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= Poesia
= Racconto
= Aforisma
= Scrittura Creativa


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Invito alla geometria dell'amore perduto.

Dentro me t’invito così puoi osservare come forme geometriche elementari diventano torri di Babele.
Ci ho messo quattro anni per capire che tutto inizia con una linea, sempre. Una piccola serie di tratteggi finemente uniti, ma è una bugia, sono distaccati. Siamo caos.
Ordine senza ritmo. Tuttavia ordine e allora la linea diventa quadrato.
Quattro linee che s’inseguono.
Come ho inseguito quella pittrice per quattro anni.
Per quattro linee.
Oggi, nel vertice finale di un quadrato la incontro e l’invito dentro di me, nel mio appartamento, così può osservare come i colori di un pennello sono in realtà emozioni.
Entra e siede sul divano:
-Ti preparo un caffè?-
-Si grazie-
-Perché mi hai lasciato?- chiedo
-Perché tu sei rosso. Sei un fottuto serafino rosso di sangue. Mi donavi troppa creatività ed io non sapevo gestirla. Con te i miei quadri diventavano meravigliosi, e avevo paura perché mi sentivo inadeguata-.
Ecco come un quadrato prova ad evolversi e diventare cubo. Quattro linee che s’inseguono trasformandosi in sei facce apparentemente uguali.
Allora parlo io:
-Sei tu che mi hai sfruttato, il mio corpo sempre nudo, mi sono donato sanguinando. Una volta che i tuoi quadri hanno avuto successo sei andata via-.
Un dado contiene sei piani che si estendono in infinite opportunità, quindi lei potrebbe dire:
-Sei tu che durante le mie mostre ti scopavi le mie colleghe.-
Eppure dopo questa frase lanciando il dado esce un’immagine diversa:
Io e lei di nuovo sul quel divano a fare l’amore, mentre il caffè bolle nella macchinetta.
La macchinetta del caffè è l’unica osservatrice di un delirio logico.
La macchinetta del caffè è la giusta clessidra per fermare un disastro.
Il cubo è un elemento perfetto e tutto era già scritto.
Quel divano sapeva già di essere violentato da due corpi nudi dopo quattro anni.
Tuttavia un cubo costruito tende poi a diventar scacchiera.
E allora nudi su quel divano le forme geometriche elementari vanno in metamorfosi:
-Che cosa abbiamo fatto?-Dico guardando il pennello umido andare ovunque- tutto ciò non ci serve, prendi la tua roba ed esci da qui-.
-Io non ti amo-. Fa lei.
-Ti prego resta-.
Dalla borsa prende una piccola tela dipinta a carboncino su cui si palesano forme concentriche che tendono a raggiungere una dimensione del foglio che non esiste: l’abisso.
Preme quel foglio contro il mio petto:
-Puttaniere- urla.
-Paroliere- capisco io.
E’ così che una caffettiera che vomita lacrime nere si trova al centro della scacchiera geometricamente perfetta scolpita dai nostri cuori, il caffè è lava lenta che uccide tutte le pedine in gioco.
La cucina prende fuoco perché nessuno più controlla il caffè, perché le fiamme vere sono sul divano.
Litighiamo e facciamo l’amore, come una molla, come una serie di anelli intrappolati l’un l’altro che non trovano pace.
Siamo spirali, o meglio, la loro evoluzione: siamo vortici pieni di fiamme: bruciamo bruciamo bruciamo bruciamo ridiamo bruciamo bruciamo bruciamo adesso lei piange bruciamo bruciamo bruciamo siamo mano nella mano in una domenica di dicembre soleggiata, quando il freddo ti lambisce il viso ed un bacio lo riscalda, il cuore. Siamo un fuoco che brucia senza esser alimentato, si rischia continuamente l’estinzione.
E questo genera eccitazione.
Scuote la logica della geometria di un amore perduto.
