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VENTI di PASSIONE (Parte 2 di 2)

INIZIO SECONDA E ULTIMA PARTE -


Girando a vuoto in una sera della lunga e noiosa Estate – la stessa del 1983 – Pietro, disperso per Legnano, sua città natale, intravide 2 ragazzi sicuramente più giovani di lui, lungo il Cadorna. Stavano facendo autostop. “Questi due vorranno andare sicuramente al Mèc!” si giustificò Pietro, come sempre parlando solo, vedendoli sotto il solito acquazzone estivo. “Mai fidarsi degli autostoppisti, perlopiù se sono ragazzi e peggio se sono in 2!” recitò a mò di canzoniere Pietro, con la stessa voce di sua madre che, come tutte, era solita a rimproverarlo su cosa fosse o non fosse giusto. Ma Pietro quasi piaceva andare nei guai, perchè prendeva ogni cosa che non avrebbe dovuto fare per... un'Avventura. “Eppoi, 2 per la strada, che male voglion fare se poi ti chiedono affamati di accompagnarli a 1km di distanza? Al Mèc poi!” si scusò, interrogandosi sempre fra sé e sé per sdrammatizzare una vicenda già per natura bizzarra. E poi, complice – la Solitudine – si sentiva quasi obbligato nel “soccorrerli” che certo un po' di compagnia non gli avrebbe guastato la serata, anzi! Allora rifece il vialone prendendosi tutto il tempo per le ultime – esitazioni – sicuro che intanto nessun altro si sarebbe fermato per caricarli, per poi giungere da loro accostando poco prima per fargli il segnale coi fari. “Ciao, avremmo bisogno di un passaggio...” - “...al Mèc, giusto?” completando la richiesta, Pietro. “Ehm, a dir la verità no, stiamo andando ad una festa in casa!”. Eccolo, tutto quello che si era perso Pietro in 15anni rigettato in faccia da 2 passanti. “Ad una festa eh? Già (…) e dove?” - “A Villa Cortese.” - “Ah, Villa Cortese?! Stavo giusto andando da quelle parti...” lo faceva per dire, s'intende. Così salirono e si presentarono: “Piacere Pietro, cittadino del mondo.” col suo fare libertino. Durante il tragitto si dovettero fermare più volte per “l'uragano” in corso, e Pietro parlò tanto con Ale e Samu o meglio, Ale e Samu parlarono tanto con lui. Pietro non aveva problemi, anzi era felicissimo della loro compagnia – piovuti dal Cielo – e anche loro, miracolati, sembravano più felici di quanto lo fosse Pietro. Parlavano come se si conoscessero da anni, ma non come compagni di scuola, per via della differenza d'età abbastanza evidente, ma come degli alunni col professore preferito fuori lezione, oppure ragazzi d'oratorio col proprio animatore, o ancora degli atleti con l'istruttore e via. Certo Pietro non era così vecchio, e neanche loro erano poi giovanissimi, probabilmente una differenza di 10anni, non di certo un'alba con l'imbrunire. Arrivati all'abitazione del loro amico salutarono Pietro, ma videro dai suoi occhi che era triste in realtà. Quale ragazzo può essere triste di sabato sera? La verità è che Pietro non doveva andare da nessuna parte. E questo i ragazzi lo sapevano, in qualche modo, e istintivamente programmarono il loro più sentito gesto d'affetto: “Senti, non è che vorresti unirti a noi? Glielo spieghiamo al nostro amico che c'ha invitati e resti qua con tutti noi!” - “Ma non conosco nessuno io... mi piacerebbe tanto ma capite che potrei essere un peso per voi? Non sono di compagnia, mi sentirei poi in imbarazzo...” - “Ma cosa?! Dai! Guarda che non entriamo senza di Te, resteremo qui fuori tutta notte!”. Così Pietro si rassegnò: “Bè, non potrei mai lasciarvi qui fuori tutta notte sotto la pioggia”. Passò quindi tutta sera con questi studenti del Liceo di Parabiago, conoscendo pure i genitori dell'ospite – felici e di mentalità aperta – che lo Ringraziarono tanto del passaggio che aveva dato agli amici cari di loro figlio Lorenzo, appunto Ale e Samu. Si intrattenne a tal punto di passarci l'interna notte dormendo assieme a loro e altri fra ragazzi e ragazze nel salotto, questo non prima di aver conversato a lungo coi genitori sulle sue tristi verità (-che poi erano di tutta l'Umanità) e ancor prima di aver incantato tutto il gruppetto di liceali prossimi al mondo invisibile con le più profonde – Gioie della Vita – coi suoi misteri, le meraviglie ma anche i dolori, la sofferenza e il piacere della rinuncia, attraversandone il tutto con grande umiltà, simpatia, tenacia e giusto un pizzico d'Amore ma anche di comicità, quella semplice e diretta dei grandi attori del cinema muto. Insomma, riversò a loro – più là che qua – tutto il suo Sapere frutto di purissime relazioni coi “reduci di Battiato” e delle lunghe letture dei più noti filosofi della Storia, del Grande cinema, oltre dei suoi precedenti di quel poco e tanto che aveva vissuto – da Solitario.
