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e se

Ci sono dolori che fanno rumore.


Poi ce ne sono altri che imparano le buone maniere.


Si siedono composti in fondo alla stanza e aspettano anni prima di parlare.


Tu sei diventata questo.


Non una presenza.


Non un'assenza.


Qualcosa di più difficile da nominare.


Una specie di eco.


La prova che il tempo non guarisce tutto: semplicemente insegna alle ferite come convivere con il resto del corpo.


A volte penso che il vero problema non sia averti persa.


Le persone si perdono continuamente.


Le città cambiano nome.


Le case vengono vendute.


I genitori invecchiano.


I cani smettono di correre.


Perfino i ricordi, se lasciati soli abbastanza a lungo, si consumano sugli spigoli.


Tu no.


Tu sei rimasta identica.


Non tu come donna.


Tu come domanda.


Ed è molto diverso.


Perché le persone evolvono.


Le domande no.


Restano immobili nel punto esatto in cui sono nate.


Mi tormenta pensare che forse esiste una versione dell'universo in cui quella sera non me ne sono andato.


Una versione minuscola, irraggiungibile.


Un errore di traiettoria.


Una parola in più.


Cinque minuti in più.


Una mano rimasta sulla portiera invece che lasciarla andare.


Forse in quella vita ci siamo salvati.


Forse ci siamo distrutti comunque.


Non importa.


Quello che mi perseguita non è la risposta.


È il fatto che la domanda sia sopravvissuta a tutto.


Ha attraversato sei anni come una nave fantasma.


Ha visto cambiare il mio volto.


Le mie abitudini.


Le mie convinzioni.


Ha visto persone entrare e uscire dalla mia vita.


Eppure è ancora lì.


Intatta.


Come se il tempo, arrivato davanti a lei, avesse deciso di passare oltre.


La verità è che non mi manca soltanto chi eri.


Mi manca chi ero io quando esistevi.


E questa è una confessione che mi costa fare.


Perché significa ammettere che una parte di me è rimasta seduta su quel gradino ad aspettare una spiegazione che non arriverà.


Non il tuo ritorno.


Non una seconda possibilità.


Una spiegazione.


Vorrei sapere se hai mai capito.


Non quanto ti ho amata.


Quello sarebbe troppo semplice.


Vorrei sapere se hai mai percepito il peso reale di ciò che provavo.


Se hai mai avuto paura come ne avevo io.


Se hai mai sentito il mondo inclinarsi di qualche grado quando hai capito che stavamo finendo.


Oppure se il dolore che porto addosso appartiene soltanto a me.


Ci penso e mi accorgo che il ricordo più crudele non è il giorno in cui ti ho persa.


È il giorno in cui ho smesso di poter verificare qualunque cosa.


Da quel momento sei diventata territorio immaginario.


Non potevo più sapere cosa pensavi.


Cosa provavi.


Chi eri.


Così ho dovuto convivere con decine di versioni di te.


Quella che mi ha dimenticato.


Quella che mi ha odiato.


Quella che mi ha perdonato.


Quella che ogni tanto si è ricordata di me.


Nessuna di loro era reale.


Eppure tutte hanno vissuto dentro la mia testa.


Sai qual è il paradosso?


Che nonostante tutto, se dovessi descrivere l'amore, userei ancora il tuo nome.


Non perché tu sia stata la persona migliore del mondo.


Non perché fossi perfetta.


Non perché io appartenga ancora a te.


Ma perché da allora non ho più amato con quella totale mancanza di difese.


Con quella fiducia quasi irresponsabile.


Con quella capacità di consegnare a qualcuno ogni stanza di me senza tenere una copia delle chiavi.


Forse è questo che non riesco a seppellire.


Non te.


La versione di me che credeva che l'amore, da solo, potesse bastare.


E ogni tanto, nelle notti più silenziose, mi sorprendo ancora a pensare che da qualche parte esista una realtà in cui quella portiera non si è mai chiusa.


Non per tornarci.


Solo per sapere come finisce.




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Racconto scritto il 17/06/2026 - 13:48
Da IL CONTE M.
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