Dentro il vortice complesso risuona la semplicità della linea tesa.
L’incertezza.
Come equilibristi, noi, danziamo con la paura di cadere.
Ed è l’unica cosa che ci fa sentire vivi.
Eppure la cucina adesso è diventata un incendio, la cucina così che brucia è chiaramente la nostra metafora e non ce ne rendiamo conto.
E si può morire nella propria metafora, se non la si ama abbastanza.
Le forme geometriche nel complicarsi rallentano; finalmente posso osservarti per bene donna.
Le tue labbra sono le ali di un angelo e gli artigli del diavolo.
Si aprono e chiudono come la tenaglia che hai tra le gambe, ma qualche volta…qualche volta restano socchiuse, lo spazio necessario affinché il mio occhio gonfio e rosso possa sbirciare l’essenza
del tuo tramonto. Donna che permetti all’uomo la vita.
Donna che carichi sulle spalle i dolori degli uomini, che piagnucolano il più delle volte.
Qualche volta però sanno anche amare,
e quando succede,
Raggiungi l’orgasmo distesa su di un campo di grano,
avvolta nel mais trovi la pace.
Ti sento ansimare veracemente.
Voracemente annusi il mio corpo che sa di miele
Ma anche di stanza disordinata.
Ansimi e stringi forte le mie carni deboli.
Fermati.
Adesso respira.
Ogni mondo è complesso come una sfera ma semplice come una sfera.
Le tue sopracciglia mi ricordano che una linea non è mai continua, che c’è sempre un tratto vuoto, e lì, in quel tratto, c’è la tua pelle che profuma di tutti gli odori del mondo e soprattutto di te, quando sei sudata, mentre siedi sul mio corpo, mentre accetti l’invito alla geometria del caos; l’invito a ciò che siamo davvero: una serie di puntini neri irrequieti, proprio come gli atomi,
Che ballano il twist
Che bevono gin.
Che urlano: “La cucina va a fuoco!”.
Dovremmo scappare ma dentro di te sto bene.
L’amore è una cravatta con il nodo perfetto.
I fumi delle fiamme ci fanno tossire.
Dovremmo scappare ma tu hai imparato a dipingere il rosso.
Rosso fuoco che adesso sfiora la nostra pelle nuda.
Fa caldo.
Non si respira.
C’è bisogno che il racconto ritorni linea, semplice.
Allora eccoci scappare nudi per strada, davanti a tutti, mentre il mio appartamento brucia alle nostre spalle, ma non importa, mi sento felice, potrei correre nudo così davanti a tutti all’infinito, ma mentre penso a queste cose meravigliose, la tua mano mi ferma e la tua bocca mi uccide:
-Domani mi sposo, l’azzurro è più sicuro del rosso-.
La tua mano si stacca dalla mia: la sfera torna vortice, il vortice torna ad essere spirale, la spirale scacchiera, la scacchiera cubo, il cubo un quadrato ed il quadrato quattro linee che s’inseguono; come quattro sono stati gli anni che ho sprecato per inseguirti.
Così una linea diventa un punto.
Solo. Come sono io ora.
Nudo in strada mentre sconosciuti scattano foto ridendo, ed il mio appartamento, di spalle, che va a fuoco, ed un idrante dei pompieri che cerca invano di soffocarlo.
L’idrante sputa acqua azzurra perché: l’azzurro è più sicuro del rosso.



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Racconto scritto il 12/03/2021 - 23:44
Da Bruno Gais
Letta n.126 volte.
Voto:
su 2 votanti


Commenti


Ci sarebbe molto da dire su questo racconto particolare e particolareggiato. Ma per mancanza di tempo dirò solo che ho trovato geniale la geometria come linea guida per tutto l'evolversi del testo. Alcune frasi forti calzano a pennello, e qualche espressione poetica qua e là l'ho adorata. Eccezionale la chiusa.
Complimenti

Mirko D. Mastro(Poeta) 13/03/2021 - 11:11

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