Una domenica di luglio, una di quelle che Pietro definiva – inutili – per via dell'inutilità del tempo che cercava di ammazzare andando in giro in bici sempre alla ricerca di Amici, si vide costretto per il troppo caldo a sostare sull'unica panchina vuota alla periferia di Parabiago, nei campi da gioco lungo il confine con Nerviano. Incantato a vedere i soliti ragazzi che si abbandonavano alla loro età, immersi nel calcio e a quel – divertimento – che Pietro cercava di ignorare sbuffando e guardando altrove, gli arrivò dapprima una pallonata quasi in faccia, deviandosi coi soliti riflessi involontari fin troppo attivi per via dell'ansia, poi a rilento rasoterra che tentò di prenderla inclinandosi, ma niente – passò sotto e oltre la panchina avanzando lungo il campo d'erba. “Che sfigato, Dio!” si commentò da solo. “Tranquillo, la prendo io, non ti preoccupare.” gli rispose il ragazzo che poco prima gli chiese già scusa per la pallonata riuscendo per fortuna a mancarlo, probabilmente sentendolo insultarsi da solo – anti-sgamo proprio. Poi ad un tratto interruppero la partita e si riunirono in cerchio per riprogrammare il gioco. La stessa voce di prima richiamò all'attenzione Pietro: “Ehi, tu!” urlò il ragazzo. “Chi, io?” domandò Pietro, già in stato di ansia. “Sì, tu! Vieni a giocare?” - “A cosa?” - “A pallone!”. Si guardò attorno non sicuro che stesse chiedendo proprio a lui. “Ma io non so giocare!” - “E chi non sa giocare a calcio?!” sorrise il ragazzo, mentre Pietro ri-confermò quello che gli rispose con un “Eh, io...” mentre si sforzava di alzarsi – terrorizzato – per raggiungerli, almeno per educazione. “Ragazzi, con me perderete di sicuro!” rassicurò in un ironico avvertimento pur sempre Sincero. “Bene, allora tu starai con me!” si rallegrò il solito ragazzo, prendendolo con la mano sulla spalla. Persero ovviamente. Ma quel ragazzo gli sorrise ogni volta che Pietro tentava di prendere il pallone, e di lanciarlo ovunque e a caso. Aveva un bel sorriso, e Pietro era più che sicuro che questo ragazzo ne fosse consapevole. Alle volte si viene al mondo perfetti così come si è, senza troppi “ritocchi”, e certi sguardi sono la conferma che i doni esistono per davvero, anche se bisogna saperli mantenere bene nel tempo che il Signore ci da a disposizione... E continuava a sorridergli, ancora, e ancora. “Scusa, non mi sono presentato, perdonami, sono Tias!” - “Scusa tu, Tias che sta per Mattia giusto? Piacere mio, Pietro.” si diedero la mano. La sua era forte e sicura. “Senti, fai qualcosa stasera?” gli domandò Tias. “Assolutamente no” gli rispose Pietro, sorridendo per la domanda sicuramente retorica, ma continuò: “Ti secca se mi unisco a te, o comunque a voi – se andate da qualche parte, oppure state da qualcuno... vedi, non sono di buona compagnia – sono un solitario, anche se soffro un mondo – e mi piacerebbe tanto andare in giro con qualcuno”. Tias sorrise nuovamente: “Non devi chiederlo, tu stasera starai con noi – punto.” e ancora lo prese con la mano sulla spalla mentre si dirigevano al baretto per bere qualcosa. Si ritrovarono proprio a casa di Tias, fuori Parabiago. Un andirivieni di ragazzi, ma Pietro rimase sempre con Tias, come punto di riferimento. Sempre per non andare da sconosciuti a mani vuote, portò quelle che erano le sue dolcezze – il solito cabaret di pasticcini – per la vita sempre troppo amara, anche se questa volta un po' di meno. Rimase con lui tutta sera, e quando tutti gli altri se ne andarono – ci rimase ancora. Si offrì volenteroso Pietro per dargli una mano a pulire, dato che l'indomani sarebbero tornati i genitori da Rapallo, ma Tias buttò Pietro sul divano per poi sdraiarsi pure lui e così passarono la notte a dormire, insieme, non prima di aver parlato nel buio della notte, fino a perdersi nel sonno.
