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Viaggio alla collina sotto al cielo dell'inferno

Sulla Collina, lontano da qui, c'è un gruppo di rocce appoggiate nello spiazzo brullo della cima. Di fianco alle rocce, l'unica strada. Lungo la strada, il deserto. Nel deserto, serpenti, avvoltoi e coyote. Sopra il deserto, un cielo pallido e sconfinato che si incendia all'infinito quando viene l'ora del tramonto.
Una volta scorreva un fiume, ora l'acqua si fa viva da queste parti solo nei rari temporali di fine estate.
Un coyote annusa l'aria assetato, l'unico pozzo dei dintorni si trova in cima alla Collina, vicino alle rocce, appena fuori da un locale fumoso.
Il canto dell'inferno risuona lungo la salita, sembra un'armonica stonata.
Il locale è poco più lungo di due vagoni merce standard, alto due piani e largo quel tanto che basta ad ospitare un bancone, pochi tavoli e un palco improvvisato. Su dalle scale c'è l'appartamento di Rob e Noah, il nero che serve dietro al banco. Dietro al banco, oltre a Noah, c'è un vecchio specchio rovinato, bottiglie senza etichette e il registratore di cassa che non batte uno scontrino da vent'anni.
C'è polvere ovunque e, a dirla tutta, conviene arrendersi all'idea di non poter vincere contro il deserto che si infiltra in ogni crepa delle pareti, che sbatte contro le finestre e che si intrufola ogni volta che la porta viene aperta.
Una scopa di saggina giace abbandonata nel portico esterno.
Oltre alla polvere, il fumo è la presenza più invadente; Noah arrotonda vendendo sigari di contrabbando e adora fumarli spargendo cenere ovunque, delle volte persino nei bicchieri.
Durante il giorno non c'è corrente, il generatore a nafta viene acceso solo al calar del sole e, quando non funziona, viene sostituito da lampade a cherosene così malmesse che qualcuno pensa siano di epoca preistorica. In tutti i casi l'illuminazione risulta sempre fioca e gli occhi iniziano a bruciare dopo pochi minuti.


I clienti di Noah arrivano da molti posti diversi del paese, alcuni persino dagli angoli più lontani, sfidando il sole senza pietà e la considerevole distanza dal centro abitato più vicino che, ad ogni modo, consiste in un vecchio emporio e una stazione radio che non trasmette oltre le sessanta miglia di raggio; musica per le rocce.
Si mormora che qualcuno ci abbia rimesso ben più che qualche spicciolo nel cercare di raggiungere quella specie di catapecchia in bilico sulla Collina, ma forse sono solo leggende da viaggiatori pavidi.
Rob, oltre a Noah, è lunico volto fisso della bettola. Serve ai tavoli, lava i bicchieri e suona tutte le sere per ventinove minuti esatti; lui è il motivo di tanto movimento, anzi, si può dire che sia la sua chitarra ad esserlo.
Già, perché funziona così con le persone: dai loro una storia, qualcosa di unico, qualcosa da raccontare e, prima o poi, loro verranno a cercarti anche in capo al mondo.
Rob assomiglia tanto a Noah che spesso li scambiano per parenti, solo che Rob è tre toni più scuro. La sua chitarra è un autentico pezzo degli anni venti, la sua voce, però, è più acuta del solito per un bluesman. È un fenomeno, qualcosa di già sentito ma con un gusto nuovo e il vento tra le dita; si potrebbe dire che è il secondo pianto più autentico che una voce possa esprimere.
In giro si dice che abbia imparato a suonare da un tizio, giù nel lontano Mississippi, e che questo tizio avesse imparato a suonare in una sola notte dopo aver venduto l'anima al Diavolo ad un incrocio nel bel mezzo del nulla. Rob racconta di averlo visto morire quando entrambi avevano ventisette anni, anche se non dice mai di cosa.
A tutte le Wendy e alle varie Mariyjane che gli fanno l'occhietto mostrando le gambe, risponde sempre con la stessa battuta:
«Ho già avuto la mia Virginia, in ogni caso non sapresti gestirlo nemmeno se il mio avesse le rotelle, cara».
Quando finisce di suonare và nel piccolo retro, ripone la chitarra e torna al suo lavoro.
Sbattere fuori tutti spetta a Noah, ma non c'è quasi mai il bisogno di farlo; finita la musica, i topi vanno.


Alle tre il locale sulla Collina chiude e c'è chi uscendo sviene nell'aria tiepida, altri partono verso chissà dove, alcuni cercano un senso a tutte le lacrime della loro vita. Qualcuno di loro diventerà cibo per i coyote, questo è inevitabile, nella notte il Diavolo reclama sempre le sue anime; quelli che ce la fanno, be', loro riferiscono di aver assaggiato un po' di paradiso, il pianto degli angeli della sabbia, a dispetto di tutte le leggende per viaggiatori pavidi, dei coyote e di tutti gli scheletri sbiancati dal sole del deserto, magari proprio mentre la parodia di questa storia si perde nelle ali di un'armonica stonata.


Non è il canto degli inferi, è solo il vento che và tra i serpenti e domani è tutta un'altra sera là, sulla Collina sotto al cielo dell'inferno, dove la musica di Rob rimbalza tra le rocce dell'eternità, finché tutto sarà polvere.




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Racconto scritto il 14/07/2020 - 18:21
Da Filippo Di Lella
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