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Soffrire invano

L'aria fresca non mi è più di grande aiuto, soffoco dentro l'abisso dei miei pensieri e mi accorgo che il respiro che faccio non finisce da nessuna parte: più spalanco le narici e la bocca per assorbire ossigeno, più mi ritrovo vuota, priva di aria. Non riesco a smettere di pensare, non riesco a trovare il freno da pigiare per poter fermare il percorso di tutti quei chilometri di pensieri che mi portano ad affrontare e spiegare alcune idee che non fanno altro che farmi male. Mi fanno male.
La pace non riesco a trovarla neanche se spengo tutto e vado a dormire, perché nel silenzio che mi sta attorno risonosco il rumore che ho dentro, il suono dei ricordi frantumati e il fracasso di sillabe di discorsi non detti che fin'ora non riesco a trovare modo di sputare fuori, scene che si illuminano nell'oscurità delle mura di camera per mettermi in evidenza dettagli di ragionamenti ancora non del tutto chiariti e capiti fino in fondo. Questi piccoli dettagli non detti mi fanno male, mi squarciano il petto, mi appesantiscono lo stomaco, sono come un pasto che ho ingoiato senza masticare mandandolo velocemente giù senza assaporarne il gusto. E ora come un sasso mi proibisce di fare quello che ero solita fare. Giorno dopo giorno cammino di qua e di là, percorro tanti chilometri lamentandomi del traguardo che non riesco ancora a raggiungere, quando fermandomi, per una pausa, mi accorgo che sto passeggiando da anni nel solito infinito giro dei miei pensieri. Navigo, elimino legami con persone con le quali non ho mai avuto a che fare, litigo con quei pochi che conosco e mi arrabbio quando vedo che non mi capiscono, poi dopo giornate di rabbia e torture mentali invane, non riesco più a dare loro torto perché, in fin dei conti, quando mi guardo allo specchio e cerco di analizzarmi presentandomi, un po' non mi capisco nemmeno io.
Provo a digerire, a bere medicinali senza neanche leggere attentamente il foglio illustrativo, come dicono sempre di fare, danneggio altre parti del corpo senza riuscire a fare guarire la parte che mi ha spinto a fare tutto questo, continuando a lamentarmi nei modi più silenziosi possibili, senza mostrare lacrime e profondi sospiri di ansia. Passeggio, scrivo, guardo qualcosa, mi immedesimo in qualche scena televisiva sperando di pensare ad altro e perdermi tra le braccia di un altro mondo privo di problemi poi ricordo il motivo dei miei passi svelti su un viale disabitato senza mete da raggiungere e mi rendo conto della causa che mi fa camminare senza sosta continuando a farmi soffrire, continuando a pormi domande pur sapendo l'impossibilità di poter trovare loro una risposta convincente. Sento che qualcosa si sta facendo strada per uscire a parlare in prima persona e dire quello che non sono riuscita ad urlare poi, come se avesse sentito i miei pensieri, ritorna nella sua tana e continua a lamentarsi facendomi più male. Corro in bagno per poterla vomitare e poi assistendo in prima persona ai miei continui fallimenti mi butto dell'acqua fredda sul viso sciacquando in pochi passi quelle microscopiche tracce di sudore e mi guardo allo specchio soffermando i miei sguardi su quelle gocce per evitare di incrociare quello sguardo triste, annoiato e depresso che mi ha sempre lasciato senza parole.
Poi, inaspettatamente, uscendo di fronte alla stessa scena, senza volere, vomito tutti i miei pensieri sputando i resti di punteggiatura che riescano a rendere la chiara idea di quel dolore che si è celato dietro a quelle parole torturandomi l'anima e spingendomi a portare avanti una vita che non mi è mai appartenuta. Poi... poi, come per magia non mi sento più male. Acquisisco di nuovo la tranquillità che nemmeno le lunghe passeggiate mi avevano riportato indietro, disegno con i miei pennarelli indelebili, come per la prima volta, il mio sorriso e il mio ottimismo seppellito per tutti quegli anni tra pessimismo e dolore, poi capisco, sempre quando è ormai troppo tardi, che le cose non dette, quindi masticate male e inviate a combattere con lo stomaco, sono finite nel posto sbagliato, torturando due soggetti per niente coinvolti nella discussione.
A volte, le parole non dette ci rimangono incollate addosso come delle magliette strette che ci tolgono i respiri rendendoci schiavi dei nostri stessi ragionamenti, finché noi non si sputano o si lanciano come schegge contro persone che farebbero lo stesso senza starci a pensare due volte. E finalmente, capisco che essere dolci e comprensibili e attenti a ferire i sentimenti degli altri conta fino ad un certo punto, se questi ultimi non lasciano passare occasione dove ti feriscono, ti tradiscono, ti danneggiano e poi squadrandoti dall'alto verso il basso, dopo che ti hanno praticamente rotto, ti dicono che sei tu la colpevole principale della tua delusione e della tua preoccupante situazione: solo su questo punto, forse una volta ogni tanto potrei essere d'accordo con loro. L'unica colpevole del mio stato sono io perché sono io che ho permesso loro di trattarmi in quella maniera, pulendo con la mia anima gli angoli più sporchi dei loro comportamenti e lanciandomi tra di loro come un pallone di basket, lasciandomi scambiare il loro dolore per una vera sensazione, rispecchiandomici, quando loro facevano così solo per approfittare della mia gentilezza e cortesia.
E ora sputando loro addosso i miei ultimi punti esclamativi, riconosco nei loro volti quella sfumatura di menefreghismo che ho sempre cercato di togliere cancellandola con la gomma del mio buon senso, come se al posto dei loro cuori ci fossero sassi: parole che hanno passato giorni a torturarmi l'anima e a farmi percorrere tutti i posti possibili cercando di dimenticare, a questi qui invece entra da un orecchio ed esce dall'altro, senza toccarli, senza lasciare in loro l'impronta, senza suonare amari note sulle loro corde, dimostrandomi il mio ennesimo fallimento anche questa volta. Che fare?
Prendo tanto tempo per reagire e, se avessi detto queste parole nel loro momento, ora non sarei qua a spiegare dei nessi logici a persone che aspettano impazienti solo la conclusione del mio inutile discorso, per alzarsi dalla sedia ed uscire dalla porta senza neanche salutare.



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Racconto scritto il 28/06/2020 - 23:40
Da Rajaa Sarboub
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