personalmente preferisco di gran lunga avere vicino a me il mentecatto come lo chiami tu, piuttosto del solito padre padrone brontolone e criticone, sempre pronto ad organizzarti la vita e a dirti cosa è bene e cosa è male, sempre pronto a disapprovare le scelte che gli altri fanno quando non sono pilotate da lui.”.
Fu così che il battesimo di Marcello si era svolto a Parigi, Lele era il padrino, Corinne, sorella di Ferdinand era la madrina. Il Dott. Vasco era ovviamente presente perché non poteva certo mancare di rispetto ai famigliari del suo preziosissimo genero.
Il Dott. Germano e suo figlio Emanuele si erano ovviamente evitati, avevano mantenuto le distanze necessarie ad evitare uno scontro che sarebbe stato di cattivo gusto nel contesto generale di un evento così importante e bello come la nascita di Marcello.
Entrambi erano decisi a far si che quello fosse solo un giorno di gioia e felicità.
Il Dott. Germano per la famiglia, Emanuele per la sorella ed il cognato che a discapito del titolo e della posizione sociale che ricopriva era una persona stupenda.
Mentre la cerimonia era in corso Lele, iniziò ad esplorare i componenti della sua famiglia partendo dal grande dittatore, il Dott. Germano Vasco, nato a torino il 27 Luglio del 1935, sposato dal 1959 con Vittoria De Carolis, sua coetanea e figlia del Conte Callisto De Carolis, alta nobiltà milanese ed altissima borghesia finanziaria, azionisti e traslatori di denaro. Lele spesso pensava che se avesse aperto un dossier sulla famiglia di sua madre avrebbe potuto tranquillamente arrestarne l’ottanta per cento dei componenti.
Mamma Vittoria era una mamma, per vocazione e per educazione, era stata educata ad essere moglie e madre sin dalla più tenera infanzia. Era una donna colta e dotata di una pazienza infinita, innamorata del marito e dedita ai figli che a differenza del Dott. Germano aveva educato con stile duro ma liberista.
Aveva insegnato loro a vivere nelle regole a dispetto delle stesse, quella donna gli aveva salvato la vita e Lele, oltre ad essere legatissimo a sua madre ne aveva un rispetto immenso e provava nei suoi confronti una riconoscenza perenne.
Grazie a donna Vittoria sia Emanuele che Mafalda avevano potuto scegliersi la vita che stavano conducendo e questo era il più bel dono che una madre potesse fare ai propri figli.
Siccome però non tutte le ciambelle escono con il buco, tra Vasco e Mafalda c’era, come lo chiamava Vasco, il lobotomizzato, ovvero il fratello di mezzo Arturo Ernesto Paride Vasco, notaio come papà con studi notarili sparsi nei capoluoghi di provincia piemontesi, più uno ad Alba perché ad Alba ci sono i soldi.
Il lobotomizzato era praticamente una fotocopia del padre, Emanuele si era detto spesso che il suo caro fratello non era neanche in grado di soffiarsi il naso senza aver chiesto il permesso a papà e la cosa lo riempiva di tristezza.
Sospettava che suo padre avesse pianificato secondo scadenze predeterminate persino la nascita dei suoi figli ed era certo che fosse arrabbiato con lui perché invece di nascere nel 1960 era nato nel 1961, visto che gli altri due erano nati rispettivamente nel 1965 e nel 1970.
Chiaro che si trattava di una congettura, ma non del tutto campata in aria visto che spesso suo padre gli aveva detto che persino per nascere Emanuele aveva dovuto fare di testa sua!
Arturo Ernesto Paride Vasco, fratello minore di Emanuele era la reincarnazione del Dott. Germano.
Il Dott. Germano si era reso conto che donna Vittoria con Emanuele lo aveva privato della patria potestà sul primogenito utilizzando la sua dolcezza unita alla sua fermezza. Emanuele era cresciuto libero e felice, vagando per la valli piemontesi con la sua governante, il figlio di lei e tutti i contadini della zona.
Aveva imparato a potare, a vendemmiare, ad accudire il bestiame, a mietere il grano ed aveva ereditato, dal nonno paterno produttore di Freisa, la passione per il vino.
Spesso aveva sentito i genitori discutere tra loro. Per il Dott. Germano Emanuele stava crescendo come un selvaggio si era intriso di semplicità contadina e si stava avviando ad essere un povero di spirito.
