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In Lete vo sognando

In Lete vo sognando


Tacere in core mira
alla glabra sorte
di gaudiose file priva
allor che dell’averno
nemmeno sibilla sa dire.


Se antro divinatorio
del domani aduso
non manifesta guardo,
ecco che notte rimira sé
come gelida acqua
in catino appen sorto
e domande chiedono all’intelletto
che grazia avere non puote
se non nell’imago fissa
c’or manto scuro mostra.


Chieder puote colui che non è?
O di cagione fatta
declinare mesta ragione?


In tal guisa m’apprestai io
pel discendere meco tristizia
a preferir verbo
che in simil passo avanza.
E passo avanzai tosto intingendo piedi
in quello che Lete chiamano
che in vero oblio tace mente
e mente oblia
in folle e insana stupidigia.


E fui tal immerso
che invero discese fatal Oniro
e in sue evanescenti braccia
me condusse per luoghi
che dolore curavano
e mai pensier mio
avria potuto costruire.


Presi a bastone
per lo proseguire
tenero fuscello di larice,
giovin di linfa e scevro di venti
non ancor saputi.


Nel piegar suo
sotto il mio non sapere
ebbi a inciampar in sparuti sassi
ch’io non vedea
essendo onne cosa celata.
Puotesi ire indove che non v’è cognizione?
Puote fuscello sostenere senescenza avanzata?
Eppur nel fiume senza memoria
anche l’arbusto più tenero
guida la malferma postura
e nemmen serve il raziocinante fare,
basta obliar vero
e anco viaggiator senza vista
anela alla meta.


Così anche masso pesante
impedir non sa al viandante
che d’Oniro è figlio.
E men che non fusse
il nebulo gocciolar delle mie vite
m’apparve appeso
alle basse fronde
che scrutavan me dalle sponde
e vid’io correre assai,
mie gesta di piccino.
E madre e padre
da beltade avvinti e giammai
di senil stoffa vestiti.
Poi principiarono a scorre scritture
e amor di serto cinti,
splendenti allori dei vezzosi profumi
e io, che pur Leto in Lete ero
parevo avvizzirmi nel proseguo
che fuscello pria sicuro appoggio
più era.
Adunco chinommi a piegar ginocchi
e come montagna sconosciuta nei sentieri
‘sì il capo si perse nell’acque
a pianger lacrime in quelle infinite compagne
umide e silenti,
che mai segreti avrebbero svelato.
Tacqui nel bere l’oblio tanto disiato
che Oniro magnanimo
sapeva bene d’aver me accontentato.


Quando del mattino fu aurora
seppi d’esser parte di quel fiume
che ragion separa dalla perdizione
e per mia voluta speme
mai seppi di quale sponda
fui amata battigia.


Scrissi allor:
«S’allungano tenebre
e tace il fiume nero.
Rivedo
o non vedo.
Più so discernere.
Versi alcuni a riva se ne stanno.
Falce sovrasta.
Ecco.
Or canto l’ultimo verso.
E sono altrove.
Solitudini gridano.
Lontano un fanciullo corre.
Cigni son queste righe.
E morir è solo un passo,
uno solo
oh amico Lete,
che niuno mai vedrà
se non in dimenticato sasso».




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Racconto scritto il 16/05/2023 - 13:27
Da Jean C. G.
Letta n.561 volte.
Voto:
su 3 votanti


Commenti


Stile inconfondibile.
Ben tornato e complimenti

Mirko D. Mastro 18/05/2023 - 12:56

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