La Venezia di Napoleone
La Venezia a cui guardo
è una città senza tempo,
lontano dalle torme dei turisti...
Che respira nel silenzio
dei vecchi quartieri:
Cannaregio, il Ghetto Vecchio...
La Venezia dei campi,
delle calli strette
dove da muro a muro
trova spazio il bucato steso
all'aria,
dei portoni che si aprono
lasciando intravedere
piccoli giardini,
nelle corti silenziose.
Dove respiri quel tipico suo
odore
che non ti lascia.
L'ho visitata diverse volte, quasi
sempre con la pioggia,
con quel suo alone di mistero
sulle fiancate dei palazzi nobiliari.
A San Marco, a Rialto,
tra cordoni di turisti che ti
affiancano, e
proprietari che in sordina entrano,
chiudendosi i portoni alle spalle.
E penso a mio bisnonno
Napoleone,
che dall'Alpago se n'andò
a Venezia a
fare il cuoco presso i
baroni Treves de Bonfili,
pregiata casata nobiliare di
facoltosi banchieri, d'origine
ebraica.
Con che occhi l'avrà guardata?
Se ne tornò in paese che
parlava veneziano, e da buon
signore in passeggiata, vedendo
due contadine apprestarsi
a fare il fieno in covoni,
disse ad alta voce:
<< Eh, la base no la xe la soa...>>
A distanza d'anni
se la ricordavano ancora
quella frase,
le due contadine.
Un bisnonno che se ne torna
e dà una lezione così
a chi pensa d'esser
contadino vero,
a dir poco m'incanta.
Nota dell'autrice:
La brevità di quella frase lapidaria, pronunciata in veneziano, dal mio bisnonno (<<La base no la xe la soa>>) non era mancanza d'argomenti ma un modo potente di condensare un sapere antico: se la base del covone è stretta anziché larga sotto, la struttura non può reggere.
Mio bisnonno Napoleone (1859-1947), quasi coetaneo del barone Alberto Treves, fu per parecchi anni cuoco a Palazzo Barozzi Emo Treves de Bonfili, nel periodo di massimo splendore della residenza.
Poesia scritta il 03/11/2026 - 18:38Voto: | su 0 votanti |
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