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Spalding

Ormai fuori dalla portata per recuperarla, come la voce che “dal sen fuggita, più richiamar non vale”, così la palla a spicchi, come strale non più “trattenibile”, era richiamata all’ordine terrestre attirata dal quarto piano verso il suolo.
Già non si vedeva più il disegno degli spicchi nei quali era divisa.


La terrazza ci aveva attirato nella trappola; troppo invitante per non essere preferita alle sudate carte per lo studio dell’ostile lingua franca.
Tutte le volte lo dicevamo; prima due tiri al canestro sulla terrazza, poi lo studio. Poi i due tiri diventavano una sfida, poi ci voleva la rivincita, poi la “bella” e via andare. Lo studio rimandato di quarto d’ora in quarto d’ora. Alla fine sudaticci e stanchi decidevamo di lasciarlo stare.
La sfida, dunque era iniziata, quando un rimbalzo sul ferro, ad altezza molto inferiore a un canestro vero, portò il pallone a rimbalzare anche su un muretto divisorio facendo uscire la palla dal terrazzo, ma soprattutto precipitare verso la strada sottostante.
“No….. cazzo!”


Non avemmo il coraggio di affacciarci alla piccola prolunga recintata per vedere l’effetto della caduta, ci sdraiammo ad ascoltare il rumore sperando che non succedesse nulla d’irreparabile.
La strada non era molto trafficata dalle auto, ce ne erano, però due file parcheggiate che potevano essere colpite; se fosse atterrato sopra il tettuccio di qualcuna, sicuramente, sarebbe stato un bel danno, senza contare l’eventualità di colpire un vetro che si sarebbe frantumato in mille pezzi.
Non avevamo finito di pensare ai danni materiali che…. E se avesse colpito qualcuno?
Ci sarebbe scappato il morto, da quattro piani un peso del genere, una carrozzina, ma chiunque se lo fosse preso in testa…


Attendemmo in quest’attesa irreale, seppur brevissima, il primo rumore sordo che ci fu, ma non drammatico. Poi i rumori sempre più ravvicinati che definivano la pericolosità decrescente dei rimbalzi irregolari, quindi il silenzio.
Ci alzammo piano per affacciarci alla recinzione con titubanza. In strada non c’era nessuno, vetri sparsi neanche.
“Allor fu la paura un poco queta che nel lago del cor c’era durata…”


Scesi io per vedere la situazione, una volta individuato il pallone. Non c’erano segni evidenti di danni in giro, così lo recuperai rapidamente riportandolo in casa.
Inutile dire che non ci furono più tiri al canestro, in compenso ne beneficiò lo studio per l’esame di maturità.


A distanza di anni, quando incontravo Andrea, rievocavamo l’evento e un brivido ci passava per la schiena.
“Che cosa abbiamo rischiato…”




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Opera scritta il 20/07/2016 - 08:48
Da Glauco Ballantini
Letta n.1490 volte.
Voto:
su 5 votanti


Commenti


Come sempre ci hai donato un gran bel racconto scritto ovviamente benissimo.A me è successo qualcosa di molto simile con la variante che centrai in pieno un prete... e non andai a raccogliere la palla. 5

Gabriella De Gennaro 20/07/2016 - 21:20

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Anche Metastasio... le citazioni tra virgolette.

Glauco Ballantini 20/07/2016 - 15:45

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Un bel racconto... che riesce a farti vivere in prima persona l'angoscia dell'attesa del possibile disastro...complimenti!

margherita pisano 20/07/2016 - 13:39

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Bel racconto, molto ben scritto..5

patrizia brogi 20/07/2016 - 13:29

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Bravo Glauco, mi hai tenuto col fiato sospeso...una descrizione dell'evento che cattura il lettore, almeno chi come me si è immedesimato. belle alcuen frasi che sembrano prese pari pari da Dante...ciaociao, 5 stelle e un saluto.

Spartaco Messina 20/07/2016 - 13:05

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Bella ricostruzione di un evento che sembra di poco conto ma che si carica anche nella rievocazione dell'ansia, della suspence drammatica del momento, investendone il lettore che si sente coinvolto e resta ammirato.Complimenti.

Aurelia Strada 20/07/2016 - 11:26

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