L\'uomo delle stagioni.
Era un autunno freddo; voleva forse fare uno sgarbo all'estate che sembrava già così lontana, o più semplicemente, si era innamorato dell'inverno.
Le mani formavano crepe indicative di quella situazione.
Uno sgarbo tra stagioni.
In cinque aspettavamo un treno urbano, sempre in ritardo, non rispettava le coincidenze, e così ne creava di nuove.
Plasmava destini nell'attesa di scintille tra i binari.
Tutto appariva privo di luce per esaltare quelle scintille.
L'oscurità invase le nostre membra nonostante l'orologio segnava il primo pomeriggio.
Manca ancora Lucia dissi.
Non possiamo aspettarla in eterno, già abbiamo perso due corse per colpa sua. E' ora di andare. Disse Anna
Ma poi Lucia, come l'inverno, venne.
Al botteghino presi il biglietto per me e Lucia.
Perchè non lo fai anche a me il biglietto- disse Anna.
Prendilo da sola- dissi.
Anna era la mia ragazza.
Nella metro tutto risultava: fermo.
A comporre un contrasto perfetto con la lenta dinamicità di un treno urbano che attraversa la città nel sottosuolo.
Topi silenziosi in cerca di piccole molliche di pane piene di insetti.
La mia gamba sfiorava quella di Lucia e sentivo un lieve calore, come in inverno, vicino al camino.
Anna dirimpetto osservava indispettita.
L'autunno è Anna, un allaccio tra la sabbia e la neve, e non lo accetta, sembra considerare il suo ruolo un ruolo secondario, e s'indispettisce.
Non comprende che sono i giunti a rendere saldi due tubi tra loro.
Quando arrivò la nostra fermata baciai Lucia davanti a tutti. Davanti ad Anna, la mia ragazza.
E fu subito neve.
Cosa frena i nostri sentimenti davanti al desiderio?
La paura di ferire qualcuno o perdere la nostra integrità al cospetto di una moralità indotta da una cultura millenaria?
Siamo vittime dell'arte perchè non focalizziamo il messaggio.
Noi guardiamo la neve e non come si dissolve l'autunno.
E questo è il cuore del controsenso umano.
Guardiamo la neve e soffriamo per l'autunno.
Il crepuscolo diventa ansioso.
Il Sole è stanco di tutto ciò.
Al ritorno è sera. Anna cambiò vagone ed io e Lucia, mano nella mano, osservavamo il mondo.
Era già febbraio.
Ora sono qui, seduto su questa poltrona di pelle antica a ricordare tutto ciò.
Inginocchiata al mio cospetto, Lucia venera il mio tempio pregando.
Il mio sguardo è lontano verso la finestra.
L'inverno ha fatto il suo corso e la primavera incombe.
Oltre la finestra, un cilindro magico libera stormi di uccelli, un guanto nero preme "play" alla radio e nasce una melodia formata da centinaia di cinguettii.
Che significa perdere l'equilibrio ancora una volta?
Lasciar scivolare via finte certezze che sembravano vere un tempo.
Anche l'inverno mi ha ingannato, non durerà per sempre.
Lucia s'impegna, ma io guardo fuori, c'è la mia vicina, Maria, ha la primavera dentro mentre gioca con le mollette a stendere i panni.
Mi guarda e sorride.
Io faccio lo stesso.
Poi guardo Lucia.
Lascio che beva dal mio calice un'ultima volta.
Un ultimo fiocco di neve.
Io sono altrove e la primavera è ovunque.

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