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VENDESI APPARTAMENTO. PER INFORMAZIONI CHIEDERE AL CUSTODE



Il cartello è ancora lì, appiccicato malamente al massiccio portone.
Ha perso gran parte del suo colore originale, sbiadito dalla troppa permanenza alle intemperie, e le lettere non si leggono quasi più.
Ogni tanto ha un sussulto e ondeggia pigramente sotto la spinta di qualche raro soffio d’aria.
Mi soffermo un attimo a fissare l'edificio e la diga dei ricordi frana: la fermata dell’autobus, il fornaio all’angolo e quel grande portone, con la vetrata policroma, che si apriva sulle scale di marmo bianchissimo.
Anche il custode è sempre lui. Con qualche filo bianco tra i capelli e qualche chilo in più, il buon vecchio Giuseppe continua imperterrito a macinare la solita vita tra le quattro pareti della minuscola guardiola. “Queste sono le chiavi”, mi informa con tono di voce distaccato, senza levare lo sguardo dall’immancabile quotidiano rosa, “Faccia pure con comodo!”.
Arrivo davanti alla porta e mi fermo. Il legno necessita di una buona tinteggiatura e, ai margini della serratura, si vedono ancora bene i graffi circolari lasciati dal mazzo di chiavi dopo gli innumerevoli giri nella toppa.
Finalmente mi riprendo ed entro.
Quanti anni abbiamo vissuto insieme in questa casa? Tanti, ma…. sempre troppo pochi...!
Le stanze sono semibuie e completamente vuote. Le pareti disadorne: dei quadri e dei mobili sono rimasti solo gli aloni sui muri, disegnati dal tempo con puerile imperfezione.
Questo vuoto mi provoca una sottile angoscia ma io so già che tutto è al proprio posto.
Come allora.
Entro in cucina e ci trovo tutti i tuoi libri di ricette, accuratamente impilati e catalogati, il frigorifero assediato da mille calamite multicolori e tutti quei ritagli di giornale che appiccicavi qua e là.
Quanto tempo abbiamo trascorso lì dentro, tra i fornelli, la panca di legno e quel piccolo televisore che non ne voleva mai sapere di funzionare! Quante deliziose pietanze hai preparato! Le ricordo tutte e, a ciascuna, associo il proprio aroma: il risotto ai pomodorini, origano e olive, che era il tuo piatto forte, la pasta “multiverdure”, le torte salate….
Sul muro c’è ancora infisso il gancio dove appendevamo il calendario, perennemente scarabocchiato con mille impegni e ricorrenze da non dimenticare.
Mi sposto in sala e sento ancora sotto i piedi il morbido tappeto di gomma, quello fatto con le tessere colorate, con i numeri e le lettere, che si incastravano come un puzzle, dove giocava nostra figlia e la rivedo correre per la stanza, seminando un sano disordine intorno, mentre si spande l’eco delle sue grida infantili, amplificato a dismisura dalle pareti spoglie.
Se mi concentro, posso ancora trovare i suoi giochi sparsi, come al solito, per tutto il pavimento ed il nostro bel divano dove, per riuscire a sedersi, bisognava contendere il posto ad un esercito di bambole e pupazzi.
E ti vedo. Là, seduta al tavolo, in mezzo alle scartoffie, a ragionare con i conti e sbuffare perché le spese sono sempre tante ed i soldi sempre pochi, mentre la bambina prepara per le sue bambole qualche pietanza particolare a base di pasta cruda e mollette da bucato, oppure scorrazza avanti e indietro con il triciclo, felice dell’amore dei suoi genitori.
Ora sono in camera da letto. Del nostro letto matrimoniale non è rimasta nemmeno la rete, ma io lo rivedo pronto con quel copriletto blu che ti piaceva tanto e mi scappa persino da ridere ripensando a quando ti accusavo di invadere il mio posto mentre tu, invece, sostenevi che ti rubavo le coperte.
Subito dopo, una vena sottile di malinconia si disegna pensando alle giornate di festa, quando ce ne stavamo pacifici e rilassati tra le lenzuola e giocavamo con la bambina, che si svegliava sempre presto e non vedeva l’ora di correre nel lettone e saltare addosso a mamma e papà.
Entro nella cameretta della bambina. Il parquet è coperto da due dita di polvere ma io individuo subito il posto del suo lettino e della sua cassettiera, sempre piena di disegni tenuti insieme dal nastro adesivo, e di quella pesante libreria in legno che avevamo costruito e colorato insieme, per lei, mettendoci più o meno tre mesi.
Sul muro ci sono ancora i buchi dei tasselli che reggevano il famoso ripiano dove, tra fotografie e pelouche, si parcheggiavano i raccoglitori delle bollette.
In bagno, quelle piastrelle blu e bianche sono ancora le stesse. Sono rimaste anche quelle piccole mensole di vetro dove trovavano posto tutte le creme e i pannolini. Il loro colore tende ormai al grigio scuro ma io respiro profondamente e riesco ancora a sentire, in mezzo all’odore di chiuso e stantio, quel dolce ed intenso profumo della crema al timo.
Ed è qui che, improvvisamente, ricordo tutto: i nostri progetti, i nostri momenti difficili, le nostre gioie. La nostra vita.
E allora capisco. Capisco e ricordo. Ricordo gli anni passati che non ritorneranno, le vittorie e delusioni che ci hanno accompagnato nel corso della nostra vita. Ricordo come eravamo, come stavamo bene insieme e capisco cosa ho perduto.
E piango, piango disperato, sconsolato ed impotente, sfogandomi infine con un urlo terribile.
Un calpestio di passi ed il rumore dell'ascensore mi riportano bruscamente alla realtà.
“Adesso è meglio andare!”, dico tra me e me facendomi coraggio, “Non vorrei che qualcuno mi avesse sentito e, del resto, qui, non ho più nulla da fare….”.
Tutto è finito, chiuso, consegnato al tempo. Tutto è ormai solo un ricordo, come gli anni trascorsi in questo appartamento spoglio.
Un ultimo sguardo alla polvere che copre ogni cosa poi chiudo e scendo le scale rassegnato, pensando a tutte quelle cose che avrei voluto fare, a tutte quelle parole che avrei voluto dire e quel destino bastardo che, invece, quando meno te lo aspetti ti frega.
Il custode è ancora seduto all’interno della guardiola, sempre intento a leggere di chissà quali mirabolanti imprese sportive.
Gli riconsegno le chiavi, lo ringrazio e lo saluto calorosamente.
Neanche questa volta abbandona il suo universo stampato di goal e fuorigioco. Si limita a rispondermi con un grugnito e gettare distrattamente le chiavi in un cassetto.
Esco dal portone mi incammino e mi domando se un giorno riuscirò a rivedervi.
Scendo dal marciapiede, senza neanche guardare, e l’autobus numero 61 mi centra in pieno.
Ma io gli passo attraverso e proseguo tranquillo per la mia strada.