Da un po' di tempo Pietro si fermava nella piazzetta di San Vittore Olona. Si fermava la sera, dopo cena, per passare le sere d'estate – serene. Arrivava in bici e si fermava sulle panchine disposte faccia a faccia, da formare così un quadrato. Anche nel week-end, passata la mezzanotte, si fermava lì nel tentativo di smaltire la settimana passata... e i suoi guai. Capitava che vedesse dei ragazzi a occuparle, che poi erano sempre gli stessi, così da fermarsi pochi metri più avanti lungo un muretto da mettersi lo stesso comodo, appoggiandoci la propria schiena sempre troppo stanca. Nonostante fosse per Destino un solitario, amava la compagnia, o meglio quel vociferare dei ragazzi che nelle piazze giocavano con la propria età, parlando del più e del meno – tra una bestemmia e l'altra. Lo faceva sentire vivo, lì – fermo – mentre ondeggiava nell'alcool fissando il vuoto, e tante volte le stelle quando le notti erano chiare, o le foglie di alberi ben allineati nel piazzale, le case vecchie, le insegne opache e poco definite dell'unico bar al-di-là della chiesa. Sacri questi momenti, riteneva Pietro, in bilico fra la realtà e il mondo invisibile che da lì a poco avrebbe raggiunto, che però un giorno venne interrotto dal più “menoso” del gruppetto che gli occupava sempre le panchine prima che arrivasse lui: “Ehi ciao, senti ti potremmo offrire da bere?” gli disse a Pietro, venendogli incontro, che gli rispose col suo ironico senso dell'umorismo: “Caro, sto per vomitare – ho già bevuto troppo questa sera”. E corrispondeva alla verità, perchè era reduce da 3 bottiglie di Tennent's. Così il ragazzo si bloccò, come se ad un tratto esitò su quello che aveva appena offerto candidamente al ragazzo sconosciuto, ripensandoci, e indietreggiò con un “...ok, fa nulla...”. Pietro, come sempre schietto a far battute – che poi era la verità – con l'intento sempre di far ridere, invano, tentò di scusarsi mentre il – menoso – ritornava sui suoi passi, dagli altri: “Grazie lo stesso... Amico...”. Pietro si maledì, e tanto. A fine serata, passate da poco le 2, lo stesso ragazzo lo salutò augurandogli la buonanotte. Pietro rispose con un ansioso: “Anche a voi. Grazie, grazie davvero...”. La stessa notte se li sognò in uno sperato sogno profetico, tutti sul letto di questo “ragazzo menoso”, che menoso non era affatto – solamente per il fatto che fosse ben marcato e scuro in faccia, con i suoi amici e le amiche del gruppetto delle panchine, seduti con la schiena contro il muro sul quale stava posizionato il letto, all'angolo della stanza, mentre Lui seduto sulla propria scrivania che sorrideva a Pietro, ciascuno col proprio cellulare, nascosti tutti fra le loro verità. “Eccome si sta bene qui nascosti fra le nostre verità” intonò Pietro, di una vecchia canzone di Giuni Russo. Ma quella sera Pietro, nonostante la sbornia, ricordò in particolare un nome echeggiare nell'aria, così da cercarlo via Facebook e sul nuovo schedario, Instagram. Trovato! Poi cercò gli Amici corrispondenti ed ecco che il “ragazzo menoso” ebbe un nome: Simòn. La settimana successiva, arrivò in ritardo dopo una lunga grigliata alla 1 e 45, e li sentì arrivare anche loro, in scooter, brilli da una serata passata come quella di Pietro, altrove. Questa volta però Simòn non lo salutò. Probabilmente non avevano da offrirgli nulla da bere, e non avevano fumato niente. Questa storia sapeva tanto di “Luci della Città” e, ironia, Pietro non era tanto diverso da Charlot... La svolta ci fu il week-end successivo, di venerdì sera, quando, circa le 23 e 30, Pietro ritornò da Legnano fermandosi sempre al solito posto, sopra quel muretto con la schiena appoggiata al muro. Era stata una settimana lunga e solitaria. Pietro era triste – aveva le lacrime: quelle stelle suicide di Poesia che scendevano dagli occhi di un ragazzo solo e pieno ancora di sogni, desideri e speranze. Ancora un'estate da solo avrebbe passato, certo. Ancora un'estate a vedere ragazzi che partivano divertendosi