Donna Vittoria dal canto suo obiettava che la cultura contadina era fonte di immensa saggezza e che Emanuele sarebbe diventato un uomo più maturo e consapevole conoscendo il valore della terra, della madre terra.
Quella donna, era l’antesignana di Carlin Petrini, stava già percorrendo la strada di slow food molti anni prima che il Petrini iniziasse con la sua divulgazione.
Quando Lele arrivò ai 18 anni e quindi alla maturità, venne convocato dal padre nel suo studio per discutere del suo futuro.
Il Dott. Germano attaccò:
“Caro ragazzo sono finiti i tempi della spensieratezza e della gogliardia, dobbiamo iniziare a pianificare con grande attenzione il tuo futuro. Adesso che ti sei diplomato mi pare ovvio che dovrai intraprendere la strada dell’università e come tu ben sai non dovrai arrabattarti nel cercare lavoro. Inizierai sin da subito il praticantato notarile nello studio di famiglia mentre prenderai la laurea in giurisprudenza, così facendo a 25 anni sarai già un notaio affermato.”
Lele rimase silenzioso per alcuni minuti mentre guardava suo padre. Pensava solo che quel signore non avesse fatto i conti con quelle che erano le sue volontà.
Suo padre allora lo incalzò
“Allora figliolo non hai nulla da dire in proposito, hai capito quello che ti ho detto?”
Suo padre oltre a considerarlo un troglodita pensava seriamente che fosse un po’ ritardato.
“Grazie per l’offerta papà. Credo proprio che sceglierò la facoltà di giurisprudenza, ma non credo che farò il Notaio. Ho deciso di fare il Magistrato”.
A quel punto venne giù l’universo. Suo padre si alzò in piedi e picchio un pugno sulla scrivania e dall’alto del suo metro ed ottantacinque d’altezza per 80 kg di peso iniziò ad inveire contro il figlio
“Tu farai cosa?!!!” fu l’esordio, e già l’introduzione non lasciava presagire nulla di buono, il seguito diede ad Emanuele la certezza della sua premonizione, infatti il Dott. Germano attaccò la sua filippica
“Ragazzo forse non ci siamo capiti tu sei mio figlio. Mangi bevi, dormi e ti levi ogni sorta di sfizio con i soldi che io ti do, con i soldi del duro lavoro che io svolgo ogni giorno e tutto quello che io ho costruito l’ho fatto perché i miei figli ne beneficiassero riconoscenti perché il loro padre gli aveva costruito una strada sicura, una carriera solida, al riparo da tutti quei disagi che porta il non avere ne arte ne parte e tu vuoi fare il Magistrato??? Vuoi metterti dalla parte di uno stato comunista e bolscevico, uno stato che non è in grado di mantenere ne ordine ne rigore morale. Vuoi diventare un corrotto funzionario che gioca con i soldi di noi onesti cittadini che ogni giorno fatichiamo per poi vedere che i nostri sforzi vengono vanificati proprio da quei barbari di cui tu vuoi diventare socio in malaffare?”
Emanuele non sapeva se rispondere per le rime o mettersi a ridere a crepapelle, pensò che se non riusciva trattenere la risata che gli nasceva dentro, vedendosi la scena in cui Andreotti con tanto di colbacco in testa parlava alla nazione iniziando il suo discorso con un classico “Tovarish…”, sarebbe finita male, molto, ma molto ma molto male!
Cercò di mantenersi serio, stava per provare a rispondere quando suo padre ripartì con il finale di quella tragedia in atto unico tuonando
“Allora ascoltami bene sottospecie di imbecille, hai solo due possibilità. O ti allinei a quella che è l’unica decisione sensata e razionale per dare un senso alla tua inutile e scapestrata vita o lasci questa casa per sempre!”.
Emanuele non riuscì a credere alle sue orecchie. Suo padre gli stava offrendo su di un piatto d’argento la più grande opportunità di fuga da tutte quelle cose che non gli interessavano affatto.
Rispose semplicemente “Ok, non mi dai scelta, quindi me ne vado.”
Dalla mano del Dott. Germano partì un ceffone, Emanuele evitò la botta con un perentorio movimento, ebbe la tentazione di rispondere ma si trattenne, vide la mano del padre passare sopra la sua testa e dopo averla scansata si girò sui tacchi e se ne andò.
