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La casa dei quadri

I quadri mi han sempre ispirato un po’ di inquietudine.
Casa mia ne era piena. Collezionismo, dicevano. Mamma stava sempre incollata alla tv a guardare Telemarket, mi chiedevo se avesse una cotta per Orlando, quel presentatore che si dimenava giorno e notte nella disperata ricerca di piazzare quegli orribili manufatti. Mi ero quasi convinto che fosse lui il mio vero padre. Gli assomigliavo anche un po’, di sicuro avevo gli stessi occhi grandi e spiritati. Ho sempre lavorato di fantasia, fin da bambino.
«Amici, ma soprattutto amiche, non potete capire quale capolavoro vi stiamo proponendo oggi… e a che prezzo! È un’occasione imperdibile, non lasciatevela scappare.»
Quando mia madre sentiva queste parole, si metteva in allerta, mi chiamava per valutare l’opera: «Stefano, guarda oggi Orlando cosa ci propone, non è stupendo?»
«Ma che, questa schifezza? Se dai due tempere a Birba probabilmente crea qualcosa di migliore.»
Due settimane dopo, invece, il quadro era immancabilmente lì, a troneggiare in salotto o in camera da letto. Pian piano casa nostra ne fu invasa. Le mie lamentale non sortivano alcun effetto. Mi sembrava di vivere nel magazzino di un museo, avevo un certo imbarazzo a portare i miei amici a casa. Cosa avrebbero potuto pensare? Che mia mamma era pazza? Non avrebbero avuto tutti i torti. Che la notte, invece di dormire, andavo a rubare nelle case altrui per farla contenta… per questo a scuola ero sempre così stanco, svogliato! Quasi quasi, avrei potuto riciclare questa scusa alla maestra di turno, al momento giusto.


I ritratti erano sicuramente i soggetti che mia madre preferiva. Forse la facevano sentire meno sola. Le uniche due voci che erano solite rimbombare nella villetta erano le nostre. Dovunque mi trovassi, non potevo alzare lo sguardo senza incrociarlo con quello di una nobile signora dell’Ottocento o di un attempato generale dell’esercito. Mi piaceva discutere con loro, il germe della follia si faceva già sentire, ero pur sempre figlio di mia madre! Quei personaggi erano diventati la mia famiglia e io non potevo far altro che amarli e odiarli allo stesso tempo.
Certo, alcuni erano sopra le righe. Come scordare la bambolona bionda che mi guardava ammiccante ogniqualvolta passavo nel corridoio? Su di lei si erano concentrate le mie prime fantasie erotiche. Altri, invece, fieri e austeri, sembravano puntarmi il dito contro, dopo aver fatto una marachella. Mi sorvegliavano, ne ero sicuro, erano delle spie al soldo di mia madre o di chissà quale altra entità superiore. Il Bacchino malato in cucina mi guardava sempre con la sua faccia itterica prima di iniziare a pranzare. Pareva dirmi: «Mangia, amico mio. Rimpinzati di ogni ben di Dio, fallo per me a cui tocca solo questa maledetta frutta.»


Di tutti i quadri che si affastellano nella mia casa d’infanzia, ormai abbandonata, uno mi è rimasto nitidamente impresso nella memoria. Un uomo e una donna su una spiaggia. Lei indossava un lungo vestito rosso, aveva uno sguardo triste puntato verso il mare e lunghi capelli neri. Lui indossava un lungo soprabito nero. Aveva uno sguardo impassibile, senz'anima. Non sapevo dire cosa provasse, se felicità, odio, malinconia o tristezza. Sapevo soltanto che l’uomo nella tela guardava dritto verso di me, senza alcun dubbio.
L’aveva dipinto mia madre.
Solo ora ho capito chi fosse quell'uomo. Peccato sia troppo tardi.




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Opera scritta il 10/12/2015 - 16:45
Da All_of_me loves_all_of_you
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Commenti


Il tuo racconto.. caro impronunciabile
"All of me loves all of you" e davvero bello.. Non so perché ti fai chiamare così, fatti tuoi, ma l'opera rimane.. con la sua sciolta e incalzante intensità. Complimenti!

Francesco Gentile 11/12/2015 - 16:33

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