RACCONTI

     
 

In questa sezione potete consultare tutti i racconti pubblicati nell'ultimo mese in ordine cronologico dall'ultimo in poi. In ogni caso se preferite è possibile visualizzare la lista dei racconti anche secondo scelte diverse, come per ordine di mese, per argomento , per autore o per gradimento.

Buona lettura

 
     



Lista Generale

     
 



Lo specchio

Mi fu commissionato un lavoro di restauro, in una antica casa seicentesca, che era situata, in luogo completamente isolato. Era di venerdì diciassette e quella sera pioveva a dirotto e c’era persino una fitta nebbia che m’impediva la visuale del sentiero, che mi avrebbe portato alla mia agognata meta. Dopo tanto girovagare alla cieca, non so come mi ritrovai con la mia vecchia cinquecento davanti alla casa che cercavo. Scesi dall’auto e mi bagnai tutto, quella sera non la voleva proprio smettere di piovere! E se non bastasse, i terrificanti boati dei tuoni, che seguivano ai fulmini in una sarabanda paurosamente assordante, contribuivano a rendere l’atmosfera più spettrale. La prima cosa che notai, una volta davanti all’immenso, antico, portone di legno, fu che il batacchio era troppo piccolo per quel portone, ma, nonostante ciò, il rumore che produsse non appena lo spinsi contro il legno non mancò di impressionarmi. Era un rumore profondo, ancestrale. Bastò un solo colpo, e subito se... (continua)

Savino Spina 06/09/2016 - 11:36
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Trattoria Delle Tele

“Di dove sei?” – mi chiese Sergio, commensale famoso e occasionale.
“Sono livornese.”
“Strano, non parli come i livornesi, non hai quell’inflessione dialettale.”
Lo presi come un complimento.
“Io sono di Firenze, anch’io non ho l’accentuazione tipica fiorentina, ma io so anche il perché.”
“Detesto il dialetto fiorentino perché lo lego a un episodio della mia infanzia.
Nel 1943, mentre con la famiglia ero sfollato sulla montagna pistoiese per la guerra, arrivarono in paese dei fascisti per un rastrellamento. Ricordo quelle voci forti, la confusione e la paura di quel giorno.
Parlavano un dialetto con una fortissima accentuazione fiorentina che si mischiava al nero delle loro uniformi e al tedesco di un gruppo di ss.
Il nero delle divise, le urla miste nelle due lingue, la polvere e le grida disperate di quel giorno mi sono rimaste, come marchio d’infamia che per me ha avuto quel linguaggio scurrile e sanguinoso.
La polvere, il sangue, le mosche, l’odore e quell’orribile parlata... (continua)

Glauco Ballantini 06/09/2016 - 09:49
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Cambiamenti

Odio i cambiamenti.
Quelli netti, che non ti danno via di scampo.
Quelli che sei costretto a fare perché non hai altra scelta.
Quelli che ti consumano l'anima.
Quelli che non avresti mai voluto fare.
Quelli che ti catapultano in nuove realtà che per quanto belle possano essere, non riesci a viverle serenamente perché dentro senti solo solitudine e nostalgia.
Nostalgia di qualcosa che ormai è passato, che non può più tornare.
Una sensazione che non riuscirei nemmeno a descrivere per quanto sia colma di sentimenti.
Sono triste da piangere ogni giorno, felice per una canzone.
Sono allegra del nuovo, ma rimpiango il vecchio.
Sono un eterno dissidio.
Sono l'indecisione fatta in carne ed ossa che non si da pace.... (continua)

Green Eyes 05/09/2016 - 23:22
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STORIA di guerra e di follia

Dal 1943 al 45 sulle nostre montagne si raggruppavano gruppi di militanti partigiani...molti erano i giovani sprezzanti del pericolo che combattevono contro il nemico. Fra questi c'era Vittorio che da tempo si era arruolato e viveva nascosto con gli altri suoi monti nei pressi del suo paese dove aveva lasciato la sua giovane moglie Adriana. Stanca per l'assenza del suo uomo un giorno decise di andarlo a trovare, la strada era ardua ma lei sapeva il luogo e l'amore la spinse ad avventurarsi fin lassù. Vittorio appena la vide ne fu felice ma nello stesso tempo era preoccupato, i tedeschi si aggiravano da quelle parti specialmente nei paesi dove facevano razzie. Passò la notte con lui in tenda, all'alba doveva fare ritorno, salutò tutti anche alcune donne partigiane e ai primi albori, in una luce pallida era pronta a discendere a valle. Aveva legato i capelli, una treccia nera le cadeva sulle spalle, senza proferir parola e senza voltarsi iniziò il cammino verso casa.I partigiani con u... (continua)

mirella narducci 05/09/2016 - 00:03
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Mani

Cosa sei? Chi sei? Tutto questo lo dicono loro, quelle mani uguali dalla nascita ma che mutano nel tempo. Guardarle mi è sempre piaciuto, perché sono loro che ti raccontano, sono i gesti che compi nel percorso della vita. Basta osservarle. Solo questo può farti capire cosa possono aver subito quelle mani per tre, quattordici o anche cinquant'anni. Guardare le mani dei miei compagni di classe mentre scrivono è magnifico: immaginare, pensare cosa esse hanno portato per quindici anni e cosa sono riuscite a compiere. Le loro sono mani belle, e per belle non intendo delicate e perfette esteticamente: rappresentano qualcosa di diverso in ognuno di loro, come se fossero la porta per leggere nella mente. E delle mani di una mamma? Ci vorrebbe un’intera biblioteca per raccontarle, perché sono loro che ti accarezzano, che ti baciano, che ti amano sempre e per sempre. Ma le mani delle persone cattive si riconoscono, risaltano tra tutte. Solo loro trasmettono la malignità che regna sulla terra, co... (continua)

Eleonora Fortunati 04/09/2016 - 20:11
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