3 Settembre 1979. Emanuele Vasco lasciava la casa di famiglia e si trasferiva a Roma per entrare alla Scuola allievi ispettori di Nettuno, mentre, nel contempo si iscriveva alla facoltà di giurisprudenza.
Non furono anni facili, la Scuola Ispettori, l’Università, gli inizi del lavoro da poliziotto. Conciliare tutto richiedeva sforzo ed impegno ma nei momenti difficili ripensava alla discussione con suo padre e ripartiva più determinato di prima.
Donna Vittoria non lo lasciò mai da solo, lo seguì e lo aiutò con la sua discrezione e la sua dolcezza. Sicuramente se oggi si ritrovava a capo dell’EBI molto merito lo si doveva proprio a quella stupenda donna di sua madre.
Superò brillantemente sia la Scuola Ispettori che l’università. Ad ogni festa, sia per il conseguimento del diploma di Ispettore che per la Laurea fu felice di vedere sua madre, la sua sorellina, gli zii ed i cugini sempre presenti e festanti, l’unica ombra nel suo cuore fu che a queste manifestazioni mai vide suo padre.
Il volo da Parigi arrivo all’aeroporto Charleroi di Bruxelles puntualissimo, vide la sorella uscire, le andò incontro si abbracciarono e si baciarono, quando si vedevano era sempre una festa.
“Allora piccola peste come stai e come sta il nipotastro?”
“Sta benissimo, viziato, coccolato e tremendamente cocciuto, chissà da chi avrà preso?!” e giù una bella risata.
“Sono felice di vederti, hai impegni mostruosi o ci possiamo ritagliare qualche momento per noi”
“Ho una riunione domani mattina alla BCE poi sono tutta per te sino a sabato, allora hai deciso se vieni a Nizza?”
“Credo proprio che due giorni al mare siano un toccasana per stemperare la tensione di questi ultime settimane”.
Caricarono i bagagli sull’auto e percorsero i 50 km verso la capitale Belga parlando degli ultimi avvenimenti, sia quelli efferati successi all’EBI che quelli più normali della sfera di Maffy.
Mafalda avrebbe alloggiato da Emanuele che aveva una casa grande con 3 camere per gli ospiti.
Quando si era trasferito a Bruxelles sua madre gli aveva comperato un alloggio e non aveva voluto sentire ragioni di sorta. Effettivamente era stato un ottimo investimento, non lo si poteva negare, quindi accettò di viverci a patto di poter pagare le spese di gestione ben sapendo che mai sua madre avrebbe accettato un affitto. Trovarono come sempre il giusto compromesso con buona pace di entrambi.
Vasco porto Maffy in alloggio, la aiutò ad accomodarsi e si diresse verso l’ufficio, si diedero appuntamento per cena sarebbero andati da Guido.
Scese le scale, uscì dal portone, controllò che l’auto con i due agenti di guardia che aveva destinato al controllo della sorella fosse al suo posto.
Salì direttamente sull’auto dei suoi “angeli custodi” e si fece portare in ufficio.
Appena entrato chiamò Skofic per sapere se vi erano novità, seppe che stavano tenendo entrambi i soggetti sotto stretto controllo ma che al momento nessuno dei due aveva fatto movimenti strani. Convennero che si doveva attendere il fine settimana per controllare se Baseggio si sarebbe diretto alla villa. Chiese di fotografare e catalogare più persone possibili. Riguardo all’altro sorvegliato non necessariamente il fine settimana avrebbe dato delle risposte. Era sempre più convinto che il nocciolo della faccenda fosse proprio sospeso tra quei due personaggi e che Baseggio…
Sospese le sue considerazioni per andare da Loprand, voleva aggiornarlo sulle novità, doveva fargli ratificare ed ufficializzare l’incarico di Skofic e voleva proporgli il nome del nuovo capo della Scientifica.
Uscì dall’ufficio del suo capo con una idea in mente. Arrivò in ufficio e chiamo il comando di polizia di Bruxelles chiedendo del Commissario Capo Geretz, attese pochi istanti e senti la voce del collega “Buongiorno Emanuele, a cosa devo l’onore?”
“Ciao Eric, non ti arrabbiare ho da chiederti una cessione importante, vorrei portare Olivier Renard all’EBI”. Ci fu un attimo di silenzio poi arrivò la risposta del collega
“Credo che Olivier sarà felice di sapere che ti stai interessando a lui e dal canto mio, visto quello che è successo ultimamente, non mi sogno nemmeno di fare inutili ostracismi. Ti chiedo solo di sapere a che livello vuoi inserirlo nell’ambito della Scientifica”
“Eric ti ringrazio molto per la collaborazione, Renard passerà da Capo della Polizia Scientifica di Bruxelles a Primo Sovrintendente della Divisione Scientifica dell’EBI, ho già l’OK di Loprand”.
