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deja vù

Ci sono giorni in cui non succede niente, eppure basta un dettaglio fuori posto a riportarmi indietro.
Una luce d’inverno che entra storta dalla finestra, l’odore del fumo sulle mani, una canzone sentita per caso senza nemmeno cercarla.


È strano come il tempo non abbia davvero un verso unico.
Va avanti per tutti, ma certe cose restano ferme, intatte, come se non avessero mai accettato di finire.


Non ricordo tutto di noi.
I contorni si sono sfocati, i discorsi si sono persi, i giorni si sono accavallati fino a diventare indistinguibili.
Ma ricordo perfettamente la sensazione.
Quella no, non se n’è mai andata.


Era una presenza piena, costante.
Non servivano grandi momenti per sentirla: bastava esserci.
Bastava un pomeriggio qualsiasi, senza niente di speciale, per avere la certezza che in quel niente c’era già tutto.


Poi la vita ha iniziato a chiedere altro.
Responsabilità, scelte, distanze che all’inizio sembravano temporanee e poi sono diventate definitive.
Non c’è stato un punto preciso in cui tutto si è spezzato.
Piuttosto una lenta deriva, quasi impercettibile, fino a ritrovarsi su rive diverse senza nemmeno ricordare quando avevamo smesso di nuotare nella stessa direzione.


Dopo, ho imparato a stare in piedi da solo.
Non subito, non bene, ma abbastanza da andare avanti.
Ho attraversato giorni che avrei voluto raccontarti, silenzi che avresti capito senza spiegazioni, paure che forse, con te accanto, avrebbero avuto meno voce.


Eppure, anche senza di te, le cose sono successe lo stesso.
La vita non si è fermata a chiedere il permesso.
Ha continuato, testarda, a costruire sopra quello che c’era stato.


Ogni tanto mi chiedo se, da qualche parte, esista ancora quella versione di noi.
Non quella reale, ma quella che avremmo potuto essere se tutto fosse andato diversamente.
Non per nostalgia sterile, ma per una specie di rispetto verso ciò che è stato.
Perché certe cose, anche se non durano, meritano di essere ricordate come qualcosa che ha avuto senso.


Non so chi sei oggi.
Non so cosa ti fa sorridere, cosa ti tiene sveglia la notte, se ogni tanto ti fermi anche tu davanti a un ricordo che non avevi cercato.
So solo che, per un periodo preciso e irripetibile, siamo stati qualcosa di raro.
E questo, nel bene e nel male, non cambia.


Il resto l’ho imparato col tempo.
A lasciare andare senza fare rumore.
A non cercare risposte dove non ci sono più domande.
A convivere con l’idea che alcune cose non si chiudono davvero, si trasformano soltanto.


E non lo dirò mai a nessuno, ma ho passato i miei migliori anni, a ricordarmi di scordarti.




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Racconto scritto il 28/04/2026 - 15:01
Da IL CONTE M.
Letta n.334 volte.
Voto:
su 1 votanti


Commenti


Un racconto di vita esercitato lungo ricordi anche se sfuocati con le debite riflessioni: bellissimo!
Gli ultimi due righi danno una nota di senso compiuto.
Complimenti davvero!

Maria Luisa Bandiera 29/04/2026 - 07:46

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