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Refugium Peccatorum

Come minzione di luna,
questi raggi azzurri,
pergamene d'argento
nella notte sovrana;
dea morta dal sangue blu,
t'adora un popolo di servitori
avvezzo al possesso,
alla schiavitù morale del bene,
del bello,
guai,
guai a sentire nella nostalgia
le cose non dette, sussurrate appena, guai,
guai a non rispecchiarsi nei tuoi raggi, dea,
o a quelli petulanti e maldestri
della rosa,
gua-a-ai!
Nascosto nell'apice dell'aurora
c'è il segreto semplice,
inetto, del vostro culto:
la morte e la rinascita.
Generazione maledetta
e baciata dagli dèi,
forte delle catene altrui di cui
essa pure sottomessa
si rallegra nel suo odio materno
partorendo, vigliacca e schiava,
dinastie sottomesse e utili
al possesso,
all'ingenuità della sopravvivenza,
fiera di sovrintendere al proprio grigiore ancestrale.


È così che corre la vita,
sotto al gelsomino,
nella dolcezza del ciliegio,
scorre l'odore del fiume
nella sua spuma sulle rocce
cantando una canzone lontana
ed è l'effetto di quel fiume
che riempie d'animi dilaniati
il cuore delle madri.


Nella città
poco più d'un ruscello deviato
si interra nella fiumana dei passi,
si perde macellato dallo stesso scorrere che lo imita in maiuscolo
e invita il mio paese
a stringersi nei tacchi,
ad alzare il braccio,
a correre imbottigliato da un quartiere all'altro,
al rione, ai campanili,
alle case, alle ditte,
ai cimiteri dimenticati
ché tutto accumuna il possesso
foriero d'un messaggio:
abbiate cura d'esser grigi
fino all'ultimo lotto scavato, voi,
figli d'un dio morto
commiserati dal padre
per la mistificazione dei suoi doni,
e voi, adoratori della luna
che accumulate luce riflessa da un sasso,
siate grigi!
Calpestate!


Non fiele, no,
non scorre amaro tra queste dita
che pure folli ebbi da una sorte
folle,
né luppolo, né china,
né nel fegato bagnai le labbra,
amaro come il disappunto,
no,
non fu nemmeno carità,
ché l'unico giudizio che ci resta
è la purezza
ed è ben misera cosa;
fu forse il compianto,
la compassione di me stesso,
piuttosto,
e del riflesso vostro che vedo in me,
sono buono
e mite
e ho più parvenza di piccione
che di sparviero,
io,
che dei doni feci vergogna,
dei miei peccati feci mostri
enormi
sino a sfiorare l'astro che riflette
senza tuttavia mai toccarlo,
chiusi me alle stesse catene
del possesso anche se mai con cupidigia orgogliosa
ma
il vostro riflesso delle catene in me
divorò con forza di titano
il colore spento che portavo
con tenere, ingenue braccia
di bambino
e la dolcezza dei gelsi
sparsa nell'odore sanguigno
sulle morbide dita dell'allora,
dei fui
e dell'inganno fu la mia malinconia.


Nel paese,
un'opera bigotta e fascista,
rea di lesa maestà,
di vilipendio alla compassione
e innumerevoli atti brutali
verso l'idea,
la Parola che grida più forte
Italia mia figlia di catene,
di madri sconclusionate, sciagurate
Italia che fingi di non odiare,
ah,
potessi tu sprofondare nella terra che avveleni,
t'inghiottisse il mare,
razza baciata e maledetta dagli dèi!


Eppure,
nei tuoi mandorli
v'è l'occhio di quel Dio
che così tanto negasti nelle tue opere
diventando banchiere,
amaro conservatore
come cianuro
e negl'occhi la dolcezza amara
e nel ventre il veleno.
T'amai con tutto l'odio che possedevo e che mi crebbe dentro
da che dal grembo fui staccato
nei giorni primaverili
d'una tenera madre
con la sola capacità d'amare
e che d'amore fece l'unico suo peccato grande come il cielo:
nella miseria,
sulla miseria,
nella croce del suo vivere e soffrire
amò.




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Racconto scritto il 23/06/2020 - 14:38
Da Filippo Di Lella
Letta n.37 volte.
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