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Racconto scritto il 10/09/2020 - 13:11
Da Paolo Guastone
Letta n.136 volte.
Voto:
su 3 votanti


Commenti


Grazie Afrodite per esserti fermata a leggere le mie righe. Sono contento che il racconto ti sia piaciuto

Paolo Guastone 12/09/2020 - 17:56

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Un bellissimo racconto in cui si fondono ricordi ed emozioni. Complimenti

Afrodite T 12/09/2020 - 13:16

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Grazie Mirko! Anche i tuoi commenti sono sempre bellissimi. E' un racconto di un po' di tempo fa e, a quel tempo, mi era venuto così. Non dico di getto ma quasi.

Paolo Guastone 11/09/2020 - 11:09

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Non bello Paolo, non solo scritto bene...fantastico. Incipit perfetta, chiusa da brividi. Le descrizioni dell'appartamento nella realtà e nella mente le ho trovate splendide. Ma è come hai trasmesso le emozioni che fanno di questo scritto, a mio avviso, qualcosa di fantastico

Mirko D. Mastro(Poeta) 11/09/2020 - 11:04

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Cara Barbara, ti ringrazio tantissimo per il tuo commento. Sono contento che il racconto ti sia piaciuto!

Paolo Guastone 11/09/2020 - 08:48

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È un racconto che trascina...commuove...c'è tutta una vita! Complimenti di cuore

barbara tascone 10/09/2020 - 21:40

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E' proprio vero. Le case hanno sempre qualcosa per noi.Probabilmente lopotevo dire senza spingermi troppo nel nostalgico, ma forse va bene anche cosi' visto il tuo bellissimo commento, sul quale neanche io posso aggiungere altro....

Paolo Guastone 10/09/2020 - 17:12

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Le case parlano...e tu lo hai descritto con efficacia e sensibilità.
Da leggere! Di più capisci che non posso aggiungere...
Bravo!

Grazia Giuliani 10/09/2020 - 16:51

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