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La ballata della Buca

L’uomo al contrabbasso suda un fiume di note, il sassofonista gonfia la melodia con guance di mantice che vanno su tutta un’altra strada rispetto al piano bianco e a tutte le sue scale.


Il chitarrista e il suo baschetto fluttuano tra gli arpeggi e gli accenti, sembra indemoniato quanto il nero alla batteria; da quelle corde corre un ritmo blu e sudamericano. La cantante di fiamma galleggia nell’occhio di bue, è un’amante proibita sull’armonia delle curve mozzafiato con un vestito sottovuoto.


La Buca è piena anche ‘stasera, dal pubblico afrori di gin, denti sguainati e facce da saltimbanchi di rimmel e mercoledì sera. Il buttafuori, Joe ‘’la scimmia’’, ha sempre un bel da fare: non è facile scaricare gente come fosse birra giù dal lavandino, le sue grosse mani lo sanno bene.


Il barman sa di brillantina, scintilla come i suoi bicchieri; anche questa sera vedrà l’alba di domani riflessa sulla sua camicia bianca e sporca. Una volta ha conosciuto il grande Frank, ma è stato un attimo tra le parentesi di una notte e l’altra.


La cassiera vende sigarette di contrabbando, le tiene sotto al banco, di fianco al suo fucile. La cameriera scollata pattina sul pavimento, per un attimo i bicchieri sul vassoio perdono equilibrio e qualche goccia salta via, ma con abile mossa la cameriera salva la situazione e torna a navigare nel mare dei clienti, l’approdo sarà al tavolo quattro.


Il tavolo quattro è l’isola degli squali, ci sono Jack ‘’mancino’’, Lou ‘’.45’’ e ‘’colpo di fortuna’’ H. Thompson, tre tra i peggiori tipi della città. Tipi tosti, tipi con occhi rossi, gente con la pistola facile e una cotta per il blues. Appena tornati da Sing-Sing. Abiti nuovi e grosse mance.


La notte sembra appena cominciata, un tizio sternutisce vicino al bar, la sua ragazza non torna da mezz’ora; un altro giro e questo lo offre il banco. C’è pure un poliziotto che non cerca guai, sta lì e affonda lo sguardo vuoto nel vuoto del bicchiere chiedendosi in silenzio quale sia il prezzo della sorte per poter cambiare vita, dove sia la sua isola deserta e che accidenti gli sia successo da quando era ragazzo. I suoi capelli bianchi ballano una giga nell’aria della ventola a soffitto, la donna in verde lo guarda affascinata, vedova e disponibile. Gli si avvicina, lo guarda un poco, languida, sa benissimo dove andrà a parare…


La musica sale e così l’alcolemia.


Joe scaraventa gente fuori tra i palazzi. La cantante s’è fatta incandescente, la sua spallina corre libera sulla pelle nuda del braccio, giù fino al gomito, lasciando indovinare più di quel che fa vedere che comunque non è poco, persino un duro griderebbe <<Spogliati, bambina!>>. Il batterista lo sa, il sassofonista lo sa, tutti lo sanno, ma lei è solo del pianista. E il pianista lo sa più di tutti. Il suo sguardo sembra un colpo di pistola.


Ai tavoli manca il fiato, le donne sgridano, ammirano, se ne fregano dei loro amanti; le lingue parlano e parlano, schioccano, cadono e bevono. Le bocche baciano. Le mani scrivono. Le gonadi roteano.


Un gin, un altro giro. Poi whisky, champagne e qualche soda. I ragazzi fanno i duri, tirano tardi, pagano i conti, ballano con piedi stanchi, traballano come i tavoli che condividono come una tribù il suo villaggio, declamano in girum imus nocte et consumimur igni quando il capo guarda i loro occhi stanchi ( o pesti ) e fuggono da mariti tornati presto, dai letti presi in prestito al motel, dai giorni che segnano rughe sui loro volti con l’effetto di un autunno su un bosco di betulle e sulle loro cortecce resta il colore di un’estate che sbiadisce e della rugiada del mattino e dei segni delle accette. Ed essi e le ragazze sono splendidi e decadenti e prende orgoglio e ribrezzo a guardarli da vicino, a guardarli bene, li diresti troppo adulti eppure troppo bimbi, sempre così… Stanchi, così felici e tristi.


E intanto, intanto il tempo passa e non importa più chi voleva chi e chi avrebbe voluto cosa, il tempo passa anche ‘stanotte e i giochi si fanno e si disfano tra le risate e i complici rinnovati e rinnegati nella notte che vola, ed è già arrivato un ritmo lento, è quasi fatta: il cammino della sera sta per incontrare il mattino, e così i clienti, e così gli amanti, e così le note che ora girano piano come a dire <<Ehi, ci siamo… Quasi…>>.


Il mascara si scioglie sui volti come le illusioni di chi è andato alla Buca per scordarsi della vita e del passato; qualcuno dorme nel vicolo ubriaco, cullato dai randagi, altri se ne vanno, altri ancora cercano il cappello, qualcuno il portafoglio… La band stacca, il palco resta vuoto dopo l’ultima ballata; in sala c’è rimasto solo Thompson con le tasche vuote che sembra addormentato su un rivolo di sangue, ma questa è un’altra storia che domani sarà dimenticata.


Per adesso si chiudono le serrande e con loro queste quattro righe piene di niente, su voce con il tutto che le accompagna alla fine della pagina, tra le pause in cui fumo e tutta la vita che ci scorre sulle dita, ma non importa di chi, purchè sia vita e che la musica suoni.




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Racconto scritto il 20/10/2020 - 19:31
Da Filippo Di Lella
Letta n.79 volte.
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su 1 votanti


Commenti


Grazie Mastro, è un piacere.

Filippo Di Lella 21/10/2020 - 10:05

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Mi è davvero piaciuto molto, a partire dal titolo. Complimenti

Mirko D. Mastro(Poeta) 21/10/2020 - 05:40

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