in riva al mare mentre Pietro si sarebbe – limitato – a guardarli, mangiandosi il fegato. Magari toccassero a lui, certe Felicità. Il gruppo era sempre lì, sempre – come lui. E mentre si spostarono in massa al bar, dall'altra parte della piazza, Simòn si fermò poco dopo essergli passato di fianco, e girandosi: “Ohi, ciao ragazzo, come va?” ma Pietro non rispose. “Perchè piangi?” domandò, candidamente. “Ti prego, Simòn, non rovinarmi questa magnifica depressione.” tentanto di ironizzare come il suo solito, Pietro, ingannandosi – eh sì, Pietro commise, nella sua – elegante disperazione – l'errore di chiamarlo col suo Nome. Simòn non perse molto tempo a domandargli: “Scusa, ma tu come sai il mio nome se non ci conosciamo?”. Pietro, riprendendosi alla svelta, dopo una breve pausa di riflessione (-cioè di terrore!) improvvisò cercando di essere, come il suo solito, molto convincente: “Tranquillo, ho sentito più volte il suono del tuo nome restando qua...” per poi chiedergli umilmente: “Senti, non è che puoi sederti qua con me, per favore – solo per 5 min.” così che fece quel sorrisino che Pietro ebbe modo già di conoscere prima e – dal sogno – e si girò verso il gruppo facendo segno di proseguire, perchè lui intendeva restar lì, col “solitario”. Si sedette anche lui sul muretto e, a guardarli anche solo di sfuggita, non c'entravano proprio niente l'uno con l'altro: due facce completamente diverse, uno dolico e l'altro brachi- (debole e forte), Pietro magrissimo e Simòn di ossatura possente, bianco e olivastro, triste e felice, timido e sicuro e così via. di 2 generazioni differenti pur essendo entrambi ragazzi: uno sull'orlo dei 30, l'altro appena 18enne. Eppure Simòn intravedeva in quei grandi e tristi occhi azzurri di Pietro una buona ventura – eran veramente gli specchi di un'Avventura. “Non mi hai detto però come ti chiami.” dichiarò Simòn, mentre Pietro gli allungava un mini-sigaro per ricambiare. “Chiamami Pete, che sta per Peter, cioè Pietro.” - “Va bene Pete. E dimmi, da cosa stai scappando?” gli chiese, esplicitamente. “Cosa ti fa credere che stia scappando, e da cosa poi?” sorrise Pietro nel dirglielo. “Sai come si dice, gli occhi parlano. E poi nessuno resta così a lungo e – nascosto – in questo paesino dimenticato da Dio...”. Simòn era un tipo sveglio, non a caso fu l'unico a “disturbare” Pietro, senza problemi. “Dagli – Uomini Bassi in Soprabito Giallo – così va bene?” recitò Pietro sorridendo, dandogli il titolo di un racconto di Stephen King. “E cosa sarebbe o meglio, sarebbero?” s'incuriosì Simòn. “Cuori in Atlantide” così Pietro gli prese la mano destra a Simòn, con la quale teneva il sigaro acceso, e osservò attentamente il palmo della sua mano: “Tu sei nato in novembre, dell'anno 2002, sei un Sagitario, nato all'ospedale vecchio di Legnano, tua madre si chiama Maria Grazia, tuo padre Giovanni, abiti in via Meucci, al numero 15, hai una sorella più piccola, forse una 2008...” e continuò a rivelargli tutto quello che vedeva dalla sua mano – che poi è tutto quello che già sapeva per la sua capacità estrema di Osservazione, oltre che di ricerca, dell'Essere. Simòn si sorprese, sì certo, ma continuò a sorridergli come ormai gli faceva spesso. Aveva anche lui dei bei occhi – scuri sì, ma pur sempre belli. “E' possibile” confessò Pietro, “-che io non stia scappando da nessuno, al massimo da me stesso, ma è possibile che sia venuto qua anche per Cercare qualcuno, sai?”