Geretz non fece nessuna obiezione, disse che il secondo di Renard, ovvero Gillet, sarebbe stato serenamente in grado di sostituirlo.
“Lo convocherai da te o posso dirglielo io?”
“Diglielo pure tu e se puoi fai in fretta, gradirei che il prossimo lunedì fosse già al suo posto visto che abbiamo già perso sin troppo tempo”.
Si salutarono e Geretz promise di parlargli immediatamente e di mandarglielo per le documentazioni preliminari già il mattino dopo.
Vasco si sentì sollevato, Renard era un uomo in gamba ed un professionista molto preparato, sicuramente i suoi nuovi sottoposti sarebbero stati contenti del loro nuovo capo.
Uscì nuovamente dall’ufficio e si diresse da Risoire, voleva avere novità su Cruet.
Bussò, attese il permesso ed entrò.
“Giusto te, ho finito poca fa con Cruet”
“Appunto, come siamo messi?”
Disse che si era fatto spiegare per filo e per segno quanto era successo e quali fossero i motivi delle sue lamentele.
Dopo averlo ascoltato lo aveva informato che gli sarebbe arrivata una lettera di ammonizione ufficiale ed una inibizione ad eseguire incarichi direttivi per i prossimi due anni.
Cruet aveva rassegnato le dimissioni ed era uscito urlano che non voleva restare un minuto di più in quel posto di mafiosi.
“Ci siamo tolti un problema Emanuele. Quell’uomo è fonte di guai, credo che lo farò seguire e controllare, perché ho sentito in lui un grande risentimento, non vorrei mai che Baseggio abbia solo il vizio del poker, ma che Cruet abbia rancori tali da indurlo ad aver fatto ed a fare quello che tu ben sai”, prese una pausa e continuo “Secondo me seguendo un filo logico si è reso conto che la situazione intorno a lui stava precipitando ed ha forzato gli eventi per trovarsi una via di fuga, mettendo su quella commedia nel tuo ufficio”.
Vasco rincarò la dose
“Hai perfettamente ragione, come ho fatto a non pensarci, tutto quel risentimento e quel rancore nei nostri confronti lo ha sicuramente reso facile preda del MARINE. Cruet ha sicuramente colto al volo l’opportunità di vendicarsi dei torti, secondo lui, subiti dall’EBI, sicuramente non è stato un caso che la prima a morire sia stata Anne Giresse”.
Lascio l’ufficio di Risoire e si diresse nell’ufficio di Skofic, ormai sapeva chi era la talpa ed era tempo di tendergli un tranello. Bisognava agire velocemente e con grandissima attenzione, l’uomo andava preso vivo ed era fondamentale sapere come e quando comunicava con Breaker.
Pianificarono con precisione maniacale l’operazione “Talpa”.
Tutti dovevano sapere come muoversi e cosa fare, ci voleva pazienza e sangue freddo, nervi saldissimi e profondo distacco emotivo.
Vasco era il primo a pensare che sparare al bastardo era fonte di immensa soddisfazione, ma ancora più gratificante era arrestare, far processare e veder condannare un essere talmente ignobile che non aveva esitato nel far uccidere in modo così barbaro degli esseri umani senza contare che questi esseri umani avevano sempre visto in lui un collega fidato e persino un amico.
Uscì dalla omicidi, andò nel suo ufficio e chiamo Loprand
“Abbiamo gettato l’amo, magari non subito ma sono certo che abboccherà. E’ troppo tranquillo e non sospetta assolutamente nulla”
“Bene. Sono disgustato Emanuele e spero ancora che tu ti sbagli anche se so che non è così”, ci fu una pausa,
“Per quel che vale in un contesto del genere, congratulazioni ottimo lavoro”
“Per quel che vale Didier, è proprio questo il nocciolo della questione, per quel che vale”.
Chiuse la comunicazione con il suo capo, apri il primo cassetto della scrivania, prese una busta e si diresse nell’ufficio di Baseggio.
Busso attese l’ok ed entrò.



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Racconto scritto il 20/02/2020 - 16:01
Da Pierfranco Bertello
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