. Poi subito si scusò dicendo di essere sotto il segno dell'acquario, di non essere di buona compagnia e di non saper tenere i legami a lungo. Perciò gli disse che qualsiasi – storia – avesse cominciato pure con Loro, sarebbe potuta finire male, e molto male. Era come l'aria – il vento – buono sì, ma passeggero. Ma a Simòn non importava niente, e continuava a sorridergli come un Amico di sempre, innocente, proprio come – alla fine – era Pietro, tanto che gli balenò in mente l'idea che lo stesse prendendo in giro – o forse solamente era più ritardato di lui, ma niente: Simòn sembrava quasi emozionato di avere davanti lui. Era noto che a Pietro piaceva – complice la scusa di essere ancora giovane – farsi passare per “santone”, oppure un personaggio “ombroso”, “misterioso”, sicuramente da un passato oscuro, tormentato – solitario. E ci riusciva perfettamente, e caspita! E si scusò nuovamente: “Guarda che tu con me perdi solo tempo: non ho giri, non ho Amicizie – mi vedi? Sembro un apolide in – Piazza Grande – senza saper dove andare, un ciarlatano, un imbroglione: ahah, io non so leggere la mano, sto girando a vuoto qui dal gennaio 2019 – capisci che ho avuto tutto il tempo di sapere chi sei?! Non sono nessuno, e non valgo niente, Credimi!”. Simòn rispose semplicemente: “Bè, come si dice in questi casi: evviva la sincerità!” e sorrise, ancora, e questa volta abbracciandolo forte-forte – sentiva sempre quel profumo di un'avventura. Lo prese per mano e corse verso gli altri. “Lui è Pete! E guai chi prova a offendermelo!”. Così gli offrì la famosa birra e il giorno dopo si ritrovarono in macchina, sulle note di “You're Ready Now” di Frankie Valli. Simòn era prossimo all'esame di guida, e Pietro non perse tempo a fargli provare la propria macchina. Era un ragazzino Simòn, e tutta l'energia che possedeva – solita dei neo-maggiorenni – la riversò interamente nel piede destro, precisamente sull'acceleratore, arrivando così alla memorabile scena dell'auto in “Profumo di Donna”. Iniziarono poi gli inviti a casa – con le pizzate a casa di nuovi Amici e serate rock'n'roll, alla “Happy Days”, così che fosse Pietro a organizzarle portando la sua, di musica, quando metteva “Shake, Rattle and Roll”, cantata direttamente da lui sopra la sua voce precedentemente registrata per la cover, ormai mezzo sbronzo. Eppure quel ragazzo dallo sguardo triste e solitario che veniva da un'altra epoca – o mondo – piaceva tanto e a tutti i giovani del paese. Eppoi si sa – il vino fa cantare! Progettarono certamente e senza perdere troppo tempo le vacanze estive, ad Alassio – tutti insieme sul treno senza biglietto, per poi scendere – alla prossima fermata – e prendere quello successivo, arrivando in spiaggia e divertendosi con le “avventure in riva al mar”. E quanti segreti appartengono al Mare! Per non parlare delle serate a Legnano, i giri a Milano, i week-end in montagna, ai laghi. Un'avventura dietro l'altra, e tantissime – esperienze di vita – che il gruppo avrebbe in qualche modo “previsto” con l'arrivo di Pietro. E' l'Energia di ciascuna persona a fare la differenza, energia poi che si trasmette ed è da cogliere quando gira nell'aria, sotto forma di segnali, di – luci – da captare e seguire attraverso quel “gioco” delle coincidenze, del fatto che tutto riporta a tutto, di modo che con l'intuizione poi, si possano completare i pezzi mancanti del puzzle, riempendo così quei – vuoti – che troppo spesso si hanno e ci si porta dentro di sé. E Simòn ci era riuscito, appieno.
Si scambiarono così, a vicenda, quelli che lo stesso Pietro definiva i – favori esistenziali – con la Coscienza, da parte di entrambi, di aver ricevuto quasi in Dono un Incontro e quindi una Conoscenza Sacra: come Pietro vedeva Simòn, Simòn vedeva Pietro, come Pietro parlava a Simòn, anche Simòn parlava a Pietro, e così come all'inizio quando Pietro pensava a Simòn, guardandolo nel gruppetto, anche Simòn pensava a Pietro, guardandolo solo. Una sorta di altalena, quella dell'Amicizia in tutta la sua Purezza – un Amico è sempre fragile anche quando fa il grande e si sente sicuro di sé, oppure quando è solo. Ha bisogno di imparare e c'è chi l'aiuta. Ma anche chi l'aiuta è fragile, ha bisogno di vivere e c'è chi lo aiuta. Cosa dicono gli occhi dell'Amico specchiati negli occhi dell'Amico? Più non chiedono, quando hanno trovato.




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Racconto scritto il 13/07/2020 - 17:10
Da Andrea Buggin
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